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A pochi mesi dal voto che deciderà il nuovo sindaco di Pisa, uno dei politici che più si sta muovendo è l’onorevole Paolo Fontanelli (Mdp), che per 10 anni, dal 1998 al 2008, ha guidato la città. L’Arno.it gli ha fatto alcune domande per cercare di capire cosa bolle in pentola.

Nelle ultime settimane lei è molto attivo sulla politica pisana. Sui giornali ma non solo. Vuole tornare a Palazzo Gambacorti?
No, a questa domanda ho risposto più volte che da quel punto di vista ho già dato. Ovviamente però mi interessano i problemi e il futuro della mia città e cerco di dare una mano.

Come arriva Pisa alle elezioni del 2018?
Il contesto generale non è molto favorevole. Anche a Pisa si avvertono le insicurezze prodotte dalla crisi, a cominciare da quelle sociali. E ciò ha un riflesso pesante sul piano politico, che si accompagna ad un certo logoramento nel rapporto fra i cittadini e le istituzioni.

Quale eredità lascia il sindaco Filippeschi?
Sono più le luci che le ombre, anche se questi ultimi anni sono stati molto complicati per gli Enti Locali.

Ci sono dei temi su cui, più di altri, potrebbero giocarsi le elezioni?
A pelle la percezione di insicurezza, ma una città va avanti e ha prospettive se non si perde nelle circostanze immediate ma sa guardare al futuro con una capacità progettuale mirata agli interessi collettivi.

Perché la sinistra è così divisa? Una ricucitura è possibile?
Oggi è divisa perché una parte della sinistra, o meglio del centrosinistra, si è spostata su politiche neocentriste, assecondando le diseguaglianze e la diminuzione dei diritti da parte dei ceti più deboli. Per questo molti elettori di sinistra si sono rifugiati nel non voto. Ma nel referendum di un anno fa hanno detto che ci vuole un cambiamento. Cosa che finora è stata ignorata. Una ricucitura sarà possibile se ci sarà una seria e vera svolta politica.

Ritiene che le primarie siano ancora un metodo valido di selezione dei candidati?
Le primarie possono essere un metodo valido ma hanno bisogno comunque di un partito che le regoli e impedisca che diventino uno strumento funzionale alle ambizioni di potere di qualcuno. Però è incredibile che chi fino ad oggi le ha definite come il tratto fondativo del PD di punto in bianco non ne parli più.

Come vede il centrodestra pisano?
Insegue e cavalca il malcontento senza idee e programma per il futuro della città. Non si vede un progetto valido e nemmeno un gruppo dirigente coeso e preparato per amministrare il Comune.

E il Movimento 5 Stelle?
Mi sembra che vivano solo del riflesso nazionale. Non si notano proposte significative per la città.

Quanto inciderà il dibattito politico nazionale sul voto locale?
Questo sì, inciderà inevitabilmente dato che si vota più o meno nello stesso periodo delle elezioni politiche per il Parlamento.

Cosa vuol dire oggi votare per “Art. 1 – Mdp”?
Noi stiamo lavorando per un progetto che rimetta in campo una sinistra credibile, per dare una risposta alla domanda di equità, di giustizia sociale e di certezze di lavoro per il futuro delle giovani generazioni. Una sinistra che non vuole solo testimoniare ma agire per cambiare. E quindi governare. Senza questa sinistra non esiste il centrosinistra, c’è solo il centro.

Mi può dire la cosa che più l’ha soddisfatta in questi anni a Montecitorio? 
Dal punto di vista politico soddisfazioni poche. Dal punto di vista del mio lavoro di Questore sono soddisfatto dei risultati importanti e concreti sulla sensibile diminuzione della spesa della Camera attraverso un processo di riorganizzazione che non ha indebolito funzioni e servizi.

E quella che invece l’ha più delusa?
Da un lato il progressivo svuotamento del Parlamento e del suo ruolo di rappresentanza in favore di un accrescimento del potere dell’esecutivo, e dall’altro la sua incapacità di riformare il regolamento interno che è assai invecchiato e non risponde più alle esigenze di oggi.

Qual è il difetto più grande dei pisani?
Il difetto è antico. “È un lavorone”, così ci si pone di fronte ai problemi. Prevale una certa predisposizione all’attesa e allo scetticismo. O al rinvio. Ciò sfocia in una pigrizia di fronte ai nuovi problemi.

E il pregio?
L’amore per la storia della città, anche se non sempre si manifesta nella sua cura.

Facciamo un gioco. Lei si sveglia ed è sindaco di Pisa: ci dice la prima cosa che farebbe?
Beh, quella di svegliarsi Sindaco di Pisa per me non è proprio un’esperienza nuova. Tuttavia la prima cosa che farei oggi sarebbe quella di andare in giro per la città e i quartieri ad ascoltare i cittadini e parlare dei loro problemi, perché la prima esigenza è quella di recuperare il rapporto di fiducia fra la comunità e l’istituzione locale.

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