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C’è un giornalista toscano che vive e lavora a New York ed è molto conosciuto dal pubblico americano di lingua spagnola. Si chiama Filippo Ferretti, ha 42 anni e lavora per il network Univision. In Italia ha fatto diverse esperienze in tv, la più importante quella per Mtv. Da ragazzo ha anche lavorato per un circo, quello di Moira Orfei. Di recente Filippo ha vinto un premio importante, un Emmy Award, assegnatogli dall’Academy of Television Arts & Sciences per un’inchiesta che ha smascherato una truffa ai danni dei migranti, portata avanti da un uomo di chiesa.

Da quando vive negli Stati Uniti?

“Dal 2013. Sono stati anni belli, intensi, un’esperienza grandissima. Ora vivo e lavoro a New York, ma la mia esperienza americana parte dalla Florida, a Sarasota, piccola città affacciata sul golfo del Messico, vicino a Tampa”.

Come è arrivato negli Usa?

“È stato quasi per caso. Mi rendevo conto, in Italia, che non riuscivo a realizzare la mia passione, così un collega mi ha convinto a provare in Florida, dove mi trovavo per una vacanza. Ho iniziato, insieme a lui, a fare un giornale per la comunità italiana della città di Sarasota. Non è andata benissimo, non mi dava alcun tipo di sicurezza e il giornale, francamente, era abbastanza modesto. Abbiamo provato con una piattaforma online ma non è stata una passeggiata. Gli italiani in America sono un po’ gelosi e non è facile conquistare la loro fiducia. Arrivato in America con poco meno di mille dollari in tasca, senza conoscere bene la lingua, sentivo di avere l’acqua alla gola e ho fatto una vita un po’ difficile”.

Poi le cose sono migliorate…
“Sì, ho incontrato una persona che lavorava per un tg in spagnolo di una tv locale del network Univision, il più grande in lingua spagnola, e così mi sono trasferito a Tampa. Era la fine del 2014”.

Con la lingua se la cavava?

“Non proprio. Avevo studiato lo spagnolo all’università, ma era di tipo scolastico. Insomma, non un granché. Ho cominciato a studiare, leggere tantissimo e ascoltare tanta televisione. Dovevo migliorare, giorno dopo giorno, sia in inglese che in spagnolo. Devo dire che quando ho iniziato a lavorare per la tv un po’ di timore l’avevo, per la lingua. Mi hanno sostenuto, però, nonostante non fossi madrelingua spagnolo. La mia carriera è s tata tutto sommato veloce. Dai miei primi servizi per strada sono diventato inviato e poi conduttore del tg. Poi, un ulteriore salto, sono stato trasferito a New York”.

Ora conduce un tg. Le piace?

“È sempre stato il mio sogno, quello che più mi piaceva fare. Devo dire che riesco ad alternare sia la conduzione al tg che qualche servizio. Un equilibrio lavorativo che mi soddisfa”.

In questa sua bella esperienza, umana e professionale, cosa ritiene abbia fatto la differenza?

“Credo che la chiave di tutto sia stata la capacità di adattarsi. È stato decisivo. Non volevo venire negli Usa per fare qualunque cosa, tipo lavare i piatti. Per quello sarei rimasto in Italia. Avevo un sogno e desideravo poterlo realizzare. All’inizio, però, è stata dura. Ho provato una grande frustrazione nei primi due anni. In inglese capivo poco. Così ho cercato di studiare, ascoltare tanta televisione, leggere e… bittarmi nel parlare, vincendo la timidezza. Specie con l’inglese mi sentivo un po’ insicuro ma ho dovuto mettere da parte la vergogna e buttarmi. Sono arrivato, così, a intervistare persino il vicepresidente degli Stati Uniti, ovviamente parlando in inglese”.

Parliamo del premio. Se non sbaglio il riconoscimento è andato ad un’inchiesta con cui ha smascherato una truffa a danno dei migranti, che pagavano per avere documenti falsi…

“Sì, tutto è nato da un messaggio che ho ricevuto su Facebook. Ho iniziato a indagare e mi sono reso conto che era una storia piuttosto grande. In pratica c’era un pastore che, approfittando della buona fede che tutti gli prestavano, convinceva gli immigrati irregolari a farsi pagare delle somme per ottenere dei documenti. Quasi mille, in tutto, le persone truffate, per un introito illecito di circa sei milioni di dollari

Come faceva?

