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Luca Bocci

L’accusa che viene spesso rivolta a noi toscani è quella di essere fin troppo innamorati della nostra storia, tanto da renderci degli inguaribili conservatori, pronti a salire sulle barricate per difendere anche il più insignificante cimelio del passato. La risposta tipica del toscano medio gronda superbia e malcelato disprezzo: “Se la vostra regione non facesse pena, lo fareste anche voi” – e via di sberleffi e prese per i fondelli. Per come la vediamo noi non è una questione di campanilismo. La nostra storia, anche quella minore del più piccolo dei paesini sperduti tra le colline, merita di essere difesa sì perché è straordinaria, ma soprattutto perché è nostra, è quello che ci rende quello che siamo. Sì, forse saremo un attimo innamorati del nostro passato perché il presente non ci entusiasma, perché ricordare quando eravamo il centro dell’universo culturale ed economico stuzzica il nostro orgoglio, ma non ci vediamo niente di male. Eppure questa difesa ad oltranza della toscanità sembra fermarsi di fronte ad un evento particolare, peraltro uno dei più significativi che abbia mai coinvolto la nostra regione. Si litiga ancora oggi per la battaglia di Montaperti o per la repressione della Seconda Repubblica Pisana, cittadine vicine si rinfacciano torti vecchi di sette secoli ma ben pochi parlano di quando Firenze divenne la capitale del neonato Regno d’Italia. Ma come? I fiorentini che perdono un’occasione per vantarsi della propria superiorità? Qualcosa non torna.

Sebbene tutti l’abbiamo studiato a scuola, i pochi anni che videro la città del Giglio assurgere al ruolo di capitale d’Italia sono sempre trattati come una nota a margine, una bizzarria della storia, una breve parentesi tra l’Unificazione e la breccia di Porta Pia. Niente di più sbagliato. Gli anni di Firenze capitale ebbero enormi ripercussioni sulla città e sull’intera regione, cambiando per sempre il volto della culla del Rinascimento e lo stesso carattere dei fiorentini. Ecco perché, questa settimana, abbiamo deciso di raccontarvi la storia di Firenze capitale, un disastro che molti preferiscono dimenticare.

Qualcuno di voi ricorderà dalle lezioni di storia come la cosiddetta “questione romana” fosse la principale patata bollente che i dirigenti dell’Italia unita avevano sul tavolo. Se patrioti e nazionalisti consideravano Roma la “capitale naturale” del nuovo stato, la stessa Francia che aveva aiutato i Savoia a cacciare gli Austriaci non ne voleva proprio sapere. Napoleone III, principalmente per tenersi buoni i conservatori cattolici della Francia profonda, si era erto a protettore del Papa, alternando discorsi roboanti ad invii di truppe armate fino ai denti nella Città Eterna. La guarnigione francese era un vero e proprio affronto all’indipendenza del neonato stato unitario, una questione che andava risolta al più presto. Dopo lunghe trattative, il 15 settembre 1864 si giunse ad un accordo tra Francia e Italia, i cosiddetti accordi di Fontainebleau. Napoleone III avrebbe ritirato le truppe a protezione del Papa solo quando il Regno d’Italia avesse accettato di non invadere lo Stato della Chiesa. Il nuovo governo Minghetti provò disperatamente a vendere questi accordi come una grande vittoria, ma nel giro di qualche giorno il più controverso degli accordi segreti a corollario fu reso di pubblico dominio, causando costernazione e scandalo. Entro sei mesi Torino non doveva essere più la capitale del regno, senza se e senza ma.

