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A Lisbona c’è un professore di informatica che parla pisano. Leonardo Vanneschi insegna l’abc della programmazione alla laurea triennale della NOVA IMS, Universidade Nova di Lisbona, mentre nei corsi per la laurea magistrale spiega cose più vicine alla sua attività di ricerca e all’Intelligenza Artificiale. In Portogallo dal 2011, sposato con Sara, portoghese, ha tre bambini: Daniel (11 anni), David (5 anni) e Lara (1 anno e mezzo). A Pisa, dove vivono ancora i suoi genitori (Marco e Giovanna), ha lasciato un lavoro a tempo indeterminato per inseguire maggiori stimoli, che ha trovato nell’attività di ricerca e nell’insegnamento.

Qual è il primo ricordo che hai di Pisa di quando eri bambino?

La casa in cui sono cresciuto e in cui i miei genitori vivono ancora, a Ghezzano. Levitra is also available as a generic ivermectin in holland kaufen Westfield in canada, although some differences in the strengths are present. We are a leading provider of https://eventsthroughalens.com/83553-ivermectin-in-children-83831/ health information for the world. Ivermectin, also called ivermectin to treat head lice, ivermectin stromectol rezeptfrei tablets, or ivermectin for head lice treatment, is a drug available in the united states. People of prise stromectol le soir inferiorly the world are so fascinated with the products that are available in the internet. But in this case, it's http://katongshoppingcentre.com/29897-plaquenil-bull's-eye-maculopathy-9214/ easy to see how a few hours' worth of that extra rest time can turn into a whole day. La mia camerina, tappezzata di foto e di poster. La vista dalla finestra della camera, su quelli che una volta erano campi (mentre ora hanno costruito case… ed è tutto un po’ diverso). E il giardino… in cui ho giocato mille volte a pallone.

Che scuole hai frequentato?

Alle elementari le Damiano Chiesa. Fibonacci alle Medie e il liceo scientifico Dini.

Da quanto tempo vivi lontano da Pisa?

Abito a Lisbona dal 2011, ma vivo lontano da Pisa da parecchio più tempo. Per l’esattezza dal luglio del 1999, data in cui sono partito per Losanna (Svizzera) per fare il dottorato. Finito il dottorato, nel 2004 sono diventato Ricercatore a Milano, dove sono rimasto, appunto, fino al 2011, anno della partenza per Lisbona. Devo dire, però, che da quando sono a Lisbona, il distacco è più forte: prima, sia quando abitavo a Losanna che quando abitavo a Milano, trovavo spesso il modo di tornare a passare un fine-settimana a Pisa. Adesso, a causa della maggiore distanza, è molto più difficile e succede molto più raramente che io possa tornare da quelle parti…

Quanto ti manca la tua città?

Mi manca tanto… i posti in cui sei cresciuto stanno con te sempre… ti accompagnano… sono parte di quello che sei. Le cose che mi porto dentro sono tantissime, ma se dovessi sceglierne una, sceglierei i miei amici. Me li ricordo tutti, uno per uno, e ognuno di loro è, a suo modo, speciale: da quelli con cui giocavo da piccolo, a quelli con cui sono cresciuto. Da quelli che non vedo ne’ sento più da secoli, a quelli con cui sono ancora in contatto. Quelli più cari, comunque… quelli che saranno sempre nel mio cuore, sono gli amici dei tempi dell’Università. Con alcuni di loro, ho avuto la fortuna di stringere un legame indissolubile. Quando mi capita e mi capiterà di dover pensare ai miei “Amici”, con la “A” maiuscola, penso e penserò sempre a loro.

Un pregio dei pisani?

Il senso dell’umorismo, unico al mondo. Nessuno sa raccontare le barzellette come noi… nessuno. A parte gli scherzi, può sembrare una cosa piccola e di poca importanza, ma non lo è affatto: trovare qualcuno che ti fa ridere… e che ride delle stesse cose che fanno ridere a te, è importantissimo. Ti fa sentire a tuo agio. Ti fa sentire a casa.

E un difetto?

