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Maurizio Ficeli

Alcuni giorni fa mi sono ritrovato a passare dalla zona di piazza delle Vettovaglie, l’antico mercato della città di Pisa, e mentre camminavo mi sono tornati alla mente alcuni ricordi della mia infanzia. Transitando per Piazza Sant’Omobono, via Cavalca e via Tavoleria, ho notato le pavimentazioni fatte di lastricati in ordine, i vicoli puliti e curati e i turisti in giro alla scoperta di questa parte caratteristica della città. È stata sicuramente una piacevole sorpresa.

Quando ero piccolo ricordo le pavimentazioni sconnesse e alquanto disordinate, un po’ di trasando generale ma molto calore e solidarietà a livello umano. Una piazza che era formata da tanti personaggi latori di una pisanità popolare che, almeno nel centro della città, sta sempre più scomparendo. Ho passato lì una parte della mia infanzia. Pur abitando a Porta a Lucca, bazzicavo la zona perché mio nonno Ermenegildo Ficeli e mia nonna Rina Cambi, gestivano un negozio di pizzicheria in piazza Sant’Omobono. Mio nonno era di Norcia, in provincia di Perugia, trasferitosi a Pisa da piccolo con il padre Agostino (che tramandò il nome a mio padre) ed alcuni suoi fratelli, per svolgere l’attività di norcino. All’ombra della Torre conobbe mia nonna Rina, pisana “der Portone”, e qui nacque mio padre, Agostino appunto, da tutti sempre chiamato semplicemente Nino.

Il babbo praticava la lotta libera nel Cus Pisa, con Sergio Scarselli allenatore, indimenticato medico sociale del Pisa ai tempi di Romeo, conquistando il titolo di campione d’Italia nel 24 maggio 1953 nella categoria pesi medi. Nel 1960 mio padre si sposò con Filippi Fiorella, mia madre, originaria di San Giuliano Terme. Lei raccontava sempre: “Sono bagnaiola, nata in via XX Settembre, sopra la bottega di Francesco, che gestiva una bettola con mescita di vino, frequentata da gente alquanto allegra”. Dal loro matrimonio siamo nati il sottoscritto, nel 1961, e mio fratello Alessandro ,nel 1968, entrambi nella Casa di cura Quinti in via della Faggiola, vicino a Piazza dei Miracoli e  all’Arcivescovado, quindi più pisani di così…

Fatta questa digressione personale, mi soffermo di nuovo su alcuni personaggi della piazza. Anzitutto come non ricordare le tante schiacciatine con la cecina consumate dal “Montino” , famosa pizzeria in via del Castelletto, accompagnate dalla spuma bionda. Questa gustosa abitudine mi ha valso in seguito il soprannome “Schiaccia”, che porto tutt’ora.

Proprio davanti al negozio di mio nonno c’era il banco di frutta di un certo Mario Tredici, meglio conosciuto come “Pipi”, che con la sua voce inconfondibile invitava la gente ad acquistare “pere e mele belle, o gente” concludendo con un intercalare prettamente pisano: “Gnamo, scioboia!”. Ricordo un aneddoto curioso su Pipi. Un giorno passarono davanti al suo banco alcune ragazze francesi in minigonna. Notando le loro gambe abbastanza prominenti Mario esclamò: “Ma che belle coscion!”. Le giovani ragazze lo guardarono male, anche se lui non aveva parlato con intenzioni offensive, in quanto non sapeva nemmeno che cosa volesse dire quella parola.

Vicino a Mario come non ricordare la mesticheria del Giusti, un piccolo supermarket, fornito di qualsiasi prodotto sia di mesticheria, ma anche di profumi ed igiene personale, oppure il negozio di Carta e Cartone nella vicina piazza Donati. Accanto al banco di “Pipi” c’era il banco, sempre di prodotti ortofrutticoli , di “Buba“. Simpatici i suoi strafalcioni del tipo: “io, prima di ‘caricarmi (voleva dire coricarmi, ndr) piglio le pasticche”. Non mancavano i sorrisini di chi lo sentiva parlare ma, ma per rispetto, non si azzardava a correggerlo.

Più in là c’erano Tatiana, Daniela e il mitico Italone Fantoni, sessantottino di Lotta Continua, oltre che indimenticato capo ultrà della Curva Nord di Pisa. Proseguendo nella piazza c’era la “Buzzina” sorella di “Buba”, che vendeva le acciughe, per poi arrivare al banco di Gina Bertini, nota da tutti come la “Baronessa“. Memorabile una sua partecipazione ad una trasmissione del programma tv “Piacere Raiuno” in onda dal teatro Verdi di Pisa: quando le venne chiesto quando fu posata la prima pietra della piazza dei Miracoli lei seppe indicare la data esatta. Gestiva il banco di frutta e verdura con il marito ed i figli Luciano ed Arsace, quest’ultimo deceduto in un incidente stradale, di ritorno da Viareggio.

