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È partito dall’Italia con una valigia piena di sogni e di speranze e, dall’altra parte dell’Oceano, ha trovato una grande energia per affrontare la vita di petto, così come aveva sempre fatto sui campi da rugby. Manuel De Donato, livornese di 25 anni, negli Stati Uniti si è laureato, si è fatto apprezzare per le sue qualità ed ha subito trovato lavoro. In questa intervista ci racconta la sua avventura…

Ciao Manuel. Ci parli della tua esperienza negli Stati Uniti? Partiamo dalla fine. Se non sbaglio ti sei da poco laureato…
“Sì, mi sono laureato da qualche settimana fa e, come dicono qua, ‘I’m already hustiling’, mi sono già messo a guadagnare. Negli Usa credono molto nei giovani, e anche se non è stato facile sono riuscito a trovare un lavoro come grafico pubblicitario in una città a 40 minuti da dove abito io”.

Facciamo un passo indietro. Com’è nata questa avventura in America?
“Ho giocato a rugby tutta la mia vita, a partire dalla Reginale fino ad un accademia per futuri nazionali, firmando il mio contratto per la serie A a 17 anni. Avevo un bel bagaglio sulle spalle così io e il mio coinquilino ci siamo messi a mandare curriculum sportivi un po’ dappertutto. Lui puntava dove il rugby era uno sport principale, io puntavo più ad una borsa di studio, e perché no, anche se lontanissimo da me e non sapendo la lingua, ho mandato il cv negli Usa. Per loro lo sport è importantissimo e investono molto. Alla fine le strade mie e del mio coinquilino si sono separate: lui e finito a giocare in Nuova Zelanda ed io negli Usa”.

Come ti sei trovato?
“Quando compilavo fogli su fogli per riuscire ad arrivare negli States mi avevano detto che ero riuscito ad essere accettato in 5 università diverse e che tutte mi avrebbero sponsorizzato con una borsa di studio per giocare per loro. All’epoca purtroppo non parlavo manco mezza parola di inglese e non capivo bene la differenza tra un “club” e giocare per l’università, cosi tra le due finaliste che scelsi (Troy University in Alabama e la Souther Utah University) decisi per lo Utah. Quello che mi convinse era quanto bene si parlava della scuola e la possibilità di parlare con i professori grazie alle piccole classi. Poi anche Las Vegas a due ore di macchina e Los Angeles a 6”.

E per quanto riguarda lo studio?
“Non potevo trovarmi di meglio, io sono disgrafico e dislessico, ed in Italia questa cosa mi ha sempre creato un sacco di problemi. Per la mia testardaggine non ho mai voluto sembrare diverso dai compagni di classe quindi non ho mai usato a pieno i vantaggi che mi venivano offerti. Ho trovato scuole in cui certi professori non sapevano neanche che volesse dire essere disgrafici o dislessici, a tal punto che un giorno una professoressa durante un compito mi portò un mega foglio dove tutto era scritto enorme. Io non sono mai stato uno stinco di santo… la guardai e dissi, con il mio forte accento livornese: ‘Prof ma io son disgrafico mia ceo (cieco, ndr)‘”.

Negli Usa è andata meglio?
“Qui tutto è computerizzato quindi mai avuto alcun problema, i professori sono sempre felici di ascoltarti e di aiutarti al meglio. Una cosa importante, per i professori, è sapere che i ragazzi stanno bene anche fuori dalla scuola, così se qualcosa ti sta affliggendo e i voti scolastici ne risentono loro sanno il perché e possano aiutarti al meglio dandoti una seconda chance”.

E coi compagni di studio?
“Gli studenti sono molto diversi dai nostri. Mi sono ritrovato in un mondo dove tutti stavano già costruendo il loro castello di business ed io non avevo niente per le mani. Qui fin da piccoli sanno che una volta finiti gli studi tutti devono trovare la propria strada fuori dalla famiglia, diciamo che puntano molto alla carriera, non si fanno problemi a trasferirsi a diverse miglia di distanza per un lavoro”.

