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Ilaria Clara Urciuoli

A poche ore dall’avvio del primo scrutinio per l’elezione del prossimo presidente della Repubblica vogliamo trattare questo tema attraverso il libro di Valdo Spini edito da Solferino dal titolo “Sul colle più alto”. L’autore – già docente di Storia delle relazioni economiche internazionali alla Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” dell’Università di Firenze, una lunga carriera politica che lo ha visto alla Camera dei Deputati dal 1979 al 2008 che lo ha portato nel 1993 a rivestire la carica di Ministro dell’ambiente, oggi presidente della Fondazione Circolo Fratelli Rosselli e dell’Associazione delle Istituzioni di Cultura Italiane (AICI) – ripercorre i lunghi anni che ci separano dalla nascita della Repubblica attraverso le figure dei capi di Stato, a partire da quelli provvisori per continuare poi con i dodici effettivi (per ognuno dei quali Spini ripercorre le vicende legate alla loro elezione) approdando quindi al quadro di ciò che rappresenta il nostro presente.

Attraverso la lettura di queste pagine chiare e scorrevoli accediamo con coinvolgimento ai quasi 80 anni di vita della Repubblica con una sintetica visione d’insieme dei contesti storico-politici che hanno condizionato l’elezione, ripercorrendo le varie dinamiche che hanno portato a un nome piuttosto che ad un altro. Troviamo qui ricostruito il “dietro le quinte” che oggi cronisti e opinionisti cercano nuovamente di svelare. Un libro dunque che illumina alcune dinamiche politiche (tra cui la strategia dei cosiddetti “franchi tiratori” che non di rado hanno stravolto i risultati delle urne) ma che è anche la storia, spesso avvincente, del nostro Paese. Siamo dunque davanti ad una narrazione/analisi organica suddivisa in capitoli, ognuno dei quali parte dal generale (il quadro storico-politico) per indagare la personalità alla quale è stata affidata la presidenza della Repubblica, delineando di volta in volta i tratti fondamentali dell’operato e quindi aggiungendo particolarità e curiosità che non sfuggono allo sguardo critico e lucido del politico Spini.

Questa narrazione, che altri farebbero partire con il nome di De Nicola, è qui fatta risalire ad Alcide De Gasperi, in virtù di quanto redatto nel decreto Luogotenenziale n. 48 del 16 marzo 1946, quello che sanciva le modalità delle elezioni del 2 e 3 giugno 1946: qui veniva indicato che in caso di vittoria della Repubblica dal giorno della proclamazione dei risultati e fino all’elezione del capo provvisorio dello Stato nella prima seduta dell’Assemblea Costituente, “le relative funzioni saranno esercitate dal Presidente del Consiglio dei ministri in carica nel giorno delle elezioni”. A rivestire tale carica era proprio Alcide De Gasperi che è subito chiamato a dare prova del suo carattere: una settimana dopo lo spoglio la Corte di Cassazione comunica i risultati della votazione ma non proclama la Repubblica attendendo di deliberare sui ricorsi presentati da Umberto II, da un mese re a seguito dell’abdicazione di Vittorio Emanuele III.

Il libro ripercorre le vicende che portarono alla proclamazione della Repubblica da parte del Consiglio dei Ministri presieduto da De Gasperi nella notte del 12 giugno (anticipando dunque la Corte di Cassazione) e mette in risalto le qualità evidenziate dal politico trentino nel braccio di ferro col potere regio. Al fondatore della Democrazia Cristiana sono dunque affidati i compiti di Capo di Stato fino alla nomina del capo provvisorio da parte dell’Assemblea Costituente i cui voti, il 28 giugno 1946, convergono su Enrico De Nicola, avvocato napoletano allontanatosi dalla scena politica negli anni più bui del fascismo, notabile privo di legami politici, con una solida preparazione giuridica e un ampio prestigio personale, ed inoltre monarchico. In quel momento la scelta di un monarchico è un segnale di distensione verso i tanti italiani che avevano sostenuto la monarchia. Il suo nome dunque prevale su quelli di Vittorio Emanuele Orlando (proposto da De Gasperi ma sul quale cade il veto di Togliatti) e Benedetto Croce (inviso alla DC per il suo essere eccessivamente laico): sul suo nome si realizza la sostanziale convergenza di tutte le forze politiche.

