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Prosegue il racconto di Guido Martinelli. Nella terza puntata c’è spazio anche per i ricordi. In particolare quello di una grandissima vittoria, la conquista del Mondiale di calcio in Spagna nel 1982. Qui le prime due puntate: 12 

 

Sabato 22 Febbraio 2025

Ciao Marco,
in un primo momento, caro diarietto, volevo chiamarti come il divin codino, il grande Roberto Baggio da Caldogno, piena terra veneta, quello che da quando non gioca più “non è più domenica” per dirla alla Cremonini. Converrai con me, o diariello, che non c’è accompagnamento più bello delle canzoni che con pochi versi semplici esprimono meglio di tanti discorsi i nostri stati d’animo. Tornando al nome, ha invece prevalso il campanilismo e così, pur rimanendo in ambito pedatorio, sono scivolato sul campione cresciuto all’ombra della torre: Marco Tardelli, detto Schizzo.

Perché se i nostri migliori ricordi sono consolatori in questo momento tragico di stasi delle nostre vite la vittoria del Mundial spagnolo del 1982 è un must gratificante dato che rese tutto un popolo orgoglioso dei propri colori. Fu una notte magica quell’11 luglio, più di quelle di 8 anni più tardi, nel mondiale tricolore, esaltate dalla voce di Bennato e Nannini, quando l’urlo della vittoria ci restò strozzato in gola in semifinale e ci fermammo al terzo gradino del podio. In Spagna, invece, il mondo s’inchinò ai nostri piedi e l’urlo di un pisano nato in lucchesia dopo il suo goal, peggio di quello di Munch, rese la mia quattordicesima estate leggendaria. Sparammo mortaretti fino alle due che il padrone della casa dove mi avevano portato dei vicini più grandi era fornitissimo.

A Pisa, quell’anno, ci sentivamo invincibili dato che i neroazzurri di Romeo, guidati da Agroppi, avevano conquistato una stupenda promozione nella serie A che avrebbero, tra l’altro, mantenuto l’anno successivo. Che tempi! Ebbri di ingenua felicità restammo levati tutta la notte godendoci la città impazzita da una terrazza sul lungarno. Mi presi anche la prima sbornia della mia vita con cui girai, incosciente perso, in mezzo al clamore del lungarno, fino al chiaror dell’alba. Guadagnai solo allora la via di casa ancora vacillante, ma varcata la soglia di casa mi riportò al mondo una sonora scarica di pattoni di mio padre irato perché non avvertito dei miei bagordi essendo all’epoca i cellulari meri oggetti fantascientifici. Babbo Simone, angosciato persino più di mamma, aveva già chiamato persino l’Interpool temendo che o mi fossi perso nel giubilo delle masse o il suo bambino fosse stato rapito da qualche tedesco rancoroso. A ripensarci, però, restituirei indietro l’immenso gaudio di quel trionfo per riscuoterne altri di quei sonori scapaccioni da quel baffone scanzonato del mio genitore volato troppo presto nel blu dipinto di blu. E accetterei pure di riavere indietro quegli anni e non “la mia seicento”, mai posseduta tra l’altro, per dirla invece come Vecchioni (ma chi sono? Il canzoniere dei poveri?) bensì tutti i pensieri fessi e le utopie assolute che nutrivano la mia imberbe testolina. Quando avevo energie per sollevare il mondo con un dito e tutto pareva possibile. Anche perché ignoravo quanto fosse difficile imbattersi strada facendo nella felicità. Chi avrebbe, per dirne una, solo supposto questo incredibile cul de sac?

A Bassano del Grappa un quarantenne ha sparato alla moglie e poi alla sua nuca come effetto del romantico virus. Si amavano tanto per i loro vicini intervistati. Lo stesso copione è andato in scena nelle ultime quarantott’ore in altre località sparse nello stivale, da nord a sud. Per la precisione 12. Una mattanza. Solo un gocciolino di più dei tanti conclamati femminicidi che da anni stanno falcidiando le nostre donne quasi quotidianamente. Mi verrebbe da pensare, maligno come sono, che il virus sia una scusa bella e buona per compiere azioni già programmate. Sette di questi dodici assassini, tutti maschi, non hanno bissato l’atto efferato su loro stessi. Se, come sospetto, sopravviveranno, al conclamato virus, potranno indicarlo come il principale responsabile di questo atto delittuoso e ottenere grandi attenuanti di fronte alla legge.