La reazione nella città fu ben peggiore di quella che ci si poteva aspettare. Il 20 migliaia di persone si riunirono in centro al grido di “Roma o Torino”, mettendo in serio imbarazzo le autorità torinesi. Quando il giorno dopo una folla ancora più imponente occupò Piazza San Carlo, la reazione della polizia fu inevitabile. La protesta pacifica degenerò in una vera e propria guerriglia urbana che continuò per due giorni. Il bilancio fa rabbrividire: 59 morti, 187 feriti, molti dei quali poliziotti. Il bagno di sangue a Torino fu il colpo di grazia per il governo Minghetti ma non era che la punta dell’iceberg. ASCOLTA LA STORIA

L’opposizione al cambio di capitale non era una questione di pancia, aveva radici economiche e politiche molto solide. Da un lato c’era la burocrazia statale, in gran parte piemontese, che non voleva saperne di cambiare casa. Dall’altro le potenti lobby economiche, che avevano tratto enormi profitti dall’unificazione della penisola e non volevano certo perdere gli appalti per la nuova capitale. Nonostante l’opposizione, il governo era con le spalle al muro. Una capitale andava trovata e in fretta. Tre le possibili opzioni, ognuna con vantaggi e svantaggi: Bologna, Firenze o Napoli. La corte, che aveva sempre guardato con malcelata invidia la splendida reggia di Caserta, avrebbe preferito la città partenopea ma le forze armate non erano molto entusiaste. Una città sul mare sarebbe stata difficile da difendere, viste le condizioni non ottimali della flotta italiana. Per non parlare poi del brigantaggio e dei lealisti borbonici che continuavano ad infiammare buona parte del Sud Italia. Meglio evitare. Bologna sarebbe stata più facile da difendere e vicina al cuore industriale della nuova nazione ma fino a pochi anni prima era stata sotto il controllo del Papa. Spostarvi la capitale sarebbe stato visto come un affronto.

Firenze rimaneva quindi l’unica opzione, un punto d’incontro naturale tra il nord ed il sud della penisola. Non mancavano però i detrattori, tra i quali molti toscani. Bettino Ricasoli, dalle pagine del suo nuovo giornale “La Nazione”, non nascondeva i propri dubbi. Lo spostamento della capitale all’ombra del Duomo era “una tazza di veleno che ci tocca sorbire”. Giosuè Carducci era altrettanto pessimista. “La Convenzione di settembre e le sue conseguenze hanno creato uno stato di cose che i piemontesi aborrono, che i toscani non si aspettavano, non desideravano, né l’han caro…”. C’era anche qualche sostenitore, ma non certo entusiasta. Lo stesso Massimo d’Azeglio, padre della patria piemontese, sembra provare a fare buon viso a cattivo gioco. Se proprio non si poteva traslocare a Roma, Firenze andava bene, visto che è il centro della lingua ed è alla giusta distanza dalle estremità della penisola. Il suo panegirico sembra una difesa d’ufficio. Firenze è “popolata di uomini ingegnosi, temperati, civili. Il governo potrebbe trovarci salubre e sicuro ambiente”.

In mancanza di migliori alternative, il trasferimento fu approvato, ma non fu certo tranquillo. Il 30 gennaio 1865, data del primo grande ballo del nuovo anno, una folla inferocita provò a forzare l’ingresso di Palazzo Reale. Per evitare il massacro di pochi mesi prima, furono fatte convergere truppe dal resto della città ma non servì a molto. La protesta, al grido di “reggia da vendere, padrone da appendere”, salì rapidamente di tono quando gli invitati iniziarono ad arrivare. La folla, raccolta a ridosso del cancello palagiano, passò dai fischi ad una fitta sassaiola nel giro di pochi minuti. Le carrozze fecero quindi marcia indietro, attirando l’attenzione del “re soldato”, che osservò il caos dalle proprie finestre. Quando arrivò l’ordine di disperdere la folla, costi quel che costi, l’ordine degli ufficiali di avanzare fu ignorato dai soldati della Guardia Nazionale, che rimasero immobili, baionetta in canna, senza fare fuoco. Il bagno di sangue fu evitato, ma il gran ballo fu un fallimento totale.

