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Francesco Fasulo

Ventidue dicembre 2016. I tifosi neroazzurri ricorderanno quella serata. Io mi trovavo in piazza della Repubblica, a Milano, davanti al portone del notaio dove fu suggellato il passaggio di consegne tra Petroni e la nuova cordata che rilevò il Pisa. Una serata colma di gioia e di speranze in cui io per primo ebbi la fortuna di annunciare al Popolone Neroazzurro che l’affare si era concluso. Al telefono, in diretta con Aldo Orsini (il Nerazzurro, 50 Canale), pronunciai due parole che molti ricorderanno ancora: “È fatta”. Dopo quei momenti indimenticabili è iniziata l’avventura dei “Pisani al Nord” e la mia collaborazione con L’Arno.it. In questa intervista con il Presidente Giuseppe Corrado riavvolgiamo il nastro della memoria, senza dimenticare il futuro.

Presidente, riviviamo i momenti della sua avventura al Pisa. Dall’entrata in scena il 22 dicembre 2016, la sconfitta di Vicenza, la retrocessione, la vittoria a Parma in Coppa Italia e la risalita fino al giro di campo a Trieste insieme al dottor Ricci, suo figlio Giovanni e al vicepresidente Paletti. Il momento, quello, sicuramente più emozionante per i tifosi neroazzurri. Gioie e dolori fanno parte del calcio. Lei dove si vede tra dieci anni?
Le gioie e i dolori fanno parte della vita, in ogni attività ci sono soddisfazioni e insoddisfazioni più che gioie e dolori. Per una società i motivi di soddisfazione derivano non soltanto da risultati sportivi  ma specialmente dai risultati che si riescono a conseguire come gestione aziendale. Alla fine del nostro quarto anno possiamo essere soddisfatti, sia dai risultati sportivi, esattamente quelli che avevamo programmato, e soprattutto per i risultati economici e finanziari, perché siamo riusciti a creare un progetto che si autoalimenta, presupposto necessario. Credo che negli ultimi 25 anni a parte pochissimi casi, fra A e B molte proprietà calcistiche sono cambiate perché condannate dai risultati economici. Essere riusciti a creare un valore aziendale è importantissimo, come vincere un campionato. Dove mi vedo tra dieci anni? Spero di essere ancora in vita (sorride), non si sa mai quello che il futuro ci può riservare, speriamo che il buon Dio ci dia la salute per continuare. Professionalmente parlando potrei essere occupato in qualche altra attività. La mia vita ha sempre detto che dopo 6-7 anni cambio attività. Tra 10 anni il Pisa magari sarà in altre mani, però lasciato dal sottoscritto in ottime condizioni.

L’impegno del suo gruppo, oltre a consolidare il Pisa nel calcio che conta, è ammodernare l’Arena con un progetto ambizioso di restyling. Perché è così importante questa operazione?
Lo stadio per una società di calcio è la propria casa, il proprio habitat naturale dove non solo si svolgono le partite ma dove la società può esprimere tutti i valori del suo brand, può avviare attività che sono correlate commercialmente all’utilizzo del brand, può creare valore integrativo rispetto alle singole partite e dei singoli incassi. È abbastanza facile intuire che senza uno stadio una società di calcio è come uno sciatore che va in montagna senza scarponi e senza sci, non può sciare. Lo stadio serve per creare valore d’impresa e poi serve per creare i presupposti affinché i propri supporters possano assistere alle partite con le loro famiglie in modo più sereno e più comodo, dando al tifoso altri valori che sono legati al brand della squadra.

A che punto siamo?
Il progetto sta andando avanti, credo che siamo ormai in una fase vicina al decollo. Alcuni aspetti tecnici, tipici della burocrazia politica dovranno ancora essere superati, ma superati quelli credo che si possano avviare i lavori e fra un paio di anni avere finalmente una casa adeguata a chi vuole fare il calcio a certi livelli.

Cosa pensa del Var? Le serie minori adotteranno questo sistema o crede invece che il calcio dovrebbe continuare così, errori compresi?
Credo che il Var sia una conquista assoluta per le competizioni calcistiche. Riduce al minimo gli errori perché la tecnologia compensa ciò che l’arbitro non riesce a vedere. La storia degli ultimi tre anni ha dimostrato che molti errori che prima venivano fatti oggi vengono eliminati dalla tecnologia. Io sono assolutamente pro Var, a tutto ciò che aiuti a eliminare potenziali errori e a creare i presupposti per cui il più forte alla fine è quello che vince, non quello che magari ha avuto la circostanza particolarmente fortunata per avere usufruito della decisione infelice di un arbitro che magari, poverino, non è riuscito a vedere certe cose. Per questo dico sì al Var in ogni categoria in cui si gioca. Purtroppo il Var è una tecnologia costosa. Via via arriveremo ad utilizzarlo anche nelle serie minori.

