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Ha ancora una gran voglia di parlare di politica Giacomo Maccheroni, 85 anni il 1° agosto, ex sindaco di Pontedera, poi consigliere e assessore regionale e infine parlamentare. Socialista da sempre, in una recente tavola rotonda organizzata da Paola Viegi con L’Arno.it l’ex deputato del Garofano ci ha aiutato a ricostruire gli anni della Prima Repubblica e la figura di Bettino Craxi, il leader del Psi morto ad Hammamet nel gennaio del 2000.

In una recente intervista a Repubblica Massimo D’Alema ha dichiarato che il Pci è sempre stato riformista, pur senza manifestarlo pubblicamente. Cosa ne pensa?
Il Pci non è mai stato riformista. Per essere riformisti, infatti, bisognava essere socialisti. Un tempo i comunisti dicevano “vogliamo fare come la Russia”. E Turati replicava: “La classe operaia italiana è davvero nelle condizioni di poter fare come in Russia?”.

Come andavano le cose fra socialisti e comunisti nella Toscana degli anni Settanta?
I rapporti in Toscana sono sempre stati buoni. Ricordo che a Pisa a livello provinciale per evitare rischi di rotture approvammo un documento in cui si affermava che nelle questioni di politica nazionale e internazionale i nostri partiti, Psi e Pci, dovevano mantenere ciascuno la propria autonomia. Così riuscimmo a salvare le sorti di diverse amministrazioni comunali, potendo votare ognuno, i propri documenti.

Con l’arrivo di Craxi a Palazzo Chigi, nel 1983, cambiò qualcosa a livello locale tra le forze di sinistra? I rapporti, in alcuni casi furono molto tesi (vedi referendum sulla Scala mobile). Come si viveva questa ostilità a Pisa e in Toscana?
Parlando di Pisa il Governo Craxi fu un’esperienza molto positiva per noi. Ovviamente eravamo orgogliosi della nostra leadership a livello nazionale e del fatto che il nostro partito esprimesse il presidente del Consiglio, ma non abbiamo mai avuto nell’animo l’arroganza di sentirci superiori agli altri. E non avremmo mai voluto avere problemi con le amministrazioni locali e il sindacato. Spesso accusavano noi socialisti di essere arroganti, ma non era vero. Anzi, a volte abbiamo subito noi l’arroganza delle altre forze politiche.

Nel 1985 a Pisa i socialisti ruppero l’alleanza con il Pci (che durava da quindici anni) e, d’intesa con i repubblicani e i liberali, con l’appoggio esterno della Dc, nominarono Oriano Ripoli sindaco di Pisa. Il Pci, che parlò espressamente di operazione trasformista…
Mi ricordo molto bene quella notte. L’amministrazione comunale di Pisa è sempre stata una tragedia. Per anni e anni non si è mai riusciti ad avere una maggioranza stabile. Del resto avendo a che fare con i piccoli partiti è sempre difficile. Sono piccoli ma aprono spesso e volentieri le crisi. Questo avveniva una volta ma, come anche si è visto di recente, anche oggi. Ma torniamo al voto su Ripoli. Eravamo riuniti in una stanza, il candidato del Psi era Renzo Lupetti, che però aspirando ad altri incarichi (la Cassa di Risparmio di Pisa, ndr) rinunciò a Palazzo Gambacorti. Così l’incarico fu affidato a Ripoli.

Quale fu, a suo avviso, l’intuizione più grande di Bettino Craxi?
Consolidare l’autonomia riformista, respingendo il maledetto vizio di sentirsi minoritari nella sinistra italiana. Non dovevamo cedere, mantenendo alta l’autonomia. Era fondamentale per tutta la sinistra.

E quale fu, invece, l’errore maggiore del leader socialista?
Quando si vince si pensa di vincere per sempre, ma non è vero, in politica ci sono sempre le stagioni. Craxi pensava che fosse risolta la questione, senza tener conto che bisognava sempre considerare la situazione internazionale, a partite dall’Europa. Quando per il Psi iniziarono i problemi il socialismo andò avanti con successo in tutto il Continente. Era la grande lezione che ci dava Pietro Nenni ogni domenica nei suoi editoriali sull’Avanti!, cercando sempre di commisurare una realtà tutto sommato abbastanza piccola come quella italiana al livello europeo.

Spesso si fanno confronti tra la prima e la seconda Repubblica. Ci può raccontare com’era la vita in sezione o in federazione? Era davvero molto diverso il rapporto tra cittadini e politica rispetto a oggi?
Tra noi e i comunisti avevamo in mano tutte le amministrazioni della provincia di Pisa. Io ero responsabile provinciale dei socialisti. Parlavamo spesso con la federazione comunista. Loro avevano un salottino più bello del nostro (sorride). Ricordo ancora bene che un giorno approvammo un documento comune, per il governo del territorio. C’era una buona intesa a livello locale. Sulla classe politica locale devo dire che abbiamo avuto, in provincia, anche assessori poco istruiti, che a malapena sapevano fare la firma, ma avevano grande esperienza e cervello. Meno male che decidemmo di lasciare qualcuno di questi anziani nelle amministrazioni, perché certi giovani, anche se muniti di titoli di studio, a volte erano più duri delle pine (pigne, ndr).

Che idea si è fatto, a distanza di 29 anni, rispetto a Tangentopoli e a Mani Pulite? 
Ci fu un preciso indirizzo da parte della magistratura, e il Pci senza dubbio assecondò quella parte della magistratura politicizzata. Del resto Berlinguer aveva detto che non avrebbe mai voluto allearsi con i socialisti e fece di tutto per dare il via al compromesso storico, che stroncò l’unità della sinistra italiana.

Perché la cosiddetta “diaspora socialista” non è mai finita? Era/è davvero impossibile per i socialisti costruire una casa comune e vivere sotto lo stesso tetto? 
È difficile, forse è nella natura stessa. Per essere socialisti bisogna riconoscersi in alcuni principi che contrastano con il Pci. Per loro la prima cosa era il partito, che veniva sopra a tutto. Per noi, invece, il partito era uno strumento, una macchina. Ma se il partito diceva una cosa sbagliata bisognava dirlo e darsi da fare per fargli cambiare idea.

C’è un ricordo personale o un aneddoto curioso su Bettino Craxi che vi va di raccontare?
Devo dire che ho sempre avuto un buon rapporto con lui. Ricordo che, dopo che ero stato eletto alla Camera dei deputati, avevo preso due stanze in affitto in via del Corso, a Roma, proprio vicino alla sede della direzione nazionale del Psi. Un giorno mi trovavo per strada e sentii arrivare delle autoblu. Da una di queste scese Craxi che mi fece cenno di avvicinarmi. Io inizialmente ero un po’ incredulo, lì per lì non capivo, ma poi mi resi conto che ce l’aveva proprio con me. Salimmo insieme in direzione e iniziammo a conversare di politica. A un certo punto, ricordo che eravamo seduti nel suo ufficio, dopo aver fatto un rapido calcolo su un foglio Bettino pronunciò questa frase: “Mi dicono di fare il governo di sinistra, ma come si fa a fare un governo senza la Dc se non abbiamo i numeri?”. Ricordo bene ancora oggi quella frase. Bettino aveva fatto i conti ma si rendeva conto che non c’era un’alternativa, con quei numeri, a un governo di coalizione con la Dc.

  • A breve un’altra intervista con un esponente di spicco del socialismo pisano

Foto: QuinewsValdera.it

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