Beh… ammettiamolo: il Pisano è parecchio, ma parecchio chiuso. Ha il suo modo di vivere, le sue abitudini… che difende anche con un po’ di cocciuta testardaggine a volte… e difficilmente cambia. Questa cosa, soprattutto tra i 15 e i 18 anni, l’ho sofferta un po’. Avevo voglia di vedere, conoscere e vivere cose e persone diverse… e forse l’origine del mio girovagare per il mondo, almeno in parte, viene da lì.

Ci racconti come sei arrivato a fare il professore a Lisbona?

Dopo la laurea ho preso una strada completamente diversa: ho lavorato per tre anni in due aziende, a Pisa. Ma per diversi motivi, non mi sono trovato bene. Poi, un giorno, un amico mi ha fatto vedere un annuncio, in cui cercavano una persona con caratteristiche simili alle mie all’Università di Losanna, con la possibilità di fare un dottorato di ricerca. Ho mandato il cv e mi hanno preso. La scelta è stata durissima: ho lasciato un posto fisso nella mia città per quello che, a suo tempo, mi sembrava un salto carpiato nel buio. Ma Dio benedica il giorno in cui ho fatto quella scelta! Durante il mio periodo “svizzero” ho veramente capito che ciò che volevo fare era una carriera accademica, e ho deciso che, nonostante tutte le difficoltà e gli ostacoli che questo tipo di lavoro si porta dietro, avrei dovuto provarci con tutte le mie forze.

Com’è distribuito il tuo lavoro tra lezioni e altro?

Si divide, in maniera più o meno equa, tra ricerca e insegnamento, più un po’ di inevitabile burocrazia, che però è la parte meno divertente. Per quanto riguarda l’insegnamento, passo molte ore in aula, a far lezione, e ho moltissimi momenti di interazione con gli studenti. Ritengo il contatto personale con gli studenti molto importante. Per quanto riguarda la ricerca, ho la fortuna di lavorare in un settore (l’Intelligenza Artificiale) molto dinamico e in continuo sviluppo… questo offre numerosissime occasioni di crescita. Poi capita spesso di andare a presentare il proprio lavoro in congressi internazionali, o di essere invitato a presentare la tua ricerca in altri paesi. Questa è una componente molto affascinante ed eccitante del mio lavoro.

La parte più bella, comunque, per me, rimane quando questi due “mondi” (ricerca e insegnamento) si toccano: quando i tuoi ex studenti crescono e cominciano a lavorare con te. Il mio gruppo di ricerca, attualmente, è quasi esclusivamente composto da persone che sono stati miei studenti anni fa. Sono bravissimi. Si fanno valere anche in ambiente internazionale. Ne sono molto orgoglioso.

Che esperienze avevi fatto prima di questa?

Come ti dicevo prima, una volta laureato ho lavorato per tre anni in due aziende diverse (due anni in una e un anno nell’altra), come progettista software e programmatore. Un’esperienza utile, che non rimpiango. Ma comunque era chiaro che la mia strada non fosse quella…

Se non avessi fatto questo mestiere, cosa ti sarebbe piaciuto fare?

Guarda, non lo dico perché sto parlando con te, ma trovo il tuo mestiere molto interessante. Sì… probabilmente mi sarebbe piaciuto provare a fare il giornalista, pur avendo una formazione del tutto diversa…

A tuo avviso che immagine si ha dell’Italia all’estero?

Proprio l’altro giorno entro in un ristorante “italiano” a Lisbona (le virgolette sono d’obbligo: né i gestori, né nessuno che ci lavora sono italiani). Apro il menu e, tra le varie pizze, vedo che ce n’è una che si chiama “pizza mafia“. Ecco… purtroppo siamo un po’ identificati con “quella robaccia lì”… ed è un’immagine che spesso è difficile scrollarsi di dosso. Capita a volte che, in maniera del tutto scherzosa e in buona fede, le persone riferendosi agli Italiani usino proprio il termine “mafiosi”. Ci scherzano… lo trovano divertente. Ma intanto è un modo per farti capire che un po’ di diffidenza ce l’hanno. È difficile far loro capire che, invece, la mafia è una cosa drammaticamente e tragicamente seria… e che per ogni mafioso che c’è in Italia, ci sono decine… a volte ahimé centinaia di cittadini onesti che, proprio per colpa della mafia, hanno perso un amico, un padre, un parente… Forse è normale: il fenomeno chiaramente esiste e le cose negative si ricordano sempre di più di quelle positive. È davvero un peccato, però, che troppo spesso all’estero ci si dimentichi che noi Italiani siamo connazionali di Dante, Giotto, Leonardo Da Vinci, Galileo Galilei, Giuseppe Verdi … A volte mi viene un po’ da pensare “Ma possibile che quando pensano all’Italia non venga loro in mente proprio nient’altro che la pizza, gli spaghetti e la mafia?”. Perché, diciamolo: quando vivi in Italia, magari no… ma quando vivi all’estero, un po’ di orgoglio patrio ti viene!