Capitolo cibo. Ti è mancato quello italiano?
“Come ben sai, Orlando, nessuno cucina meglio di noi, mi mancano i tortellini, le burrate, la schiacciata o come la chiamate voi la focaccia, il sabato sera a fare l’aperitivo sul mare per poi finire al ristorante a base di gamberi, ostriche e tartare. Negli Usa la roba cruda la vedono come una cosa da pazzi, io rispondo che i pazzi sono loro a mettere la salsa barbecue e il pollo sulla pizza. Io vivo da solo da quando ho 15 anni e da quando ne ho 17 ho sempre cucinato tutti i miei pasti per conto mio, quindi posso dire che in effetti mi mancano i nostri ingredienti, ma un bel piattino di pasta non me lo faccio mai mancare. Molti qui hanno lo stereotipo che noi italiani mangiamo pasta e pizza tutti i giorni, io rispondo sempre: ”Se non mangio pasta almeno una volta ogni tre giorni, io muoio”. Mi ricordo il primo anno che sono arrivato, non spiccicavo una parola di inglese, cosi per rimorchiare le ragazze con le tre parole che sapevo le portavo a casa per una carbonara: ‘Me you bacon eggs and pasta’… come ben sappiamo non c’è nessun altro paese dove mangiano più uova e pancetta degli Stati uniti, quando avete americani a cena con la carbonara sarà un successone!”.

Ora cosa stai facendo?
“Negli ultimi sei mesi mi sono concentrato a mandare curriculum ovunque, essendo davvero difficile per noi rimanere negli Stati Uniti mi sono messo in testa di mandare almeno 10 cv al giorno. Puntavo sulla Florida o il Texas, dove non paghi tasse su quello che guadagni: si capisce perché lo chiamano il sogno americano… ho avuto la fortuna di trovare lavoro a Miami in una gioielleria e in una ditta di yacht. La paga non era il massimo, soprattutto per i costi necessari a vivere nelle grandi città. A Miami si pagano 1500 dollari al mese per vivere in uno sgabuzzino. Un giorno mi ha contattato una compagnia che aveva trovato alcuni miei lavori online, hanno voluto fare una chiacchierata con me fissandomi un appuntamento subito in settimana. Il giorno fatidico sono andato dal parrucchiere, mi sono fatto una bella lampada e, pieno di energie, mi sono presentato. I miei amici volevamo andare al lago dopo, così sotto la camicia e i pantaloni avevo costume e canottiera…”.

E com’è andata?
“Ho lasciato i miei amici in un parcheggio ad aspettare che finissi il colloquio, dopo ben due ore sono uscito dal coffe shop vittorioso. I miei amici li ho ritrovati letteralmente ‘squagliati’ in macchina, per il caldo, ma appena ho detto loro che ce l’avevo fatta si sono caricati di energie e siamo corsi al lago tutti insieme per festeggiare”.

Cosa ti piacerebbe fare in futuro?
“Vorrei aprire un’attività di prodotti made in Italy qui negli Stati Uniti. La scorsa estate ho creato il marchio SonnyVibes, traendo spunto dal promontorio del castello Sonnino, che noi a Livorno chiamiamo ‘il nostro paradiso’. Ho avuto l’idea di contattare una ditta in Olanda che vende rulli di materiale tessile che cambia colore con la temperatura, ho acquistato vari rulli e li ho spediti in Cina, dove la mano d’opera per la cucitura costa pochissimo. Una volta pronti i pantaloncini li ho fatti spedire in Italia dove nel frattempo avevo appena ricevuto le patch Sonny Vibes dagli Usa, e cosi li ho assemblati, e poi come venditore ambulante sono andato al mare con le buste piene di costumi. Mi sembrava di essere al mercato: ‘Costumi, costumi per grandi e piccini’. Il primo giorno ne ho venduti ventisei. Quest’anno ho fatto lo stesso anche coi bikini da donna”.

Cosa pensi ti abbia dato in più, rispetto all’Italia, questa esperienza di studio negli Usa?
“Sicuramente negli Usa hanno creduto in me molto più di quanto abbiano fatto diversi professori in Italia. Pensa che i professori d’inglese mi dicevano che non mi applicavo e che non ero fatto per imparare le lingue, che sono troppo italiano. Una cosa però è vera, sono cambiato, prima facevo strappare i capelli a certi prof. Quando dico che hanno creduto di più in me voglio dire che, qua negli Usa, ti vedono già come un uomo d’affari: se hai le idee chiare loro non hanno paura di puntare su di te, mentre in Italia si fanno mille discorsi su gavetta, tirocini, ecc. Io credo che non siano solo le persone a sbagliare ma anche il sistema che a volte non ti aiuta. Posso dire un’altra cosa importante?

Prego, fai pure…
“Qui negli Usa anche se sei un grafico ma vuoi imparare un po’ di marketing o business, puoi chiedere al rettore di approfondire queste materie e seguire gli appositi corsi. Alla fine dell’anno non ti conteggeranno i crediti ma almeno impari cose utili e devo dirti che da quando sono qui cerco di essere come una spugna e imparare il più possibile”.

