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Il coronavirus ha avuto pesanti ripercussioni anche dietro le mura delle carceri. Sia per chi vi lavora, sia per i detenuti. Le rivolte di marzo sono solo la punta dell’iceberg di un sistema che è stato gestito con approssimazione e gravi errori, come testimoniato dai molti contagi che vi sono stati. Le ultime polemiche in tv, tra il ministro Bonafede e il magistrato antimafia Di Matteo, sui retroscena per la nomina alla guida del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) evidenziano un imbarazzante mix tra pressapochismo e scarso senso delle istituzioni, dove la cosa ancor più grave è che i problemi delle carceri restano sullo sfondo, quasi fossero di minore importanza rispetto al resto. Ne abbiamo parlato con il professor Francesco Ceraudo, che per diversi anni ha diretto il Centro clinico del carcere Don Bosco di Pisa, ed è stato presidente dell’Associazione nazionale dei medici penitenziari (Aampi) e presidente del Consiglio internazionale dei servizi medici penitenziari (Icpms).

Professore, si può dire che vi sono state mancanze da parte di chi amministra il sistema carcerario?
Mancanze determinate da una competenza approssimativa, senza il conforto di una esperienza specifica. Troppa autoreferenzialità. Basta citare la circolare con la quale il Capo del Dap individua nel Medico Competente il responsabile della gestione del Covid-19 senza saper che questa figura professionale non è presente nell’organigramma sanitario di molti Istituti penitenziari e poi il Medico Competente si interessa dell’organizzazione del lavoro. L’ex capo del Dap Francesco Basentini, tanto per intenderci, è quello che ha sempre negato il sovraffollamento ricorrendo a logaritmi improbabili.

Inizialmente per alcune settimane dal Dap era arrivato l’ordine ai Direttori degli Istituti di pena di non fare indossare le mascherine?
Questo è successo in molti Istituti tra cui Bologna e Pisa. È gravissimo, in quanto le Aziende Usl competenti per territorio sono state subalterne alle direzioni delle carceri, travalicando le stesse direttive contemplate dalla Sanità con risultanze devastanti sul piano dei contagi. Due medici penitenziari (a Foggia e a Brescia) sono deceduti per il contagio da Covid-19. Molti altri medici e infermieri sono stati inviati in prima linea a mani nude e sono rimasti contagiati con serie conseguenze. Molti detenuti (di cui 4 sono deceduti per l’infezione da Covid 19) sono stati contagiati. Altrettanto per gli agenti di Polizia Penitenziaria. Si delineano delle responsabilità gravissime. Sono state formulate delle circostanziate denunce all’Autorità giudiziaria per il reato di epidemia colposa.

Che mi dice sul distanziamento sociale in carcere?
L’Oms ha stilato precise linee di comportamento per prevenire e controllare la diffusione del Covid-19 nelle carceri. Tra queste assume un significato particolare il distanziamento fisico che prefigura la necessità di stare ad almeno un metro di distanza. Questo non può essere assicurato in carcere in preda ad un cronico sovraffollamento (dove un detenuto è accanto all’altro,dove uno è sopra all’altro nei letti a castello) mentre è forte la difficoltà di rispettare accuratamente le norme igienico-sanitarie e le opere di sanificazione degli ambienti. Bisogna decongestionare le carceri, altrimenti rischiamo una ecatombe, una catastrofe umanitaria.

La salute dei detenuti va tutelata. Cosa è mancato e manca, secondo lei, nel nostro Paese?
Ci troviamo costretti a parlare di una riforma della Medicina Penitenziaria tradita, di una riforma purtroppo violentata nello spirito più concreto di applicazione. Dopo circa 12 anni registriamo con viva preoccupazione risultati fallimentari. Addirittura siamo arrivati al punto che il Consiglio dei Ministri dell’Europa ha condannato il nostro Paese per l’inadeguatezza delle cure mediche in carcere. Come ci siamo potuti ridurre in simili condizioni dove i detenuti vivono peggio delle bestie. Bisogna avere il coraggio di ammettere che i cani, i polli, i maiali vivono meglio. Tutto questo è successo perché è mancata la cultura del carcere. Sono venuti meno gli investimenti. È prevalsa la linea rigidamente ragionieristica delle Aziende Usl. Manca alle Aziende Usl la coscienza dei propri diritti e delle proprie responsabilità. Manca la consapevolezza dei propri compiti. L’Azienda Usl è entrata in carcere in punta di piedi, fondamentalmente si sente estranea. I Centri clinici penitenziari hanno perso la loro operatività. Del resto i detenuti sono i nuovi ultimi e tali devono rimanere. Non hanno alcun valore sociale e tanto meno politico.

Per quanto riguarda il personale che lavora nelle carceri?
I medici penitenziari dovevano diventare i diretti protagonisti del processo riformatore, invece sono stati collocati in posizioni marginali senza alcun potere decisionale e senza alcuna possibilità di assumere iniziative laddove sono stati messi alla porta senza alcun giustificato motivo facendo venir meno in modo paradossale un importante patrimonio di conoscenze e di competenze specifiche. Dominano il precariato e il turnover continuo, mentre non viene rinnovato il contratto da ben 14 anni.

A Marzo con le rivolte nelle carceri ci sono stati scontri pesanti, morti e danni ingenti. Che idea si è fatto? A lei è mai capitato di vivere un momento così drammatico?
In 40 anni di attività professionale espletata in prima linea al massimo livello di responsabilità, non ho mai assistito ad avvenimenti così drammatici. 15 detenuti morti,sequestri di personale sanitario a Modena, Melfi, Bologna, Rieti, danni ingenti alle strutture, una tragedia immane. Il coronavirus è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, ma il malcontento, il disagio covava ormai da tempo, perché erano venute meno importanti garanzie assicurate dagli Stati Generali dell’azione penale. Da un momento all’altro, senza alcuna,relativa valutazione e spiegazione è stata imposta con una burocratica circolare da parte del Dap a firma Basentini la sospensione immediata dei colloqui con i familiari. In un batter d’occhio tutto è precipitato.

Che me dice sulle polemiche a proposito della nomina a capo del Dap?
Il duello televisivo Bonafede-Di Matteo è stato assolutamente inopportuno e fuori luogo: una seria mortificazione per le Istituzioni. In termini maldestri hanno amplificato le potenzialità mostruose delle organizzazioni mafiose.

Quali le prospettive?
Bisogna sforzarsi di concepire il carcere non come valore, ma in alcuni casi come una dura, insopprimibile necessità che non si deve tradurre in afflizione totale, ma deve garantire la dignità e il diritto di cambiare e di sperare. Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto della dignità e della persona. Il carcere, invece, è una barbarie senza alcun contenuto pedagogico, curativo, correttivo, rieducativo. Il miglioramento delle condizioni di vita all’interno, l’implementazione delle attività sociali, lavorative, ricreative e della presenza del territorio, la costituzione di una cultura inclusiva, le pene alternative, il riconoscimento del diritto all’affettività sono questioni dalle quali non è possibile prescindere se vogliamo finalmente incominciare a parlare di dignità e di umanità nelle carceri.

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