Cosa ne pensi dei cosiddetti “cervelli in fuga”, di cui spesso si è parlato negli ultimi anni?

Innanzi tutto ci terrei a precisare che io non faccio parte di quella categoria: tipicamente i ricercatori fuggono dall’Italia perché qua non trovano posto, o il posto che hanno non li soddisfa. Io a Milano avevo un posto di Ricercatore confermato a tempo indeterminato, con ottime possibilità di diventare presto Professore Associato, e mi trovavo molto bene. I motivi per cui sono andato a vivere all’estero sono, in gran parte, legati alla vita personale (mia moglie è portoghese) e indipendenti dall’aspetto professionale.

Detto questo, però, anch’io, come un po’ tutti i miei colleghi, una mia idea sul fenomeno ce l’ho, e se me la chiedi te la dico volentieri.

Prego…

La mia idea è che il fenomeno è del tutto comprensibile, in quanto, per lo meno tra il 2007-08 e il 2011-12 (l’ultimo mio periodo lavorativo in Italia), l’Università italiana è stata gestita malissimo. Oltre alla ormai atavica e gravissima mancanza di fondi per finanziare la Ricerca, punto sul quale l’Italia occupa ormai da troppo tempo le ultime posizioni tra tutti i paesi civilizzati, proprio in quegli anni sono state fatte delle contro-riforme che hanno avuto proprio l’effetto del colpo del KO dato a un pugile che già stava barcollando. Se dovessi citarne una, quella per me più emblematica, citerei la cancellazione della figura del Ricercatore a tempo indeterminato. È una figura che esiste in moltissime parti del mondo, direi quasi ovunque. In molti altri paesi si chiama Professore Assistente, un nome tra l’altro molto più appropriato per descrivere quello che era il ruolo del “Ricercatore” a tempo indeterminato in Italia, prima che questa figura venisse abolita. Grazie a quella pessima contro-riforma, oggi le persone devono stare, per tutto l’arco temporale che va dalla fine del dottorato al giorno in cui (se sono “fortunati”) diventano Professori Associati, con contratti a termine, e quindi precari. E non mi si venga a dire che si è tentato di imitare la cosiddetta “tenure track” dei paesi anglosassoni (sistema che consente alle università di assumere ricercatori a tempo determinato per due trienni, per poi promuoverli a professori associati se conseguono l’abilitazione entro il secondo triennio, ndr) perché mi viene da ridere.

Ci puoi spiegare meglio?

Qui stiamo parlando, tipicamente, di molti anni, in un momento della vita in cui uno non è più propriamente giovanissimo e vorrebbe magari anche cominciare a costruire qualcosa a livello personale. Se in una situazione così, un’Università straniera ti offre un lavoro meglio (spesso molto meglio!) pagato e più stabile, ma chi te lo fa fare di restare? E le offerte dall’estero ai Ricercatori italiani arrivano, perché nonostante tutto quello che si dice, a livello di formazione l’Università italiana continua a essere una delle migliori in assoluto.

Facciamo un gioco. Tra un certo numero di anni vieni eletto sindaco di Pisa. Ti siedi intorno a un tavolo con i tuoi collaboratori e indichi loro la prima cosa da a fare: qual è?

