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Commenti e considerazioni su un mondo che ha perso la testa di un giornalista col cuore
in Toscana e la testa tra Londra e il Texas. “Se volete, chiamatemi Apolide” / di Luca Bocci

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Alzi la mano chi si sarebbe aspettato che questo febbraio ci avrebbe portato, invece della fine della pandemia attesa in gloria da quasi due anni, l’ennesima guerra in Europa. Sembra davvero che questi nostri tempi non ne vogliano proprio sapere di diventare meno “interessanti”. Di colpo si è passati dalle polemiche sui no-vax alle fiaccolate a sostegno del popolo ucraino. La fogna a cielo aperto dei social media si è immediatamente appassionata alle questioni geopolitiche, dimenticando i mesi passati a dire spropositi su un argomento altrettanto spinoso come la lotta alle malattie infettive.

I leoni da tastiera si sono immediatamente divisi in fazioni contrapposte, con i sostenitori ad oltranza delle “ragioni” dell’autocrate del Cremlino che ricevono ogni sorta di improperio da chi si è schierato automaticamente a difesa del regime ucraino, dipinto come pietra di paragone della democrazia sebbene non si sia certo coperto di gloria negli ultimi anni. I media generalisti, a parte le testimonianze preziose dei pochi inviati sul campo, non vanno oltre alle immagini ad effetto, alle storie lacrimevoli delle madri che scappano dalle bombe e dei bambini costretti a rifugiarsi negli scantinati delle città che si sono ritrovate di colpo a pochi passi dal fronte. Fatti, numeri chiari molto pochi, come analisi degne di questo nome che non vadano oltre al dipingere il nuovo nemico pubblico numero uno come il peggio del peggio.

Se il telespettatore medio non può far altro che accettare passivamente quel che gli viene
offerto, chi avrebbe gli strumenti analitici per affrontare questi problemi non sa davvero che
pesci prendere. Nonostante per molti anni mi sia occupato di sport, stavolta tra gli addetti
ai lavori ci sarebbe anche il sottoscritto, laureato in relazioni internazionali ad una delle scuole più prestigiose d’Italia, quella dell’Università di Pisa. La geopolitica e la sua ultima involuzione, la guerra, sarebbero il mio pane quotidiano, come i meccanismi dietro al diritto internazionale e le varie istituzioni sopranazionali.

Di fronte all’ennesimo fallimento del sistema di sicurezza collettivo uscito dalla Seconda Guerra Mondiale, ancora una volta incapace di evitare un massacro nel Vecchio Continente, la mente non può che tornare alle lezioni ricevute tanti anni fa dai miei maestri nella città della Torre. Ricordo ancora le parole del Professor Andrea de Guttry, nell’aula piena come un uovo alla prima lezione del suo corso: “Il diritto internazionale non esiste”. Quello che voleva dire è che i rapporti tra stati sovrani non rispondono alle stesse regole dei rapporti tra stato e cittadini, quelle regolate dal diritto “normale”. Molti studenti non capirono e se ne andarono senza seguire il resto della lezione.

Una delle sue domande al mio esame di Diritto Internazionale la ricordo come se fosse ieri: se fosse il consigliere del ministro degli Esteri di un paese dopo che una nave militare battente la sua bandiera avesse affondato una nave carica di rifugiati in acque internazionali, cosa gli consiglierebbe di fare? Il riferimento al famoso caso della nave “Sibilla” e all’incidente nell’Adriatico era evidente. Dopo essermi arrampicato sugli specchi per cinque minuti con fumose ragioni legalistiche, il professor De Guttry, famoso per non lasciar trasparire neanche la minima emozione quando interrogava uno studente, disse una sola parola: “Licenziato”.

Mi alzai per andarmene, pensando che mi avesse buttato fuori. Mi richiamò al posto. Ero solo stato licenziato come consigliere del ministro. L’esame lo passai, con un buon 27. Una volta che ebbe firmato lo statino, mi azzardai a chiedergli quale fosse la risposta giusta. Mi rispose con una battuta tra il serio e il faceto: “Negare tutto, sempre, anche l’evidenza”. Non dico che quelle parole furono determinanti nel farmi tornare al mio primo amore, il giornalismo, lasciando perdere il mondo affascinante delle relazioni internazionali, ma sicuramente ebbero il proprio peso.

La geopolitica è un’arte complicata, dove la ragion di stato e gli interessi nazionali regnano sovrani. La stessa diplomazia, scelta di vita di alcuni dei miei amici più cari, è più una sorta di balletto barocco che uno strumento di governo. Mentire sapendo di stare mentendo, difendere con passione posizioni spesso irrazionali, che magari cambieranno di qui a pochi giorni, è il pane quotidiano per chi si trova a rappresentare un paese all’estero. Fino a quando gli interessi nazionali sono ben chiari ed il governo di un paese segue delle linee direttrici evidenti, la diplomazia può essere uno strumento utile per stemperare le tensioni e, talvolta, risolvere problemi all’apparenza intrattabili. Quando, invece, hanno la meglio logiche di brevissimo respiro e gli interessi di questo o quel gruppo di potere, anche il miglior diplomatico del mondo si ritrova impotente. Oltre alle centinaia, forse migliaia di innocenti che perderanno la casa, un arto o persino la vita, la vittima più eccellente di questa crisi rischia di essere proprio la diplomazia.