“Aveva escogitato un trucco attraverso la concessione di un permesso, provvisorio, per chiedere l’asilo politico. Terminato quel periodo quando venivano sottoposti a dei controlli la polizia scopriva che il visto non era valido e arrestava quelle persone. La notizia, quando è uscita, è stata ripresa da tutti i giornali, anche dal New York Times. Il pastore alla fine è stato condannato a più di venti anni di carcere”.

Cosa le manca di più della Toscana?

“Ad uno che nasce e vive per anni a Firenze non può non mancare la cultura, che in Italia si respira ovunque. Il legame culturale è la cosa più importante che mi manca. Da noi in Italia ogni pietra ha un significato. Quando sono arrivato in Florida, dove tutto è nuovo e moderno, senza storia, ho notato moltissimo la differenza. A New York le cose vanno un po’ meglio. Almeno ci sono dei bellissimi musei da poter visitare”.

E il cibo le manca?

“Ovviamente. In Florida è stato più duro riuscire a trovare cose buone italiane. Qui a New York, invece, ormai si trova tutto”.

Il cibo che le manca di più?

“Le lasagne della mamma”.

Che idea hanno gli americani della Toscana?

“Purtroppo c’è tanta ignoranza. L’Italia ha sempre guardato con molta attenzione agli Usa, qui invece non si guarda altrove. Ci sono ancora i vecchi cliché degli italiani tutti pizza, spaghetti e mandolino, oppure della costiera amalfitana. Mi dispiace molto, ad esempio, quando vedo dei prodotti alimentari venduti per italiani, ma che non lo sono affatto. Ad esempio la ricotta che assomiglia al gorgonzola, oppure alla mozzarella. C’è molta superficialità nei confronti dell’Italia, e lo stesso vale per la cultura. Non parlo solo della gente della strada, ma anche di chi ha studiato, come ad esempio alcuni colleghi. Può capitare di vedere un servizio sull’Italia in cui viene mostrata la Tour Eiffel. Sembra assurdo ma il livello è davvero basso. Credo dipenda dal sistema scolastico di base, che non ti insegna tante cose come la storia, la geografia”.

Cosa fa nel tempo libero?

“In questo periodo ho tutte le mattine libere, inizio a lavorare alle 14.30. Prima di tutto guardo quello che è successo in Italia, le notizie. Poi mi godo New York, che offre davvero tantissimo”.

In che zona vive?

“Vicino al Central Park”.

Come si vede tra dieci anni?

“Spero di continuare a fare il mio lavoro, a raccontare storie e ad essere utile alla comunità. Magari adattandomi alla tecnologia che cambia e muta anche il nostro lavoro”.

Nel suo passato c’è anche un lavoro per un circo… ce ne parla?

“Mi è sempre piaciuto il circo. Uno dei miei primi lavori è stato per quello di Moira Orfei. Un’esperienza formativa davvero bella e utile. Prima lavoravo in una copisteria. Un giorno, incontrando una persona, ebbi modo di avvicinarmi a questo mondo. Ho girato l’Italia di cima in fondo, occupandomi dell’ufficio stampa. Sono riuscito, inoltre, ad entrare in diverse realtà televisive, dove Moira Orfei veniva invitata”.

Poi quali altre esperienze ha fatto?
“Ho collaborato nella produzione di alcuni show Mediaset e, poi, ho iniziato a lavorare per Mtv Italia. È stata questa, credo, l’esperienza che poi mi ha aperto le strade negli Stati Uniti. Tra l’altro è stato lì che ho cominciato, un po’, a lavorare in spagnolo, anche se nella forma scritta, quindi sicuramente più facile. Per Mtv ho lavorato quasi cinque anni”.

Ogni quanto torna in Italia?
“Prima della pandemia tutti gli anni. Ora manco dal 2019. Avevo il biglietto prenotato per l’8 marzo 2020, quando furono bloccati i voli”.

A Firenze chi l’aspetta?
“Tutta la mia famiglia. I miei genitori, Mario e Mirella, e i miei fratelli, Claudia e Iacopo. Ovviamente anche gli amici”.

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