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Paolo Lazzari

Diventare un calciatore professionista è una strada che porta con sé sacrifici notevoli, ma anche privilegi evidenti. In primis, quelli di natura economica: dalla serie B in su gli stipendi consentono di vivere agiatamente e, se sei abbastanza lungimirante, di selezionare gli investimenti giusti per assicurarti un futuro luminoso. Sostenere che a Cristiano Lucarelli i soldi non siano mai interessati è un vezzo tipico della narrazioni romantiche, quelle tutte anima e cuore: nel corso della sua prolifica carriera il bomber di milioni ne ha messi via, inevitabilmente, fino a farsi un bel gruzzolo. Difficile, tuttavia, arrivare a pensare che il denaro sia mai stato al centro della sua esistenza, non fosse altro perché quel posto è stato sempre occupato da una parola lunga sette lettere: Livorno.

La storia d’amore con la sua città natale, con quella maglia amaranto cucita addosso fino ad assurgere a seconda pelle, è certamente un unicum infilato dentro ad un panorama calcistico nazionale costellato di procuratori che giocano quotidianamente al rialzo, ammantato da spaziali richieste di ville con piscina e da generosi diritti d’immagine. I soldi non sono mai stati ciarpame, ma nemmeno la prima cosa che conta: ecco quanto.

Eppure la felicità non è quasi mai un luogo da abitare dopo qualche discesa morbida: Lucarelli deve sciropparsi numerosi giri di giostra in giro per la provincia italiana prima di indovinare il pertugio che lo porterà a connettersi con il suo vero io. Apri la valigia, svuota la valigia, falla di nuovo. Arrivare, ripartire, di continuo. Questa è la sequenza che per lunghi anni ha scandito la vita di Cristiano e, a pensarci bene, assomiglia molto ad un percorso sentimentale. Perugia, Padova e Cosenza vogliono dire prime esperienze e serie B. Il profumo della A coincide, invece, con Bergamo: all’Atalanta segna soltanto cinque gol, ma lo nota comunque il Valencia. Così via, senza pensarci, dopo un anno soltanto: quando mette piede al Mestalla è ancora il 1998 e gli italiani fuori dalle mura di casa si contano sulle dita di mezza mano. Non sarà un’esperienza esaltante (12 presenze, un solo gol), ma il destino sa tessere trame di cui è impossibile avvedersi, fino a quando non ci finisci esattamente in mezzo.

La rotta per Livorno è segnata, ma il percorso di avvicinamento passa da un’altra piazza rovente: Lecce. Qui Cristiano esplode, segnando 27 reti in 59 presenze. Abbastanza per convincere il Torino a farlo suo, nel 2001. Il matrimonio con i granata, però, è tutt’altro che idilliaco: lui segna con il contagocce ed alla seconda stagione di fila la squadra si inabissa malamente, sprofondando in serie B. Soppesate bene questo momento, perché è qui – a ridosso dell’estate del 2003 – che la storia finalmente cambia, producendo un sussulto inatteso proprio quando sembrava che la vita dovesse continuare per sempre allo stesso modo.

Lucarelli potrebbe fare la B con il Toro perché, in fondo, ha altri due anni di contratto. Solo che quella categoria l’ha appena conquistata un’altra squadra, una che lui è scappato a vedere ogni volta che fosse possibile, anche in trasferta, facendo invasione al gol promozione di Igor Protti, come un tifoso qualsiasi. Perché lui, in fondo, è prima di tutto questo: un tifoso del Livorno.

Il suo cartellino è in comproprietà tra granata e amaranto: i primi offrono 4 miliardi ai labronici ed 1 miliardo al bomber, per averlo solo per sé anche in B. Cristiano però non ci pensa proprio perché una volta che finalmente ci sbatti contro, l’amore vero devi tenerlo stretto, viverlo. Il suo libro “Tenetevi il miliardo“, scritto insieme a Carlo Pallavicino, allude proprio a questo clamoroso episodio: il romanticismo – stavolta sì – e l’attaccamento ad un’idea e un’ideologia politica che vincono su tutto.

Con la maglia numero 99 finalmente sulle spalle – chiaro riferimento all’anno di fondazione della BAL (Brigata Autonoma Livornese, anche se lui dirà che si tratta dell’anno di nascita del figlio, ndr) Lucarelli si sente finalmente autentico: l’Ardenza è il suo giardino di casa, le retroguardie avversarie non lo tengono, le reti si moltiplicano. Con Protti forma una coppia atomica, un autentico lusso per la B: insieme riportano gli amaranto nella massima serie a forza di gol. Cristiano ora non potrebbe essere più felice, ma c’è un’incrinatura nella storia che rischia di rovinare ogni cosa. C’è che serve 1 milione e mezzo per far sì che il suo destino sia legato a titolo definitivo a quello del Livorno, ma il patron Spinelli non è intenzionato a sborsarlo. Ed è qui che si consuma un’altra dichiarazione di amore autentico: “Se non si trova l’accordo smetto con il calcio”, minaccia. Perché Lucarelli è Livorno e viceversa. Alla fine le società trovano un compromesso e alla prima giornata alla Scala del calcio, San Siro, la maglia è quella giusta: 2-2 con il Milan, doppietta, rivoli di bandane a irridere Berlusconi sugli spalti. A fine stagione il Livorno chiuderà al nono posto e lui si intascherà il titolo di capocannoniere con 24 reti. Una storia condita da passione, ferocia e gol, tanti gol.

Fino al 2007, quando accetterà la corte dello Shakthar Donetsk, dove finalmente potrà giocare la Champions League. Come tutte le forzature della vita, non durerà. Torna in Italia, al Parma, si fa un ultimo giro di giostra a Livorno e poi un anno a Napoli. A 36 anni suonati dice basta: quello che voleva ottenere, del resto, l’ha ottenuto. La felicità di identificarsi con il proprio popolo, di vivere un amore totalizzante, di realizzare i sogni che avevi da bambino: una roba che non la compri nemmeno con tutti i miliardi del mondo.

 

Foto: Facebook

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