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Potrebbe essere la trama di un film. La storia inizia il 10 febbraio 1996, quando in una villetta di Quarrata (Pistoia), per l’esattezza nella frazione Ferruccia, in un lago di sangue viene trovato il corpo senza vita di Romana Bonacchi, una ricca signora di 55 anni. Corpo martoriato alla schiena dalle coltellate: la perizia ne conterà ventisette. Colpi inferti la sera prima, tra le 20 e le 22, con un coltello da cucina. Le indagini dopo tre anni vengono archiviate. È il classico caso irrisolto, un omicidio che resta senza colpevole. Dopo 24 anni la procura di Pistoia ha riaperto il caso, affidando le indagini ai carabinieri del nucleo investigativo. Si parte dall’esame attento del dna sui campioni e sulle tracce che, all’epoca, furono repertate. Al contempo si stanno ascoltando tutte le persone che conoscevano la Bonacchi o avevano avuto rapporti con lei.

La mattina di quel sabato 10 febbraio furono i vigili del fuoco a sfondare la porta e a fare la scoperta del delitto. Bonacchi non rispondeva al telefono da almeno 24 ore. Quella mattina aveva un appuntamento con la parrucchiera, Mary, ma non si presentò. Cosa per lei inusuale. La parrucchiera si preoccupò e, contattata un’amica della signora, andò a bussare alla villetta della Bonacchi, in via Ceccarelli. Senza aver ricevuto risposta le due donne pensarono subito a un malore e, dopo poco, chiamarono i soccorsi.  La porta principale della casa era chiusa, con le chiavi infilate nella toppa all’interno: la vittima, dunque, aveva aperto al suo assassino.

Si iniziò a indagare a 360 gradi, pensando inizialmente a una rapina finita male. Per settimane le attenzioni degli inquirenti si concentrarono su un mozzicone di sigaretta, che si pensava fosse dell’assassino ma che invece risultò di uno dei soccorritori intervenuti sul posto dopo il ritrovamento del cadavere. Ma l’ipotesi sfumò quasi subito, visto che dalla villetta erano spariti alcuni preziosi ma non (stranamente) i gioielli più costosi: ad esempio un anello con diamanti trovato su un mobile. Si ipotizzò, dunque, che il furto fosse stato inscenato per tentare di sviare le indagini. Fu seguita anche la pista sentimentale o quella della gelosia. Il patrimonio della signora Bonacchi era valutato sui 4 miliardi e mezzo di lire, tra case e terreni. Ma anche l’eredità fu esclusa come movente, soprattutto per una ragione: la donna non aveva parenti stretti e ad ereditare la sua fortuna fu un’anziana zia, suor Tecla, monaca in un convento. E a causa del voto di povertà la suora destinò tutto il patrimonio al proprio ordine religioso.

Ma che tipo era la Bonacchi? Pochissime amicizie, la donna era molto sola. Gli inquirenti non riuscirono a trovare frequentazioni tali da poter fornire elementi utili all’inchiesta. Una curiosità: al piano superiore della villetta regnavano l’ordine e la pulizia mentre al piano terra c’era una grande confusione. Quasi che, in quella casa, vivessero due persone dalla personalità opposta. Pare che gli investigatori avessero seguito una pista, con particolare attenzione, ma senza riuscire a trovare la prova per incastrare l’assassino. Si parlò molto di una donna, ma a riguardo non vi sono conferme. Dal dna – ma non solo – si spera di trovare quelle risposte che, dopo 24 anni, non sono ancora arrivate.

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