È alla fine del mandato di De Nicola che l’Italia si ritrova alle urne, il 18 aprile 1948, per eleggere il primo Parlamento della Repubblica: un appuntamento che segnerà la vittoria della DC e la sconfitta delle sinistre a poco più di un anno dalla scissione socialista dell’11 gennaio 1947; viene formato il quarto governo De Gasperi che, pur avendo la maggioranza assoluta, si associa a partiti laici (Psdi, Pli e Pri); sul piano internazionale assistiamo alla divisione del mondo in due blocchi: quello occidentale (guidato dagli Usa) e quello orientale dell’Urss. All’appuntamento per l’elezione del capo dello Stato De Gasperi punta su Sforza, torna (con forza) il nome di Enrico De Nicola e quello di Vittorio Emanuele Orlando; la sinistra spinge su Pieraccini. Le vicende, raccontate da Spini, vedranno trionfare al quarto scrutinio (quando è sufficiente la maggioranza assoluta dei componenti e non i due terzi come nelle prime votazioni) Luigi Einaudi: ostile al Fascismo, fondatore con Croce del Partito Liberale Italiano, monarchico eletto nella Costituente, europeista convinto, nonché – ricorda Spini – “persona di assoluta integrità, un grande economista di fama mondiale, aveva presieduto alla ricostruzione economica del secondo dopoguerra da ministro e da governatore della Banca d’Italia”.

Durante il suo mandato si trova a fronteggiare l’instabilità interna della Dc che vedrà l’ottavo governo De Gasperi privato della fiducia in Parlamento. Decisivo in questo momento il suo ruolo che gli fa guadagnare universale rispetto. Una curiosità: è il primo presidente a insediarsi al Quirinale, residenza prima dei papi, poi del re.

L’elezione del 1955 è la prima di cui si trasmette lo scrutinio in TV. Anche qui, come in quella precedente, è determinante il ruolo dei “franchi tiratori”; anche qui, come in quella precedente, il quarto scrutinio è quello definitivo che decreta la vittoria di Giovanni Gronchi, toscano formatosi nella lotta alla mezzadria, democristiano, che promuove l’attuazione di alcuni capitoli della Costituzione rimasti fino a quel momento inattuati (l’istituzione della Corte Costituzionale, del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro e del Consiglio Superiore della Magistratura. Le vicende politiche che interessano il governo travolgono la presidenza dello statista che “termina il suo settennato in modo del tutto diverso da come lo aveva inaugurato. Dopo i fatti del 1960 aveva perso il prestigio precedente e la sua collocazione politica di interlocutore privilegiato della sinistra: la sua influenza sugli avvenimenti che si svolsero dal luglio del 1960 alla fine del mandato (1962) fu minima”.

L’analisi continua con gli anni Sessanta, un momento di grandi speranze di riforme che possano modificare l’assetto economico e sociale di un paese ormai industrializzato. Le elezioni del 1962 risultano complesse e Antonio Segni (che resterà in carica solo due anni a causa di gravi problemi di salute) raggiunge la maggioranza solo al nono scrutinio. Nulla a confronto delle ventuno che saranno necessarie per Giuseppe Saragat, sintomo delle difficoltà politiche interne alla Dc e alla maggioranza di governo di centro-sinistra dopo la crisi del ‘64. Il suo settennato – afferma Spini – “si segnala per l’atlantismo in politica estera, per il rispetto della volontà del Parlamento e quindi del ruolo dei partiti nella gestione delle crisi di governo e per la condanna delle violenze di piazza. Non mancano dimostrazioni di vicinanza a popolazioni colpite da calamità naturali, come la visita a Firenze dopo l’alluvione del 1966 e l’ospitalità al Quirinale a famiglie di terremotati del Belice, o manifestazioni di solidarietà verso situazioni di lavoro particolarmente difficili. Pur tuttavia non riesce a sfondare dal punto di vista della popolarità tra le classi lavoratrici e più in generale tra gli ambienti di sinistra”.

