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Renzo Ricchi

La pandemia ha gettato il caos sulla scuola e ha certamente danneggiato il rapporto “normale” tra la scuola e i ragazzi. Tutti ci si augura che al più presto la nostra vita torni regolare ma intanto proprio questa situazione potrebbe essere l’occasione per qualche cambiamento utile. E una proposta potrebbe essere questa: che la scuola diventi, in futuro, una vera e propria “casa dei giovani”. Restando sempre aperta e accessibile per tutto l’anno. Perché in fondo i giovani, quando gli edifici scolastici sono chiusi, durante il giorno non hanno un luogo tutto loro dove andare e trascorrere il tempo. Specialmente nelle città.

Pensiamo ad esempio al periodo estivo. I giovani che hanno la fortuna di vivere in località prossime al mare, ai monti, ai laghi, avranno giorni, settimane, mesi di “vere vacanze”; ma quelli che restano in città come le trascorreranno? La verità è che la nostra progreditissima società, in cui si vive sempre più a lungo, non ha spazi né per i giovani, né per gli anziani. A parte quel paio di settimane che – forse – gli studenti passeranno con i loro genitori “in ferie”, come useranno tutto il tempo che resta? Come lo riempiranno? Solo ciattando e riunendosi in piccoli nugoli in questo o quel giardino a cavallo dei loro scooters? Ma quale sarebbe – quale è – il loro vero mondo? Non è proprio la scuola? E perché la scuola deve ospitarli soltanto durante l’anno scolastico? Perché non diventa proprio il loro “spazio” di vita? Uno spazio “amico” oltre che di studio, di compiti e di interrogazioni? Gestita da loro – fiduciosi, naturalmente, nel loro senso di autodisciplina. Forse sarebbe il modo in cui la scuola può mostrare il suo volto più vero: quello dell’educazione alla socializzazione civile, alla convivenza libera e amicale.

Ma questi giovani sarebbero abbandonati a se stessi? No. E qui lancio un’altra proposta. Con loro potrebbero collaborare, liberamente e gratuitamente, tutti quei cittadini in pensione che magari, avendo svolto professioni qualificanti (giornalisti, avvocati, magistrati, commercialisti, ingegneri e architetti, medici ma anche artisti, scrittori, musicisti, operatori della moda e del commercio, artigiani eccetera), potrebbero essere molto utili ai giovani parlando delle loro professioni, della loro cultura specifica, magari proponendo anche esperienze nei loro campi. E in tal modo potrebbero persino aiutare molti ragazzi a trovare la loro strada. I percorsi potrebbero nascere spontaneamente dal basso, secondo scelte di gruppi di studenti e di adulti. Che poi provvederebbero anche alla custodia degli edifici scolastici, persino alle pulizie, magari a realizzare piccole mense autonome col contributo di tutti. E la città potrebbe collaborare fornendo – quando occorra – qualche struttura (per esempio per ascoltare la musica, vedere dei film, mettere in scena testi teatrali, balletti o delle letture).

In tal modo, tra l’altro, si potrebbero scavalcare gli ostacoli di carattere sindacal-burocratici. Vorrei che a questa proposta rispondessero tutti gli interessati. Le istituzioni scolastiche, innanzitutto; ma anche gli Ordini professionali, le Associazioni di categoria, le Amministrazione comunali. L’intera città insomma. E anche i diretti interessati: i giovani. Forse molte famiglie in cui madri e padri lavorano tutto il giorno sarebbero più serene sapendo dove sono, per l’intera giornata (o parte di essa), i propri figli.

Io, essendo un giornalista in pensione, dichiaro subito che sarei pronto a mettere a disposizione di una scuola, in tempo di vacanze, qualche ora delle mie giornate e a realizzare, con la collaborazione dei ragazzi, qualche buon programma. Magari – perché no? – un telegiornale o un periodico veramente fatti a scuola: non sarebbe divertente? Ci sono molti giornalisti in pensione che penso sarebbero felicissimi di dare una mano.

Il dado è tratto: si attendono risposte.

Renzo Ricchi

 

 

Foto d’archivio: Pixabay

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