L’esperienza che hai fatto tu la consiglieresti?
“Certamente. La consiglierei a tutti quei ragazzi che, come me, non riuscivano ad andare bene a
scuola e magari hanno bisogno di un esperienza come questa per imparare la lingua sul campo. Vorrei dire a tutti che la parte più difficile non è arrivare qua o vivere o studiare in un’altra lingua, ma fare quel salto. Una volta fatto, anche se è difficile, verrà tutto da sé”.

C’è qualcosa su cui, invece, inviteresti a stare in guardia?
“State attenti a dove andate, le università possono sembrare immense ma magari non c’è niente al di fuori dei campus. State attenti, inoltre, alle università troppo grandi: ho fatto un esperienza di un anno a Buffalo (New York), 800mila abitanti. Le classi erano talmente grandi che c’era la fila per parlare con i professori: lì ero solo un numero e dovevo spostarmi con la macchina – che non avevo – per spostarmi da una classe all’altra. Un’altra raccomandazione: occhio alla linea! Ci vuole un attimo per ingrossare da queste parti, vanno avanti a son di hamburger e patatine fritte, quando ero bambino era una cosa speciale mangiare queste cose ma poi capisci che non è possibile farlo di continuo”.

Spesso si parla di America, o meglio Stati Uniti, come terra di libertà. L’hai respirata anche tu questa libertà?
“A pieno. Ovviamente ci sono alti e bassi. Io sono molto fiero del mio paese per tutte le regole che abbiamo sul cibo e sull’inquinamento, tuttora non ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati a pagare 25euro una bistecca fatta con la carne di un animale che ha passato la vita a pascolare nei campi e mangiare erba. Non ci rendiamo conto della fortuna che abbiamo quando, se vuoi, in due ore o poco più vai a sciare sulle vette più belle del mondo oppure, come nel mio caso, in 20 minuti appena puoi andare al Sonny e goderti un mare cristallino. La fortuna di non avere troppi conservanti nei nostri cibi, di avere città abbastanza pulite dall’inquinamento, è incomparabile. Negli Usa ci sono molti difetti in tal senso. Tuttavia, essendo il paese del capitalismo per antonomasia, se sei bravo a fare soldi puoi diventare ciò che vuoi. Rimasi sorpreso, qualche anno fa, quando un mio amico in Italia voleva costruire una fontana nel suo giardino ma non gliela fecero fare. Non sei libero di fare qualunque cosa nella tua proprietà, come un barbecue in muratura, una casa degli attrezzi, devi sempre rendere conto allo Stato e ci devi pagare pure le tasse. In America puoi comprarti un terreno e farci quello che vuoi, un campo da football, far pascolare le pecore, o costruire una mega casa su tre piani, la terra è tua e decidi tu che farci sopra. Stati come Texas, Nevada e Florida non hanno tasse su quello che guadagni… in questo modo incentivano i giovani ad investire. Nei primi 5 anni sul tuo business se sei sotto i 26 non ti tassano”.

Cosa ti porti o ti porterai indietro in Italia?
“Sicuramente mi porterò tutto ciò che ho imparato sfruttandolo al meglio. Io mi definisco un ibrido perché non sono come quegli italiani in America che odiano il nostro paese o come quegli che non si sono mai schiodati dalla propria città. Ovunque il mio futuro mi porterà avrò sempre con me ciò che la cara Italia ti insegna: le tradizioni, la cultura e la pazienza nel far le cose per bene, e allo stesso tempo porterò con me l’insegnamento del modello americano: rapidità nel lavoro, professionalità e giustizia”.

Progetti futuri?
“In Italia ora come ora non investirei, troppa fatica per raccogliere spiccioli. Vorrei provare a farlo da queste parti, iniziare in piccolo per poi provare a crescere e diventare più grande. Qualche anno fa grazie ad una super prof di Firenze, capii e mi misi in testa che ‘se ci facciamo il mazzo ora’ avremo un futuro più radioso. Un insegnamento importante. Le opportunità ci si creano, non si aspettano, e il treno non passa due volte”.

Vorresti aggiungere qualcosa?
“Saluto e ringrazio tutti quelli che riusciranno a leggere questo malloppone fino all’ultimo (ride). Vi mando un bacione da molto lontano. Potrei rivolgere una dedica al mio migliore amico?”

Prego, fai pure…
“ODU PER SEMPRE NEI NOSTRI CUORI”.

Chi è Odu?
“Un mio carissimo amico, Oduware Imafidon, che consideravo un fratello. Purtroppo è venuto a mancare nel 2018 per un brutto incidente stradale. Abbiamo condiviso tantissime cose fin da piccoli. Il rugby, le uscite di sera, abbiamo anche lavorato insieme. Non ci staccavamo mai”.

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