Tra le elezioni politicamente più difficili c’è quella del successore di Saragat, Giovanni Leone, dove per la prima volta partecipano anche i rappresentanti delle Regioni costituite l’anno prima, nel 1970. Una campagna denigratoria molto dura porterà nel giugno del 1978 alle dimissioni. A questo episodio segue l’elezione di quello che è passato alla storia come “il presidente più amato dagli italiani”, Sandro Pertini che, a più di 81 anni, registra il maggior numero di consensi (832 su 995). La figura di questo uomo, combattente dell’antifascismo ed eroe della Resistenza, poi politico di rilievo e infine Presidente della Repubblica, è particolarmente cara a Spini che dedica molte e sentite pagine al racconto di questa figura, anche con episodi vissuti in prima persona. A Pertini seguirà, eletto al primo turno, Francesco Cossiga, il capo di Stato più giovane fino ad oggi, che viene descritto figura tuttora quanto mai controversa. Ministro degli interni durante i cinquantacinque giorni del sequestro Moro, si era poi dimesso dopo il suo assassinio assumendosi la responsabilità politica di non essere riuscito a liberarlo. Di lui come presidente del Consiglio si è già detto della richiesta del Pci di metterlo in stato di accusa. Un uomo indubbiamente di grande intelligenza e preparazione ma che nelle istituzioni aveva svolto ruoli che erano sempre stati molto discussi e che lo sarebbero stati ancor di più dopo.

Il settennato del suo successore Oscar Luigi Scalfaro si apre nel 1992 con la morte del giudice Paolo Borsellino e della sua scorta, episodio che sembra voler presagire le tante difficoltà che quest’uomo dalle profonde convinzioni religiose si troverà ad affrontare, non ultime quelle legate al compito di traghettare l’Italia nella Seconda Repubblica. Dopo di lui Carlo Azeglio Ciampi di cui oltre al suo operato Spini ricorda l’autocontrollo unito al sorriso e all’ottimismo che definisce sue grandi doti. A lui seguiranno i due mandati di Giorgio Napolitano, dal 2006 al 2013 e poi fino al 2015. Spartiacque il 2013, anno in cui si afferma nella vita politica (con il 23,79 per cento dei voti) il Movimento 5 Stelle. Il libro descrive l’elezione a presidente che segue quelle politiche come quella più travagliata della storia della Repubblica: terminerà con le sue dimissioni giunte al termine del semestre di presidenza italiana dell’Unione Europea. Napolitano, dopo Antonio Segni e Giovanni Leone è dunque il terzo presidente a dare le sue dimissioni.

Segue dal 2015 il settennato di Sergio Mattarella che “si è trovato a gestire un periodo quantomai complesso e difficile della vita politico-parlamentare e lo ha fatto con autorevolezza e determinazione lasciando la sua impronta sulle vicende politico-costituzionali di questi anni e trovando un crescente consenso nell’opinione pubblica”.

Inevitabilmente arriviamo all’evento che stravolge la nostra contemporaneità, il Covid-19, all’interno del quale la perdita da parte del governo Conte II della maggioranza assoluta in Parlamento non può risolversi con elezioni anticipate. Mattarella chiama allora la personalità italiana di maggior rilievo internazionale, Mario Draghi, rivolgendo un drammatico appello a tutte le forze politiche affinché lo sostengano.

Valdo Spini non si esime dall’analisi del quadro attuale individuando difficoltà (aumento di disuguaglianze e povertà in un’Italia fanalino di coda dell’Europa quanto a tasso di crescita, calo di istruzione e formazione, la difficile gestione del processo di delocalizzazione delle imprese, situazioni di complessa gestione come l’Ilva e il Monte dei Paschi) e obiettivi (crescita del paese, inclusione sociale e riconversione ecologica trasversale a tutti i settori dell’economia). Nella sua visione imprescindibile è il richiamo all’etica e al senso di responsabilità: “Bisogna passare da una concezione liberale a una socialista-liberale che sappia conciliare la creatività dell’iniziativa economica con l’etica del senso di responsabilità collettiva verso la società.

Un’etica nuova della cittadinanza dopo tanti appelli al particolare territoriale o sociale”. E più avanti, riferendosi al futuro presidente, “deve conoscere profondamente il Paese in tutti i suoi risvolti e amarlo profondamente. Deve presiedere a una ricostruzione non solo economica, sociale e ambientale, ma anche m e soprattutto, etica della politica e dei partiti”. E ancora: “Il nuovo settennato dovrà favorire, indirizzare, stimolare una stabilizzazione del sistema politico italiano e una rivitalizzazione del rapporto delle forze politiche con l’elettorato”.

Un libro interessante, dunque, non solo sul piano storico-politico ma anche su quello di sensibilizzazione sulle vicende politiche della nostra Italia.

Ilaria Clara Urciuoli

 

Foto: Ansa (ilGiornale.it)

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