Nemmeno i fedelissimi della corona, i Cavalieri della Santissima Annunziata, se la sentirono di forzare il blocco – un’umiliazione senza precedenti per casa Savoia. Vittorio Emanuele II non la prese benissimo. Il giorno dopo, accompagnato solo dal Presidente del Consiglio Alfonso La Marmora, in una vettura scoperta e senza scorta, uscì dal palazzo e si trasferì al castello di Moncalieri, uno schiaffo morale alla popolazione torinese che l’aveva tradito. Dopo 302 anni era il tramonto definitivo dell’antica corte sabauda. I piani per il trasferimento a Firenze furono accelerati, scegliendo una data simbolica per l’addio a Torino, il 3 febbraio, lo stesso giorno in cui Emanuele Filiberto, l’eroe di San Quintino, al braccio della consorte Margherita di Valois, nel 1563, era entrato solennemente nella nuova capitale del ducato sabaudo. Transitando per Piacenza e Bologna, e poi sulla ferrovia Porrettana da poco inaugurata, Vittorio Emanuele II giunse alla stazione di Firenze alle dieci e mezza di sera, accompagnato oltreché da La Marmora, dal ministro dell’istruzione barone Natoli, e da quasi tutti i componenti delle sue case civili e militari.

La cronaca del giornalista Ugo Pesci merita un posto d’onore nelle pagine della propaganda di governo. Ve ne riproponiamo i passaggi più significativi. “L’orribile stazione di Firenze fu sfarzosamente illuminata e addobbata per ricevere degnamente il re. Tutti i senatori e i deputati della ‘nuova capitale’, le autorità civili, militari e municipali, oltre a moltissimi dei più ragguardevoli cittadini, per ore si erano assiepati sulla banchina del binario per attendere frementi l’arrivo del sovrano. E Vittorio Emanuele “fu gradevolmente sorpreso e commosso della affettuosa accoglienza che, specie a quell’ora, non si aspettava”.

Per manifestare più eloquentemente i suoi sentimenti, “con insolita effusione”, in un raro slancio di tenerezza, il “re soldato” abbracciò “il più onorando fra i presenti, il vecchio e cieco senatore Gino Capponi”. Poi cominciò il tripudio nelle strade di Firenze; le entusiastiche acclamazioni della folla; la scenografia sfarzosa con le vie che conducevano dalla stazione a Palazzo Pitti – “alcune delle quali molto anguste” – illuminate, imbandierate e gremite di popolo festante; le legioni della Guardia nazionale schierate in pompa magna a fare ala al corteo. E in via Tornabuoni era tale la ressa che la carrozza reale dovette procedere a rilento, circondata poi dai soci del Club dell’Unione e del Casino Borghese – “vale a dire dai rappresentanti della nobiltà e della migliore borghesia” – che, “torcetti di cera” in mano, fecero strada al monarca verso la sua nuova residenza alle pendici della collina di Montecucco. Giunto alla reggia, Vittorio Emanuele, a causa delle “insistenti acclamazioni del popolo”, fu obbligato più volte ad affacciarsi dal balcone. E “la mezzanotte era già suonata da un pezzo, quando tacquero i festosi rumori di quella spontanea e affettuosa accoglienza”. Salvata la faccia, il primo re d’Italia non ci mise molto a dileguarsi dalla sua nuova capitale. Il giorno dopo era già nella tenuta di San Rossore, vicino Pisa, impegnato in una battuta di caccia. I fiorentini non la presero benissimo, ma si abituarono in fretta…

Ci volle qualche tempo per sistemare le varie istituzioni in città. La famiglia reale si prese Palazzo Pitti, mentre la Camera occupò il Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio, dove peraltro si era stabilito anche il ministero degli Esteri. Il Senato prese possesso degli Uffizi, mentre il Presidente del Consiglio e il ministero degli Interni furono costretti a spartirsi Palazzo Medici Riccardi. La prima seduta del nuovo parlamento avvenne il 18 novembre 1865, inaugurando ufficialmente la nuova capitale. Le cose andarono decisamente meno lisce quando si trattò di trovare posto alle varie ambasciate dei paesi stranieri e ai corpi diplomatici in arrivo da Torino.

