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Paolo Lazzari

Se tendete bene l’orecchio e lasciate che i ricordi flettano i pensieri, le sentite anche voi. Un tramestio di voci ispeziona i corridoi in rifacimento. Quella sequela di volti amati dalla tradizione del cinema popolare crea una pausa dalla tristezza. C’è il fascino luminoso di Sophia Loren e c’è il sorriso aperto di Marcello Mastroianni. Quell’espressione imperiosa di Vittorio Gassman ed il volto benevolo di Vittorio De Sica. Ci sono Elio Petri e Sergio Corbucci e, con loro, decine di altri attori di un livello quasi irriverente, circondati da spalle più modeste, registi indaffarati, tecnici del suono, direttori della fotografia, comparse e semplici maestranze. Dove ci siamo infilati, dite? Richiesta legittima. Il posto è una piega del tempo incisa tra gli anni Trenta e i Sessanta, in Toscana. Precisamente, a Tirrenia.

Se a qualcuno avanzasse una macchina del tempo, farebbe bene ad alzare la mano. Niente indifferenziato: soffiamo via la polvere ed accomodiamoci. Lancette indietro quasi di un secolo. Avete licenza di sgranare gli occhi ed allargare la bocca. Del resto “Pisorno” è uno spettacolo maestoso. Lo hanno chiamato così perché Tirrenia è terra di confine: con un piede sei nella città della torre pendente, l’altro affonda nell’Ardenza. Nel 1930 questi sono gli studi cinematografici più importanti d’Italia: lo rimarranno per tre decenni, fatto salvo il tetro interludio della seconda guerra mondiale, quando la cittadella del cinema verrà occupata prima dai tedeschi, poi dagli Alleati. Gli Studios sono costruiti durante il fascismo. La forma era quella rimbalzata nella testa del drammaturgo Gioacchino Forzano, ma servì l’iniezione di pragmatismo dell’architetto Antonio Valente perché i pensieri iniziassero a camminare davvero. Il regime bonificò l’intera area poiché la ritenne strategica: proprio in mezzo a due città, l’Arno ad un passo, il mare che si estende come un balsamo che lima le scarificazioni dell’anima, i monti a poca distanza. I denari necessari per finanziare un’opera così colossale vennero per la maggior parte sborsati dalla famiglia Agnelli.

Breve stacco. Seguite la telecamera. Nel 1935 gli studi di Tirrenia assumono la denominazione ufficiale di “Pisorno“: se pensate che gli Universal Studios di Hollywood verranno inaugurati soltanto nel 1964, d’un tratto il quadro assume tinte più nitide. La Toscana è il vero centro del mondo cinematografico. Una culla del jet set internazionale che produce pellicole a manovella: quando la guerra stende un provvisorio sipario sono già ottanta i film girati da queste parti. Il secondo conflitto mondiale infligge un duro colpo al Pisorno. Gli anni che dovevano collimare con la ripresa assumono il retrogusto inospitale della disfatta. I fasti del tempo andato vengono presi a picconate, perché l’economia dell’Italia del dopoguerra gira ancora intorno all’essenziale e il cinema, in tutta sincerità, poteva considerarsi un lussuoso passatempo. Ma proprio quando la malinconia sembra avviluppare ogni cosa, la trama viene percorsa da un sussulto inatteso. Se non avete avuto fretta di tornare nel 2021 (perché dovreste, a conti fatti?) mettetevi di lato. L’Alfa Romeo che ruggisce sopra il viale di ghiaia che conduce agli Studios è pilotata da Carlo Ponti, produttore cinematografico a capo della Cosmopolitan Film e, a tempo perso, marito affettuoso di Sophia Loren. Osservatelo bene mentre si avvia all’ingresso, il gessato impeccabile crivellato da raggi riluttanti. Sta per staccare un assegno per acquistare tutta la baracca. Qualche settimana dopo gli operai sviteranno l’insegna: ora la città del cinema si chiama Cosmopolitan.

La nuova era è propellente sano. Ossigeno che erompe in stanze asfittiche. Tornano i grandi attori. I maestri della regia sono di nuovo di casa. Il grande gigante intorpidito si scuote e riparte a pieno ritmo. Il successo però non ha un animo stanziale: si diverte a distribuire sferzate di felicità, senza concedere esclusive. In meno di un decennio la nuova ondata di fortuna degli Studios toscani si dissipa, complice anche l’ascesa di Cinecittà. Nel 1969 il Cosmopolitan getta la spugna. Quei monumentali spazi tornano ad imperlarsi di polvere e tristezza. Per l’ultimo stralcio di luce bisogna attendere il 1987, quando i fratelli Taviani decidono di ricostruire qui una Hollywood in miniatura per girare il pittoresco Good Morning Babilonia.

Oggi questi luoghi sono in ristrutturazione e, per la maggior parte, diventeranno residenze alberghiere. Eppure, se vi trovate da quelle parti, fate un tentativo. Mollate il presente. Scaricate l’orologio. Socchiudete le palpebre ed evitate di trasalire: la Hollywood sull’Arno ha ancora molte cose da sussurrarvi.

Sophia Loren sul set Madame Sans-Gêne di Christian-Jaque, Italia-Francia-Spagna, 1961
©Angelo Frontoni / Cineteca Nazionale-Museo Nazionale del Cinema
(ANSA / US FONDAZIONE PALAZZO BLU)
Franco Silva e Maria Pia Casilio in una pausa durante i lavori del film “Il canto dell’emigrante”, di Andrea Forzano (1955)
Foto di Manuelli, Coll. Museo Nazionale del Cinema, Torino
(ANSA / US FONDAZIONE PALAZZO BLU)
“Imbarco a mezzanotte”, Joseph Losey, Italia (1952). La troupe si prepara. Foto Manuelli, Coll. Museo Nazionale del Cinema, Torino (ANSA / US FONDAZIONE PALAZZO BLU)
Gli studi Pisorno nel 1938 (Wikipedia)

 

 

 

2 Comments

  1. Vita+Bruno Reply

    Nostalgia… nata nel primo dopoguerra, ho passato tutte le mie estati a Tirrenia dal… 1952 al 1969, ma ricordo che nei miei anni giovanili si diceva ” la Pisorno ” e non ” il “. Sbaglavamo ?

  2. Orlando Sacchelli Reply

    Mi sa che ha ragione. Facciamo una verifica e, in caso, modificheremo. Grazie per la segnalazione!

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