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Ilaria Clara Urciuoli

Voci e danza, corpi e parole per portare avanti una riflessione artistica sul mondo della violenza nelle relazioni affettive visto, questa volta, con gli occhi dell’uomo, di colui che ha fatto violenza: approda così questa sera alle 21 sul palco del Teatro Manzoni di Calenzano (Firenze) “Il maschile che si svela”, appuntamento di danza spettacolo per il quale Donatella Cantagallo, regista e coreografa, ha lavorato a stretto contatto con il Centro Ascolto Uomini Maltrattanti (CAM). Protagonisti della serata gli allievi dell’Accademia dello stesso teatro che attraverso la loro performance portano sul palco i risultati di un progetto che ha visto l’applicazione di una metodologia creativo-espressiva al lavoro con gli uomini autori di violenza seguiti dal centro fiorentino.

Per affrontare il tema chiediamo aiuto alla dottoressa Silvia Amazzoni, psicologa, operatrice e formatrice del CAM, nonché coordinatrice del progetto, che si occupa in particolare di co-condurre gruppo psicoeducativi con uomini autori di violenza. Le rivolgiamo alcune domande per avere una maggiore comprensione di questo fenomeno. È un punto di vista privilegiato infatti quello degli operatori del CAM che nasce nel 2009 a Firenze con l’adozione delle linee guida europee per la presa in carico degli autori di violenza e da allora porta avanti le sue mission volte al supporto di questi uomini ma anche alla sensibilizzazione e alla formazione e divulgazione scientifica.

Dalla vostra esperienza ormai più che decennale cosa avete capito di questo universo maschile che cede alla violenza?

“La violenza diventa una strategia di risposta rapida alla complessità dell’esistenza con cui ogni giorno, uomini e donne si confrontano. La violenza è una scelta, un modo di comportarsi di fronte ad un evento cosiddetto stressante, sia esso in senso positivo (come la nascita di un figlio) che in senso negativo (ad esempio la perdita del lavoro). La violenza è il prodotto di una multifattorialità di elementi a cui l’universo maschile è soggetto: la cultura patriarcale, che insegna per esempio a non versare una lacrima ed essere prestante e forte; una mancata maturazione delle competenze di vita, le cosiddette life skills, come ad esempio la capacità comunicativa, l’ascolto partecipato, il processo decisionale, la creatività e così via, tutti elementi fondamentali per poter negoziare all’interno delle relazioni, stare alla pari, esprimere e sentire le emozioni, piuttosto che trasformare la relazione in un teatro di guerra e di lotta al potere. In questo campo vanno poi a inserirsi ed influenzare le condotte, i fattori di rischio e i fattori protettivi, ovvero tutti quegli elementi che aumentano la probabilità di mettere in atto un comportamento violento o la diminuiscono. Non vi è mai una sola causa alla messa in atto di un comportamento violento”.

Il Centro Ascolto Uomini Maltrattanti nasce dall’esperienza di lavoro nel Centro Antiviolenza Artemisia di Firenze. Ci vuole raccontare come è nata la scelta di lavorare sull’altro protagonista degli episodi di violenza e quale metodo avete scelto per farlo?

“Il retaggio di lavoro con le vittime di violenza dà una impronta fondamentale alla costituzione della metodologia di lavoro del CAM. La Mission dell’Associazione Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti come evidenziato nello Statuto è la promozione, il contrasto, l’intervento e la prevenzione sui temi della violenza contro le donne e minori tramite la realizzazione di programmi di cambiamento rivolti a uomini che agiscono con violenza nelle relazioni affettive. L’Associazione promuove tali programmi nell’ottica di eliminare la violenza maschile contro le donne ed i bambini, per il miglioramento della sicurezza delle vittime e con l’impegno di promuovere il cambiamento sociale nell’ambito dell’assistenza sociale e socio-sanitaria, nel settore della formazione, dell’istruzione e dei diritti civili. Vi sono delle motivazioni ulteriori, soppesate sul contesto specifico nazionale che supportano la realizzazione dei programmi per uomini autori di violenza. Va considerata la responsabilità della violenza di colui che la agisce, svincolandola da colei che la subisce, al fine di contribuire alla sicurezza della vittima. In molti casi poi le donne non vogliono lasciare i propri compagni violenti, e richiedono a noi un intervento che possa contenere e consapevolizzare l’uomo sul proprio agito. A questo si aggiunge la necessità di prevenire una futura violenza sia con la partner attuale che con una partner diversa in una nuova relazione e di incrementare la capacità genitoriale degli uomini autori di violenza. La funzione genitoriale di padre, infatti, risulta compromessa dalla violenza che incide profondamente sul benessere dei bambini. Lavorare con gli autori non significa quindi soltanto interrompere il ciclo della violenza, ma garantire una maggiore sicurezza a donne e bambini sui quali è già stata agita violenza o sulla quale potrebbe essere agita nel tempo.”

Le attività di supporto agli uomini autori di violenza prevedono un’accoglienza telefonica cui seguono colloqui individuali con psicologi, psicoterapeuti o psichiatri di sesso maschile per la valutazione e la rilevazione della violenza. Quindi la possibilità di accedere a gruppi psico-educativi che permettono di prendere parte poi ad altri gruppi, questa volta orientati sui vissuti legati alla violenza e sul confronto delle esperienze dei vari partecipanti. Quali sono i cambiamenti più importanti che vedete in coloro che seguono i vostri percorsi?

“Ad un percorso CAM si accede attraverso un arrivo volontario oppure un invio da un servizio o un ente del territorio. A seguito di una serie di colloqui individuali iniziali volti a rilevare la violenza agita e le motivazioni ad entrare in percorso si accede al gruppo psicoeducativo volto all’interruzione della violenza. Tra i cambiamenti che vediamo maggiormente nei nostri gruppi c’è l’interruzione della violenza fisica e l’inizio di un percorso di riconoscimento della violenza agita e delle conseguenze che questa ha avuto sulle partner ed i minori; rilevante è anche la presa di coscienza di come avviene il processo della rabbia, e di come questa emozione si possa invece canalizzare; aumenta inoltre la possibilità di assumersi la responsabilità dei comportamenti violenti agiti con effetti riduttivi sul rischio di recidiva. Il cambiamento dipende da molteplici fattori quali: aderenza ai percorsi, motivazione a mettersi in discussione, risorse personali, risposte coerenti dei servizi del sistema e della comunità sul condannare la violenza.”

Siete entrati nelle scuole fiorentine per “progettare tempi nuovi” come recita il sottotitolo di un vostro lavoro “Scuola di vita”. Analogamente “Uno, nessuno, centomila stereotipi! Trasforma-Azione delle conflittualità di genere attraverso il Teatro dell’Oppresso” punta a favorire il riconoscimento e la rimozione degli stereotipi di genere. Cosa avete notato nelle nuove generazioni? Come vi hanno accolto e quanto erano già sensibili al tema?

“Il lavoro sulla sensibilizzazione al genere con le nuove generazioni è un lavoro infinito che sempre permette scoperte sorprendenti. I giovani sono recettivi nonostante gli stereotipi di genere siano ben radicati. È un lavoro costante che dovrebbe essere quotidiano rivolto non solo ai giovani ma anche per esempio alle insegnanti, ai dirigenti, e a tutti i collaboratori che si interfacciano con la scuola, ai genitori. È un lavoro di sistema poiché tutti siamo potenzialmente soggetti portatori, spesso inconsapevoli, di stereotipi di genere”.

Ilaria Clara Urciuoli

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