Dai Marchino, ma non convieni anche tu che è assurdo ordinare a una coppia di stare reclusa insieme in una casa per evitare una sorte letale che proprio la vicinanza può al contrario suscitare? È una sorta di cura omeopatica? La novità di ieri è stata una ulteriore precisazione sulla diffusione del virus. Un tipo serio con una improbabile cravatta celeste, Ministro non Minestro del Ministero di non so cosa, asseriva in video che le persone più a rischio sono le coppie che “hanno contenuti passionali ancora accesi tra di loro”: parole sante di Gimmy il cravattino. Che con la sguardo deciso ha poi aggiunto l’importanza di tenere un innaturale autocontrollo sulle proprie pulsioni per resistere alla malvagia lacrimuccia che cadendo irrora. Da una lacrima sul viso ho capito molte cose: un evergreen che piaceva tanto a babbo come “Luglio” di Riccardo Del Turco. Cravatta kid ha quindi raccomandato a tutta la gens italica di moderare i propri comportamenti. Senza aggiungere particolari che al contrario avrei voluto chiarisse. Devono dormire tutti separati e casti? E nei miniappartamenti? E ancora: chi trattiene i freschi, ardenti sposini, gli innamorati freschi freschi pieni di desiderio, i giovani in piena tempesta ormonale? Secondo me il tipo si è infilato in un vicolo cieco. Colpa della cravatta. Mi è spuntato persino un accenno di sorriso che le cifre sciorinate subito dopo dal giornalista che lo intervistava hanno gelato: 9.432 caduti tra i 54.820 contagiati fino ad ora nelle nostre regioni. Si è accennato ai guariti ma senza numeri precisi. Quando, poi, è stata data la parola al Primo Ministro Pulici per un proclama alla nazione tutta ho azzittito l’elettrodomestico. Mai avuto simpatie per lui. Quel sorriso falso che gli brilla fisso sul volto mi ha sempre indisposto. Ma siccome da sei mesi ha ottenuto pieni poteri spero che la cosa resti tra noi, caro campione.

Per concluderla stasera col virus killer, caro Marco, non so come tu la veda, ma anche se sono uno zollone e non ho certo cognizioni scientifiche per obiettare agli scienziati, non sono convinto. Non so bene di cosa e perché, ma non sono convinto. Forse perché sono uno zollone. Taccio e non favello allora, ma penso. Parecchio. Oggi è il quindicesimo giorno di segregazione domestica e anche il lavoro domestico è calato. Anzi, stamattina, dalle 10.30 alle 12, c’è stato una specie di blackout generale e la rete e’ rimasta inerte, priva di cenni di vita come la strada sotto casa che ospita solo rari autobus vuoti e raminghi, come mossi da una forza d’inerzia. Anche il Comune di Pisa sarà in quarantena assoluta visto che non si cura che i propri di dipendenti si guadagnino la pagnotta col sudore delle loro tastiere .

Ora il tuo urlo, caro Schizzo, servirebbe per sfogarsi, e anch’io avrei la tentazione di imitarti. Ma per ora resisto. Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo: cosi urlò il buon Martellini quando l’arbitro brasiliano fischiò la fine alzando il pallone al cielo. Tre volte, come i titoli fino ad allora conquistati dai nostri azzurri. Vivi, vivi, vivi: spero di gridare a mia volta alla fine di quest’incubo.

E allora scenderemo di nuovo per le strade a ballare ed esultare come quella incredibile notte in cui eravamo belli, liberi e vincenti. Stavolta senza pattoni finali, purtroppo. Così, confidando nella benevolenza di quella dea Eupalla che nominava sempre il magno giornalista Gianni Brera verso tutta la nostra comunità nazionale, ti saluto con simpatia e rispetto. Stammi bene campione!

Tuo Francesco Togni

(3 – continua)

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