Questa è difficile. Come ti dicevo, non vivo a Pisa ormai da troppo tempo per poter rispondere in maniera informata. Dall’esterno, però (è quindi una sensazione superficiale, che potrebbe essere sbagliata) non mi sembra che Pisa sfrutti al meglio tutte le potenzialità che potrebbe avere: il turismo, grazie ai suoi meravigliosi monumenti e alla grande cultura, la vicinanza col mare, e… tanto, per cambiare… l’Università, come catalizzatore di pensieri e di culture diverse. Per non parlare, poi, del problema della sicurezza, che mi sembra stia diventando sempre più grave e urgente. Si… direi che ci sarebbe davvero molto da fare per rilanciare la nostra città.

Ti piace il calcio? Per chi fai il tifo?

Si, il calcio mi piace molto. Ma qui, forse, ti deluderò: non sono tifoso del Pisa. Sono uno sfegatatissimo tifoso juventino. Non so dirti perché… forse perché i miei genitori, nonostante vivano a Pisa da decenni, non sono di origine pisana (i miei sono di Montecatini, e di sicuro la mia fede juventina l’ho ereditata da mio padre)… o forse perché queste cose capitano e basta. Ho comunque grande simpatia e affetto per il Pisa. E non potrò mai dimenticare la promozione dalla Serie C1 alla Serie B nel 1979, che ho vissuto con entusiasmo e con gli occhi di un bambino.

C’è un giocatore del Pisa che ti è rimasto nel cuore?

Quando andavo alle Elementari (le Damiano Chiesa, in via San Francesco), a volte mi venivano a prendere i miei nonni. Fuori dalla scuola, tra i vari parenti che aspettavano i bimbi all’uscita, c’era spesso anche Giorgio Barbana (attaccante del Pisa molto rapido e dotato di grande talento), che aspettava il figlio. Mio nonno, che era una persona estremamente espansiva, era entrato in confidenza con lui, e spesso chiacchieravano mentre ci aspettavano. In questo modo, da bambino, io ho avuto l’onore di ricevere un bellissimo autografo con dedica da parte del grande Barbana. Difficile da dimenticare…

Giorgio Barbana, nerazzurro dal 1976 al 1980 (129 presenze, 44 gol)
Come te la cavi in cucina?

Non sono bravo, ma sulle cose di base me la cavo.

Piatto preferito?

Sono una buona forchetta, difficile trovare qualcosa che non mi vada a genio Ma se proprio dovessi scegliere, come piatto nazionale direi i tortellini, mentre come piatto “nostrano”, mi butto sul cacciucco… quando è ben fatto, non ce n’è.

Come hai conosciuto tua moglie?

Ci siamo incontrati  a un congresso internazionale a Chicago. Sara è una collega, è ricercatrice e lavora nella mia stessa area. Poi ci siamo visti a vari altri congressi in giro per il mondo e… da cosa nasce cosa.

Un’ultima cosa. Ci spiegheresti cos’è l’Intelligenza Artificiale su cui fai ricerca?

Supponiamo che dobbiamo risolvere un problema… ma questo problema è talmente complesso ma talmente complesso che non riusciamo a scrivere un programma che lo risolva… o per lo meno, non uno che lo risolva in maniera soddisfacente. In questi casi l’idea è quella di dare al sistema informatico la capacità di apprendere autonomamente a generare una soluzione per quel problema… Apprendere significa spesso migliorare dai propri errori. Questi sistemi, quindi, sono in generale in grado di generare soluzioni di non buona qualità, ma poi capire dove e perché quelle soluzioni non sono buone e migliorarle, per produrre un’altra soluzione, che sarà migliore della precedente, ma anch’essa imperfetta, e quindi da migliorare… e così via ciclicamente finché la soluzione prodotta non diventa accettabile per risolvere il problema. Tipici esempi di queste tecniche sono metodi bio-ispirati come le Reti Neurali e la Programmazione Genetica.

Se ne parla da anni ma ultimamente sta diventando popolare. Per quale motivo?

Semplice: perché la nostra ambizione di risolvere problemi sempre più complessi sta crescendo… e i problemi diventano sempre più complessi col proliferare dei dati a nostra disposizione…

Ci faresti un esempio per capire meglio come l’Intelligenza Artificiale può aiutare le nostre vite?

Niente di più semplice a dirsi: entra una persona nel mio negozio… sarà un buon cliente? Questo composto molecolare sarà adatto per curare questa nuova malattia? Come devo organizzare la rete stradale per minimizzare il congestionamento del traffico…? E così via…

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