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Roberto Riviello

È appena tornato dalla Russia lo chef Michele Brogi, classe 1972, originario di Figline Valdarno; e per riacclimatarsi ha pensato di andare subito con i suoi due bambini, nati i Russia, a tifare Viola in curva Fiesole: una scelta rivelatasi molto azzeccata, vista la strepitosa vittoria a fine campionato della Fiorentina sulla sua rivale numero uno, la Juventus.

Lo incontro in casa del suo primo maestro di ristorazione, il prof Salvatore Grieco, in una bella casa di campagna sulla via che da Figline sale verso Poggio alla Croce. Nonostante la lunga esperienza di lavoro all’estero, Michele Brogi è sempre affettivamente legato al Valdarno, dove vivono i suoi genitori; e anche a chi lo ha iniziato all’arte della cucina, come appunto il suo ex prof dell’Istituto alberghiero Saffi di Firenze, al quale riconosce di avergli inculcato il senso della disciplina, che è fondamentale per chi voglia intraprendere la professione faticosissima del cuoco.

Lo chef Michele Brogi (a sinistra) con Il suo ex prof di ristorazione

Ci racconta dunque gli anni londinesi, quando inizia a maturare andando a lavorare in una importante azienda ristorativa che gli permette di conoscere e collaborare con chef prestigiosi, come Giorgio Locatelli, oggi molto noto anche come personaggio televisivo per essere uno dei protagonisti della versione italiana di MasterChef; e Gordon Ramsay, chef stellato britannico, nonché scrittore, imprenditore e ideatore di format televisivi.

Ma Michele Brogi non si accontenta e finanche il lavoro a Londra inizia, dopo alcuni anni, a sembrargli un po’ monotono. E così, nel 2001, compra un biglietto aereo “open” e inizia a viaggiare verso l’Oriente, zaino sulle spalle, come un semplice turista in cerca di luoghi esotici. Ma un cuoco di alto livello non sarà mai un semplice turista: a Tokyo viene assunto dall’Enoteca Pinchiorri, il brand fiorentino che secondo la Guida Michelin offre ai suoi clienti “delle proposte che assomigliano a uno spettacolo pirotecnico”. Nell’Enoteca Pinchiorri di Tokyo diventerà presto il responsabile della pasticceria; e lì resta per cinque anni, che dice di “portarsi sempre nel cuore”.

Poi di nuovo a Londra dove sarà lo chef dell’Osteria dell’Angolo: cucina rigorosamente italiana, semplice ma di qualità, molto apprrezzata dagli inglesi che – ci spiega – amano il fegato cucinato in vari modi. A Milano la Guida Michelin gli propone di diventare un ispettore, ma lui declina l’offerta perché, contemporanemanete, gli si apre una prospettiva di lavoro molto allettante, che uno spirito avventuroso com’ è lui non può rifiutare: Mosca. Nonostante sia ormai uno chef, accetta di buon grado di lavorare come secondo cuoco con il noto chef di origine umbra Michele Brogioni nel ristorante Casta Diva: “Uno spicchio di Italia nel cuore della città del Cremlino” secondo Trip Advisor, “che sembra un giardino estivo del XIX secolo, con le volte e i muri tutti affrescati, fontane e sculture in marmo”.
Nel febbraio 2014 a Sochi ci sono le Olimpiadi Invernali, e naturalmente lui viene chiamato a cucinare per gli atleti italiani nel Villaggio olimpico. Così ricorda quell’eserienza esaltante: “Servivamo circa 5.000 pasti al giorno e le giornate erano veramente impegnative. Ma al Villaggio si respirava la vera atmosfera olimpica: tutti sorridevano, nessuno ti guardava dall’alto in basso solo perché aveva vinto una medaglia”. E poi, come dimenticare il compleanno di Carolina Kostner, “simpatica, brillante e gentilissima”, per la quale prepara una torta speciale?

Da Mosca a Novosibirsk, in Siberia, ci sono ben 3.356 km, che però da quelle parti non vengono considerati una distanza esagerata. E così, quando gli offrono, di andare a insegnare l’arte della pizza ai cuochi siberiani, Michele non se lo fa ripetere due volte. “L’unico problema è stato all’arrivo – ci racconta – perché a febbraio la temperatura è -35° e bisogna imparare a respirare in un certo modo, se no si rischia che nelle narici si formino cristalli di ghiaccio”.
In Siberia conosce Liubov, che diventerà sua moglie e gli darà due splendidi bambini i quali oggi parlano sia il russo che l’italiano; e tifano, come abbiamo già detto, per la Fiorentina. Poi arrivano gli anni della pandemia e anche in Russia, com’è stato da noi, i ristoranti se la son vista brutta. Ma per la fortuna dei cuochi lì ci sono gli oligarchi, di cui abbiamo sentito molto parlare da quando è iniziata questa maledetta guerra in Ucraina. Michele va a lavorare come cuoco personale per uno di questi uomini ricchissimi, e lo segue anche durante le sue vacanze dorate in Sardegna.

Sono trascorsi ormai undici anni dal suo primo arrivo a Mosca e adesso è tornato nel Valdarno, ma giusto il tempo di rivedere amici e familiari: perché in tasca ha già un biglietto per Los Angeles. Finita l’avventura russa, è pronto a iniziare quella californiana.

Prima di lasciarci gli faccio l’ultima domanda e gli chiedo, con una punta di malizia, se preferirebbe far crescere i figli nella Russia di Putin o negli Stati Uniti d’America; e lui, senza esitare, risponde: “Li vorrei far crescere in Italia“. Una risposta diplomatica ma, tutto sommato, come dargli torto?

Roberto Riviello

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