Il mondo è in crisi per i problemi che conosciamo ed il calcio anche. Ci può spiegare come fa un club a resistere in un momento come questo? Questa crisi dovrebbe (potrebbe) ridisegnare il calcio del futuro?
Il calcio è un sistema economico di settore industriale che dovrebbe generare valore. Purtroppo la storia dice che è una generazione di valore non positiva, in quanto quasi tutte le società sono tradizionalmente in crisi, perché la differenza tra costi e ricavi penalizza quasi tutte le squadre. La crisi della pandemia accentuerà questi risultati negativi. Come può resistere un club? Il problema è se il club riuscirà a resistere, perché l’istinto alla competitività sportiva porta a perdere di vista la gestione dell’azienda, ma nessun risultato sportivo può compensare un risultato negativo di una società. La storia ha detto che tante aziende si sono dovute ritirare, tante società sono fallite anche dopo splendide vittorie. Non sono le vittorie che danno continuità, ma è la gestione dell’economia dell’azienda. Credo che non sarà il Covid a dover ridisegnare il sistema calcio ma saranno gli addetti ai lavori a doverlo ridisegnare se vorranno avere continuità. Altrimenti avremo ciò che si è visto negli ultimi venti anni: cambi di proprietà, società fallite, club che spariscono e poi rinascono. La gestione deve essere assolutamente virtuosa e non può essere una lotta al risultato senza avere la serenità e la tranquillità di un equilibrio economico.

Ritiene auspicabile un tetto salariale (salary cap) per le serie minori?
Il salary cap deve stabilirlo il presidente nell’ambito della propria società. Nessuno può spendere in stipendi più di quello che incassa, perché altrimenti la società va in deficit e il presidente deve integrare con la propria cassa. Questo è un meccanismo perverso che porterà il presidente, nel giro di qualche anno, a non non avere più la voglia o forse neanche le possibilità a continuare a sostenere un’attività che non ha nessun tipo di ritorno economico. Non è che ci debbano essere dei benefattori che mettono denari perché le società di calcio possano esprimere il loro spettacolo e i tifosi beneficiare dello stesso. Credo che il salary cap non è una cosa che ci deve ordinare un Messia o qualcosa di esterno, ma ogni società deve crearsi un salary cap che può pagare attraverso i propri incassi.

Prima di approdare al Pisa che rapporto aveva con il calcio? Ricorda una partita con particolare affetto?
Il mio rapporto con il calcio è sempre stato molto intenso, è stata la mia passione, il mio sport da quando ero ragazzino. Ho giocato a calcio e il calcio ha rappresentato la mia vita del tempo libero da sempre. Non cito nessuna partita in particolare, ce ne sono state tante. Io ero e sono ancora tifoso della Juve, ovviamente da qualche anno dopo il Pisa. Per uno juventino diventa più difficile scegliere un momento particolare, perché le vittorie sono state tante. Beati loro della Juventus…

Un momento intimo legato al Pisa nel cuore di Beppe, non del presidente Corrado…
Sono stati tanti, si vive di partite, si vive di emozioni, si vive di sensazioni e si vive anche di belle giornate e belle vittorie Sicuramente uno dei momenti più belli, il momento più intimo, è stato a Trieste, quando è finita la partita. Ero di fianco a mia figlia, ci siamo abbracciati e stretti forte. Ho avuto la sensazione del presidente felicissimo per la vittoria del Pisa e del papà che stava abbracciando la figlia.  Chi è padre sa di cosa parlo. In quel momento ho provato un’emozione tanto forte (si evince dalla voce che quel ricordo lo emoziona ancora, ndr).

Personalmente credo che per le competenze e il carattere dimostrato Luca D’Angelo possa essere considerato il “nostro Ferguson”. Lei come la vede?
La nostra struttura non comprende una figura di questo tipo e credo che D’Angelo sia un grande allenatore che si sente realizzato in campo, quando prepara le partite, disegna le formazioni e gestisce il suo gruppo dentro il tappeto verde. Non credo abbia l’ambizione di fare il Ferguson.

Preciso che la domanda non era riferita ruolo da manager ma alla longevità del rapporto con il club…
La crescita di un allenatore mediamente è molto più veloce della crescita tecnico sportiva di una società, che ha un meccanismo più complesso, specialmente una società come il Pisa, nata sulle ceneri di una precedente gestione parecchio negativa, che ha dovuto occuparci parecchio tempo, demolendo le macerie prima di poter costruire. Molto probabilmente sarà più veloce la crescita di D’Angelo rispetto a quella della società, per cui lui potrà diventare Ferguson molto prima che noi possiamo diventare il Manchester (ridacchia). Può darsi che a un certo punto le nostre strade possano anche dividersi, perché è giusto che se ci saranno delle opportunità per assecondare le qualità di un allenatore, lui le debba sfruttare. Mai dire mai, comunque, vediamo. Se dovessi esprimere un desiderio o una speranza vorrei che il sodalizio durasse. Se invece devo essere un po’ più oggettivo penso che con il tempo, per esigenze tecniche o professionali, ci si possa anche dividere.

Grazie Presidente per il tempo che ci ha voluto dedicare. Le rinnovo la mia stima e la mia gratitudine personale per ciò che state creando a Pisa. Spero che avremo un successo adeguato ai sogni del Popolone dell’Arena Garibaldi.

N.B. Questa intervista è stata effettuata prima che il Pisa Sporting Club entrasse in silenzio stampa.

Da “il Neroazzurro” (50 Canale)

Francesco Fasulo con Giuseppe Corrado (22/12/2016)

 

Foto in alto: Lapresse (ilGiornale.it)

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