Lo stesso Ugo Pesci, nel suo libro del 1904 “Firenze Capitale” traccia una serie di brillanti ritratti dei ministri e di alcuni consiglieri delle varie legazioni, offrendo tuttavia scarsi indizi per localizzare le sedi. Diverse centinaia di diplomatici trovarono alloggio nelle ville dei dintorni, altri in città, dove ovviamente erano le legazioni. Nessuno ricorda bene dove si stabilirono i vari ambasciatori. La legazione francese era in Corso Italia, ma il barone Joseph de Maleret aveva preso in affitto “un vasto terreno del nuovo palazzo che nell’ultimo Lung’Arno verso le Cascine aveva costruito e molto onorevolmente adornato di belle pitture e di mobili Madama Dauguerre, moglie di un olandese da lungo tempo qui domiciliato”. Nel giro di qualche mese, buona parte dei palazzi più prestigiosi della capitale furono presi d’assalto dalle varie legazioni. I Britannici finirono in via dei Servi, nel palazzo Niccolini, i prussiani in via del Proconsolo, in palazzo Pazzi della Congiura, i russi in via Ghibellina, nel palazzo Baldinucci e così via. Alcune delle residenze private degli ambasciatori ospitarono eventi sociali sfarzosi certo non comuni all’ombra del Duomo.

Uno sfarzo che fece sicuramente storcere il naso all’aristocrazia fiorentina, incapace di reggere il passo rispetto ai gonfi portafogli delle varie legazioni straniere. Tutti si resero presto conto che la struttura medievale di Firenze non era certo in linea con le tendenze del tempo. Fino a quando era rimasta una sonnecchiosa città di provincia, le strade che avevano visto i maestri del Rinascimento camminare andavano benissimo, ma ora che gli occhi di tutta Europa vi erano puntati, non sembravano più così affascinanti. Nel giro di pochi mesi fu ingaggiato un architetto di grido, Giuseppe Poggi e fu dato il via ad un piano di lavori senza precedenti, che cambiò per sempre il volto di Firenze. Le mura antiche, che erano riuscite a sopravvivere a fior di assedi, furono demolite, lasciando posto a quegli ampi viali che oggi sono costantemente pieni di macchine in fila. Una volta copiati i boulevard parigini, ci voleva anche un bel piazzale panoramico. Nacque così Piazzale Michelangelo. Le Cascine, fin dal medioevo erano state sempre usate come piazza d’armi dove far esercitare la milizia cittadina. Ora sarebbero diventate la copia in piccolo del Bois de Boulogne, un polmone verde inconsueto e malvisto dai fiorentini. A cosa serve un parco in città? Ci sono le colline vicino, le ville in campagna! Niente da fare, il parco venne fatto lo stesso. I lavori si moltiplicarono ovunque, con giardini che prendevano il posto di palazzi antichi ed ogni genere di offesa al volto medievale della città.

La cosa che però preoccupò molto i fiorentini fu il fatto che di gente nuova iniziò ad arrivarne parecchia. Nel giro di pochi anni la popolazione e la superficie della città crebbero del 58%, un vero e proprio boom immobiliare, caotico, non pianificato. I cantieri causarono più di un problema ai fiorentini ma oltre ai disagi le conseguenze peggiori colpirono le loro tasche. Gli affitti aumentarono dal 50 al 75% in pochi anni, trascinando con sé i prezzi del cibo e degli altri generi di prima necessità. Per non parlare poi dei costi degli enormi lavori pubblici che stavano rivoluzionando la città. La corte ed il governo centrale promisero che avrebbero contribuito ma non specificarono mai come e quanto. Alla fine il governo cittadino fu costretto ad alzare le tasse ma non riuscì comunque ad evitare enormi voragini in bilancio che avrebbero perseguitato Firenze per decenni.