La sparata del numero due del Cremlino, l’ineffabile Dmitry Medvedev, è di quelle che fanno impressione a chi è del mestiere: “La Russia non ha bisogno di relazioni diplomatiche, è tempo di chiudere le ambasciate”. Sicuramente è un’uscita più diretta al pubblico interno del gigante russo, molto meno monolitico di quanto voglia dare ad intendere la propaganda dei media di regime, ma forse meno insensata di quanto sembri a prima vista. Nel nostro mondo digitalizzato, non c’è più bisogno di questi avamposti sicuri dai quali tessere la propria rete di spie. Le intercettazioni le puoi fare benissimo da casa, senza bisogno di rischiare di essere catturati. Il costoso apparato diplomatico, tutto fatto di case di rappresentanza, conti spese generosi coi quali pagare cene nei migliori ristoranti nelle quali raccogliere informazioni riservate da inviare nei propri rapporti al governo sembra sempre più lontano dalla nostra realtà super-connessa.

Il vero problema, però, è che anche il miglior corpo diplomatico al mondo non può fare
niente per coprire le mancanze di governi spesso deboli, incapaci di tenere la barra dritta nel tempestoso mare delle relazioni internazionali. Per anni si è continuato a credere alla favoletta che i rapporti economici sempre più fitti con nazioni più o meno autocratiche fossero fondamentali per ricondurle a più miti consigli, allontanarle da quell’avventurismo politico che tante disgrazie aveva portato all’Europa. Si è creduto che la vicinanza avrebbe portato ad una sorta di “contagio democratico”, che le crescenti classi medie sarebbero riuscite a generare una classe dirigente più malleabile, con la quale sarebbe stato possibile discutere da pari a pari. Questo calcolo geopolitico si è rivelato del tutto fallimentare. Né in Russia, né in Cina le classi medie sono riuscite a scalfire il controllo di gruppi di potere ancora legati a logiche che l’Occidente sembra aver dimenticato da decenni.

Come peraltro successo negli anni precedenti la Prima Guerra Mondiale, la globalizzazione finanziaria ed economica non ha fatto altro che fornire capitali e conoscenze a chi non ha mai abbandonato il sogno di poter imporre la propria volontà al resto del mondo con la forza. La diplomazia, storicamente, è nata in un mondo molto diverso, quello dell’Europa rinascimentale, quando tutti gli stati seguivano principi simili, quando le regole del gioco erano chiare, anche negli aspetti più spietati. Quando, invece, ci sono attori in campo con principi del tutto incompatibili, ogni tentativo diplomatico non è solo inefficace, ma addirittura deleterio.

Per chi vede il mondo in termini di forza, le logiche del politically correct, l’ossessione per la diversità e la crociata contro il cambiamento climatico non sono segno di progresso, ma chiari segnali di debolezza, tanto autolesionistici quanto gli eccessi nella lotta alla pandemia che hanno devastato le economie occidentali e fatto esplodere il debito pubblico. Come rischia di succedere tra Cina e Taiwan, l’autocrate del Cremlino ha scelto proprio questo momento per provare a chiudere i conti con un vicino scomodo, il momento peggiore dell’inverno, quando chiudere il rubinetto del gas potrebbe avere conseguenze devastanti sulle bollette dei cittadini europei.

La geopolitica, parafrasando Aristotele, rifugge il vuoto. L’incertezza, la debolezza di governi come quelli occidentali, più preoccupati di controllare i propri cittadini, cancellare il dissenso che di farsi portatori di quei valori che hanno fatto la fortuna della nostra civiltà, non fa che incoraggiare i peggiori regimi del mondo nel loro avventurismo. Nel mondo del “big data”, di governi che sognano il controllo totale, la fine del dissenso interno, la diplomazia non ha posto.

Senza una netta correzione di rotta, il mondo di domani vedrà queste crisi moltiplicarsi in numero e intensità, con i tanti problemi spazzati sotto il tappeto della storia che torneranno d’attualità. E questo, specialmente per chi ha ben presente quanto spietate e inumane siano le leggi della geopolitica, non può che essere il peggiore dei mondi possibili. L’alternativa al lezioso balletto della diplomazia è il macabro conto dei morti. A noi la scelta.

 

 

Foto: Ansa (ilGiornale.it)

1 Comment

  1. Non dico che abbia fatto bene, aggredire uno stato indipendente, chiunque lo faccia, é attitudiner imperialista. Ma mettiamoci nei suoi panni, la Nato, organisma di difesa, si é estesda dal mar baltico al mar nero, lasciando solo Bielorussia ed Ucraina. Con quest’ultima che voleva aggfregfarsdi, lo zar russo si é reso conto-+ che sarebbe diventato uno staterello relegato ad un ruolo secondario. E questo un russo, che si chiami Nicola, Giuseppe o Vladimiro, difficilmente lo può accettare. Ergo la reazione. Morale della favola, sugli atti negativi di Putin non si discute ma la responsabilità morale della Nato e dei suoi padroni USA è indiscutibile.

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