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Ivano Guidi

Nel 1943 ero in servizio quale perito aeronautico all’aeroporto Dell’Oro di Pisa. Con la mia squadra mi occupavo delle riparazioni e delle modifiche ai velivoli SM-79 sui quali ho compiuto diversi voli di collaudo. La mattina del 31 agosto chiesi un permesso al comandante, Capitano Ricci, per andare a ritirare una raccomandata alla posta centrale, vicino alla stazione ferroviaria. Non ero ancora arrivato quando, alle 12, suonò l’allarme. Ero vicino alla mia abitazione, zona via Mazzini, perciò decisi di salire in casa. Dopo mezz’ora il cessato allarme non era ancora suonato perciò decisi di andare a ritirare la raccomandata. Poiché l’allarme era ancora vivo, rientrai a casa. Dopo mezz’ora sentii un fracasso infernale. Uscii di casa e presi la bicicletta per raggiungere un rifugio antiaereo nei paraggi. Appena arrivato vidi gente spaventata che urlava e piangeva.

Ripresi la bicicletta e corsi velocissimo verso ponte di Mezzo, mentre alle mie spalle si alzava una gigantesca nuvola di polvere per le bombe cadute nei pressi della stazione. Continuai a pedalare fino alla statale dell’Abetone dove trovai un tenente del mio reparto in borghese. «Che ci fai qui?» mi chiese. «Che ci fa lei qui» risposi. Decidemmo di tornare in aeroporto immaginando di trovarlo distrutto. Dovevamo di nuovo passare dalle parti della stazione.

Arrivati nella zona si presentò una scena terrificante: palazzi sventrati, macerie, morti a terra e persone disperate che cercavano i propri cari. La passerella che superava la ferrovia era stata bombardata e dovemmo fare un lungo giro per raggiungere l’aeroporto che, incredibilmente, era intatto: nessuna bomba era caduta in quello che ritenevamo il bersaglio più importante. Per la gente di Pisa, invece, fu un vero disastro: i morti furono oltre duemila (molti non furono mai ritrovati), 2500 case colpite, i lungarni semidistrutti, i ponti crollati, la stazione rasa al suolo ed il quartiere di Porta a Mare polverizzato.

Ivano Guidi
Lettera pubblicata su “il Giornale” (11/12/2017)

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