Carlo Collodi, il padre di Pinocchio, fu uno dei primi a capire che l’ossessione di rifare il volto di Firenze sarebbe stata una iattura non solo per la città del Giglio ma per l’intera Toscana. Come il suo Grillo Parlante, anche lui fu ignorato. Si continuò a spendere e spandere, fino a quando il peso dei debiti costrinse il comune di Firenze a dichiarare bancarotta. Poco male, dissero i soliti ottimisti. Ci penserà il governo ed il re a ripianare i debiti. Certo, come no… chi visse sperando morì non si può dire.

Alla fine, quella che era stata pensata come la capitale eterna del nuovo regno, durò solo sei anni, travolta da eventi avvenuti molto lontano. Dopo la vittoria sull’Austria-Ungheria nella guerra del 1866, i rapporti con la Francia volsero rapidamente al peggio. Nel 1867, dopo che i volontari di Garibaldi furono sconfitti a Mentana dalle forze papali e da truppe non regolari francesi, Napoleone III denunciò il trattato di Fontainebleau riaprendo di colpo la questione romana. Alla fine a precipitare gli eventi non furono i patrioti italiani ma le truppe prussiane di Von Moltke, che misero fine al secondo impero francese nel 1870. La disfatta francese lasciò mano libera all’Italia, che il 20 settembre dello stesso anno occupò la Città Eterna, completando di fatto l’unificazione della penisola. Da quel momento il destino di Firenze fu segnato.

Dopo che la legge sulle guarentigie fu firmata dal governo Lanza, la strada per il passaggio della capitale a Roma fu spalancata, con pesanti conseguenze in tutta la Toscana. Così com’erano venuti, burocrati, militari e diplomatici lasciarono la città del Duomo, seguiti da banchieri, industriali e chi più ne ha più ne metta. Il nuovo trasloco fu una catastrofe per i palazzinari che si erano pesantemente indebitati per costruire dal nulla centinaia di nuovi appartamenti. Le bancarotte si sprecarono, mettendo a rischio più di una banca locale. Interi quartieri appena costruiti si svuotarono in pochi mesi, mentre per i palazzi più prestigiosi in centro ci vollero decenni prima di trovare nuovi inquilini. I fiorentini furono colpiti duramente ma ostentarono la massima indifferenza.

In quei mesi difficili, divenne popolare un detto, esempio massimo della protervia degli abitanti della città del Giglio. “Torino piange quando il Prence parte, / e Roma esulta quando il Prence arriva. / Firenze, culla della poesia e dell’arte, / se ne infischia quando giunge e quando parte.”. In fondo, al fiorentino medio l’arrivo di così tanti foresti aveva dato fastidio più che altro. La sua città gli era sempre andata benissimo com’era, senza bisogno che arrivassero stranieri a trasformarla a loro immagine e somiglianza.

A pagare il prezzo più alto furono invece gli entusiasti della prima ora, quelli che avevano creduto fermamente che la nuova era gli avrebbe portato ricchezze e prestigio inimmaginabili fino a pochi anni prima. Nessuno però pagò un conto così salato come il sindaco di Firenze Ubaldino Peruzzi. Proprio lui che era stato il principale sponsor dei grandi lavori pubblici fu colto in contropiede quando il governo nazionale fece sapere ai fiorentini che, alla fine, sarebbero stati loro a dover pagare tutti i debiti. Roma andava rifatta e le casse del governo piangevano miseria. Visto che “noblesse oblige”, l’ultimo rappresentante di una delle più grandi famiglie fiorentine fece buon viso a cattivo gioco, offrendosi di pagare di tasca propria buona parte dei debiti del comune.