Poi ricordo i fratelli Bargiani, Umberto ed Andrea, con la frutta. Avevano uno zio pittore, pisano doc, che viveva però in Versilia. Ed ancora, oltre i Cesqui ed i Marinelli anch’essi originari di Norcia come mio nonno ed attivi nella norcineria, i pollaioli, a cominciare dai Ceretelli, titolari della Polleria Fiorentina, in quanto originari di Campi Bisenzio, anche se ormai “pisanizzati”. Uno di loro, Moreno, era fisso nella vicina chiesa di San Frediano, dove era parroco monsignor Sergio Borchi, originario di Pontedera, a cu faceva da chierichetto insieme a Riccardo Pieracci, altro personaggio storico della piazza che ora vive a Cascina. Ed a forza di frequentare la chiesa, Ceretelli riuscì a coronare la sua aspirazione di diventare sacerdote, pur non essendo al massimo della forma fisica, in quanto lo si poteva vedere girare in città con l’abito talare ed un bastone con gli faceva da guida in quanto ipovedente.

Altri noti pollaioli erano Renzo Falciani e Claudio Signorini, poi li accanto a loro il panificio Bufalini, il cui figlio Sauro si affermò a livello nazionale nel basket. Poi che dire della famosa Berta, che coadiuvata dal figlio Walter vendeva sigarette, musicassette, mangianastri, eskimi, giubbotti, anfibi militari e quant’altro, costituendo di fatto una “sezione distaccata” del famoso mercatino americano di Livorno. Da lei trovavi davvero tutto.

Ricordo tanto l’odore di baccalà in un negozio vicino alla bottega di mio nonno. Non mi viene in mente il nome del negozio e dei titolari ma non ho dimenticato un fatto grave che mi colpì: una mattina i due titolari, che avevano un piccolo magazzino in una voltina vicina a via Tavoleria, all’altezza del convento delle suore di Santa Marta, andarono lì a prendere alcune cose da portare in negozio. Il magazzino era saturo di gas a causa di una bombola che aveva una perdita. Uno di loro aveva la sigaretta accesa ed appena aprirono la serranda furono sbalzati in aria e si sentì una forte esplosione, che rimbombò in tutta la piazza, con la gente che corse subito in soccorso dei due poveretti, a terra sanguinanti. Per fortuna non ebbero conseguenze gravissime, anche se furono portati in ospedale.

Ecco, quando sono passato da quella voltina, mi sono ricordato di quel fatto che mi sconvolse e tuttora porto nella memoria. Una piazza del mercato ricca di umanità, generosità e pisanità. Oggi è tutto cambiato, sono altri tempi, il mondo va avanti, personalmente conosco poca gente, è rimasto il banco di frutta dei Ceccanti, pisani doc, per il resto il luogo ha cambiato pelle. Rimane il ricordo di un luogo popolare e solidale che ha portato in alto l’orgoglio della nostra amata città. Una Pisa che non c’è più se non nei ricordi, belli e brutti, che almeno ci fanno ritornare un po’ più giovani.

Maurizio Ficeli

 

1 Comment

  1. Vita Bruno Reply

    Grazie, grazie di cuore per ricordare anche a me il periodo della mia infanzia e gioventù a Pisa. Sono del 1946 e ricordo benissimo la Berta e la Baronessa, i Cesqui e gli altri di cui avevo scordato il nome. Così come ormai non si usano più i termini mesticheria, pizzicheria e chissà quanti altri ! Pisa era una città che aveva tantissime attività commerciali che sono scomparse : ora è, come in quasi tutti i paesi… civili (?) del mondo, un parco di divertimento a cielo aperto per turisti e studenti. Ho un bellissimo libro di Luca Bertini, pubblicato nel 2012 dalla Camera di Commercio, ma nella forma, stile, grafica originale e foto d’epoca color seppia, il cui titolo è ” Botteghe pisane nell’Ottocento “. Lo consiglio a tutti.
    Per tornare alla Baronessa, da piccola chiesi perché quella Signora che vedevo sempre seduta dietro al suo banco fosse una “Baronessa“ e mi dissero, ( non so se fosse vero visto che gli adulti spesso a certe domande dei bambini rispondono in fretta quello che gli passa per la testa in quel momento ) : ” la chiamano Baronessa perché quando va a Teatro sfoggia gioielli e pellicce più preziose delle più ricche signore di Pisa “… e io sognavo, cercavo d’immaginare le sue entrate al teatro.

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