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Guido Martinelli

C’e’ un solo posto nel mondo in cui se dici “Romeo” non ti rispondono “Giulietta”. Esiste una sola città in cui il nome di Shakespeare non viene accostato a quello di uno dei due celebri innamorati di Verona. Solo a Pisa il nome Romeo comincia per A. Per noi, che veniamo dal Paleolitico, questo nome ha il profumato sapore dei bei tempi andati della gioventù.

Per quelli come me, poi, che non eravamo parte dei gruppi del tifo organizzato ma tifosi qualunque, magari neppure assidui frequentatori degli spalti anche perché la domenica c’erano tante cose da fare e il calcio in fin dei conti era l’oppio dei popoli, quel nome proprio ci riporta subito al primo trionfo, in quel soleggiato pomeriggio di giugno in terra campana, quando la chioma fluente dell’inafferrabile Barbana ci regalò la Serie B.

Io, almeno, sono di nuovo lì, al momento del triplice fischio in cui schizzai per aria e abbracciai i due amici con cui ero venuto fino a Pagani udendo, al contempo, alla mia sinistra, il solito canto escrementizio rivolto alla città marinara confinante allora annaspante in serie inferiori che ci fece sganasciare dalle risa. In quella gloriosa giornata ci furono undici ore di viaggio ferroviario avanti e indietro, che a vent’anni sono solo una carezza, e la mattina dopo, in Corso Italia, sventolando la prima pagina del giornale osannante l’impresa dei neroazzurri, passeggiavo circondato da
un’aurea trionfante, quasi eroica.

Senza immaginare che solo qualche anno dopo, in Curva Sud, in un altro pomeriggio d’inizio estate dal cielo più imbronciato, avrei festeggiato l’impensabile salto nel paradiso massimo della Serie A. E chi si scorda la corsa successiva, a partita conclusa, sotto la torre, con la gigantesca prima gigantesca lettera dell’alfabeto che campeggiava in alto appoggiata al monumento, se ricordo bene perché il tempo offusca le immagini, e tutti li che esultavamo persino emozionati e attoniti, perché i sogni mica si avverano sempre.

La massima serie l’avevo incontrata solo da minuscolo, con la magica squadra di Lucchi e dei bomber Cosma e Piaceri, che si raggiunse senza giocare, per radiolina, e a me lo dissero al Giardino Scotto dove mi rincorrevo con gli amici, perché si riposava l’ultima giornata. Che quando si retrocesse, praticamente dopo un 2 a 2 col Vicenza in casa visto di straforo in gradinata, rimasi parecchio male.

Furono anni unici quelli del Romeo non dei Montecchi, e anche se le vie di quei tempi pieni di energia ti recavano dovunque a fare qualsiasi cosa, uno spazio per quel gioco che ti aveva fatto delirare da infante riuscivi ancora a ritagliartelo. E così vissi le esultanze più contenute di altre promozioni, avvertii il cuore pieno d’orgoglio per una vittoria autunnale in Mitropa Cup che mi dette la sensazione di essere cittadino e forse signore europeo. Rimane forte il rammarico di aver ascoltato e non vissuto dal vivo le gesta nella gloriosa Cremona, dove capitai tre anni fa e un ristoratore anche lui stagionato, riconosciuta la parlata, mi rivelò di stare sempre a recriminare a distanza di secoli per quella imprevista debacle interna.

E ancora: le due domeniche consecutive passate dalle dieci di mattina a pomeriggio inoltrato nella Nord per vedere Platini e Falcao; la soddisfazione della convocazione di Piovanelli in Nazionale come se fossi stato io a indossare la gloriosa maglia azzurra; la gioia della salvezza col Torino nella sud grazie a due goal di Faccenda nella Sud mentre l’altra, con Todesco, sempre con i granata (possibile che siano sempre stati così magnanimi nei nostri confronti? Non è che mi confondo?) mi giunse all’orecchio per radio, a Viareggio, facendo innervosire la fidanzata dell’epoca che  etendeva attenzione e conforto davanti a un negozio della passeggiata. “Ma vai al cine vacci tu” le avrebbe
risposto Conte.

Per non parlare di quel 4 a 0 al Lecce, con Simeone, Padovano e Piovanelli (doppietta), alla seconda di campionato successiva ad una vittoria nella prima a Bologna, per cui fummo in testa alla massima serie per una settimana e in quattro, alla fine, cominciammo a gridare “Vinceremo il tricolore” tra l’ilarità generale.

E l’Arena sempre piena in quell’era ormai geologica, stracolma di stupendi colori e di una passione che accresceva il tuo senso d’appartenenza e che non sospettava minimamente gli attuali, deprimenti, sviluppi futuri. Le partite, sempre domenicali, erano momenti di festa, divertimento con lazzi e frizzi, anche se in C, col Catania, l’anno della promozione in B, scoppiarono dei tafferugli che costrinsero la polizia a tirare lacrimogeni che ci fecero piangere e fuggire in cerca di riparo attraverso un buco della recinzione che ci portò in gradinata dove assistemmo al successo siglato, se non erro, da un goal di Cantarutti.

Ma tutto passa, come l’età degli ardori giovanili, e gli ultimi tempi di quella magica epopea divennero sempre più avari di soddisfazioni, densi di preoccupazioni, anche per me che mi addentravo per i più impervi sentieri della maturità dove la mia nuova condizione di ometto capofamiglia cominciava ad esigere il pagamento di conti più seri di un rigore
sbagliato o una espulsione ingiusta. Fino ad arrivare ai tragici rigori della fatal Salerno, vissuti con trepidazione sul divano della casa nuova, che sancirono la fine di quel meraviglioso sogno che ha accompagnato il percorso evolutivo della mia generazione e reso per tanti anni la gens pisana orgogliosa e appagata. Quasi una rivincita della Meloria, che la Sampdoria e il Genoa diverse volte, in quegli anni, le suonammo noi a casa loro e nostra.

Insomma, se si va in Borgo, in Piazza dei Cavalieri o Garibaldi o Vittorio Emanuele o in qualsiasi altro luogo del centro o della provincia pisana più devota a pronunciare ad alta voce il nome Romeo, si rompe la diga dei ricordi di un popolo che spera sempre di rivivere, un giorno, simili fasti.

Quindi il grande Bardo se ne faccia una ragione e non si rivolti nella tomba se in riva all’Arno non si seguono i consigli di Giulietta e non si rinnega il nome di Romeo come lei auspica da secoli, perché, per noi vecchi arnesi del tempo che fu, quel nome rimane sacro e ci rende più belli e più nuovi. Peggio di un elisir di lunga vita.

Ho persino il sospetto che urlandolo a squarciagola riuscirei persino a farmi ricrescere i capelli. O almeno così m’illudo. Quindi, grazie Romeo Anconetani per averci fatto sentire grandi e che la terra ti sia sempre più lieve.

Foto in alto: Anconetani festeggia la conquista della B al ritorno dalla trasferta a Pagani (Associazione Cento)

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