Cosa dite? La solita sparata ad uso della stampa? Il solito furbastro di politico che fa grandi promesse prima di trovare una scappatoia? Eh no, gente, il buon Ubaldino non era il solito politico toscano. Non solo promise di pagare di tasca propria, ma lo fece sul serio. Pagò tutto quel che poteva pagare, svendendo le proprietà di famiglia pur di salvare la faccia. Alla fine morì senza il becco d’un quattrino ma con la reputazione intonsa. D’altro canto non era la prima volta che la sua famiglia veniva fregata da un governo. Cinque secoli prima, i Peruzzi ed i loro alleati Bardi dirigevano la banca più potente d’Europa. Dopo aver finanziato le guerre e le spese pazze di monarchi e principi vari, commisero l’errore di fidarsi della parola del Re d’Inghilterra. Edoardo III si era appena imbarcato nella faida col Re di Francia che sarebbe diventata la Guerra dei Cent’anni ed aveva bisogno di grosse somme di denaro per evitare di dover concedere altro potere ai baroni del regno e costruire una grande alleanza. La banca fiorentina gli concesse una somma enorme, che alcuni stimano in quasi due milioni di fiorini ma quando gli alleati comprati a caro prezzo lasciarono Edoardo III da solo, fu costretto a rimandare il pagamento dei propri debiti. Alla fine, caso più unico che raro, furono i Peruzzi, che dichiararono bancarotta nel 1343, in quello che sarebbe diventato il più grande sconquasso finanziario del basso medioevo. Proprio vero che chi non conosce la storia è costretto a ripetere gli stessi errori.

Firenze capitale, insomma, fu un disastro senza precedenti ma marcò comunque un passaggio chiave nella storia dell’unità d’Italia. Se fino al 1864 molti Italiani erano convinti che i Piemontesi volessero imporre i propri valori e le proprie abitudini sul resto della penisola, le cose iniziarono a cambiare quando la corte si trasferì a Firenze. I torinesi non si erano mai sentiti italiani e non nascondevano il proprio disprezzo per i “cugini”. La contessa di Sambuy ebbe a dire che “l’Italia dovrebbe stare dov’è. Nel nostro piccolo Piemonte stavamo benissimo senza questi fratellastri”. Il presidente del Senato dell’epoca ebbe a dire che i torinesi “si vantavano di non essere italiani. Volevano essere diversi, si sentivano un misto tra le tradizioni italiane e francesi”. L’ordine e la calma del Piemonte erano in aperto contrasto con il carattere del resto della penisola. Fino a quando Torino fu al timone della nuova nazione, la frattura tra piemontesi ed italiani non fece che allargarsi. Il trasferimento a Firenze consentì alle varie anime di incontrarsi ed iniziare il lungo e complicato cammino verso un’identità nazionale condivisa. Un passo importante che però ebbe conseguenze pesantissime su Firenze e sul resto della regione. Il costo dei grandi lavori pubblici fu una palla al piede per la città ed il circondario, bloccando sul nascere l’industrializzazione della regione.

C’è chi dice che fu proprio questo ritardo a far perdere alla Toscana il treno della crescita nei confronti del triangolo industriale del Nord. Altri invece pensano che i grandi lavori resero Firenze più vivibile, meno provinciale, una città dal respiro europeo che rimase quindi in grado di attirare turisti da tutto il mondo. Molti fiorentini continuano a pensare che queste grandi opere abbiano ucciso per sempre il carattere più genuino della città, quell’anima rinascimentale che male si accomuna alla modernità ottocentesca. C’è anche chi dice che il boom immobiliare distrusse per sempre il tessuto sociale cittadino, scavando un fossato tra il centro storico e le periferie.

La discussione è ancora aperta ma una cosa è certa: a nessun fiorentino fa piacere ricordare quel periodo storico. Perché? Onestamente non saprei. Forse ai Fiorentini le cose vanno bene così. Gli stranieri vanno bene, ma con moderazione – preferibilmente con portafogli gonfi e pochi giorni per vedere tutto. Ministeri, ambasciate, meglio che stiano altrove – tanto, per loro, Firenze sarà sempre la capitale del mondo. E chi non la pensa come loro, peste lo colga.

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