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Un uomo straordinario, che viveva la genialità in maniera del tutto ordinaria, non poteva che dar vita a una scuola dove il merito era norma fondante. Non poteva essere altri che lui, Napoleone Bonaparte, il “piccolo caporale” nativo di Ajaccio, il condottiero che brandiva la spada e l’esprit, a istituire la Scuola Normale di Pisa. Una delle eccellenze, termine passepartout per avvalorare a proposito oppure impropriamente tante e troppe realtà del nostro Belpaese. Per l’istituto sorto per decreto napoleonico il 18 ottobre 1810, eccellenza è termine quasi inadeguato, sicuramente restrittivo.

Nato come “pensionato accademico” per gli studenti universitari, la Scuola Normale all’inizio mise a disposizione venticinque posti a concorso per studenti delle facoltà di Lettere e Scienze onde creare una succursale dell’Ecole Normale Supérieure di Parigi. Mica una scuola qualunque: vi accedevano i migliori alunni – di età compresa fra i diciassette e i ventiquattro anni – selezionati al termine dei corsi liceali.

Una scuola, la Normale, come ormai è comunemente conosciuta, che fra i suoi alunni ha avuto tre Premi Nobel: due per la Fisica come Enrico Fermi e Carlo Rubbia; e uno per la Letteratura nella persona di Giosuè Carducci. Come se non bastasse, alla Normale hanno studiato due Presidenti della Repubblica: Giovanni Gronchi e Carlo Azeglio Ciampi. E pensare che lo stesso fondatore, Napoleone Bonaparte, figlio di Carlo Maria Buonaparte, avvocato laureato all’Università di Pisa e con lontani parenti a San Miniato, fu presidente della Repubblica Italiana. Intendiamoci bene, presidente dal 1802 al 1805 di quella Repubblica Italiana entità politico-amministrativa, erede della Repubblica Cisalpina, stato satellite della Repubblica Francese.

Facitore della storia, uno fra i padri fondatori dell’Europa moderna, Napoleone Bonaparte da militare e da statista di levatura eccezionale comprese con lungimiranza come affrontare un problema che tuttora affligge la nostra patria “sì bella e perduta” da decenni e decenni di immobilismo politico-amministrativo: la formazione della cosiddetta classe dirigente. E scusate se è poco. Non sarà il problema principale, ma è un nodo serio. Tanto serio che, in realtà, anche e soprattutto coloro che ogni giorno si riempiono la bocca con la tanto decantata meritocrazia, si guardano bene dall’affrontare e risolvere realmente.

Parole, parole, parole… Sembra ormai che parlino per far prendere aria ai denti. Ma la speranza, si sa, è l’ultima a morire. Auspicare, desiderare, sognare che le cose prima o poi possano cambiare è sempre una palestra di normalità. Una cosa normale…

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Buccia di Spritz / La sostenibile leggerezza dell’esistente tra cronaca, storia e commento (di Maurizio Sessa)

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