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Paolo Lazzari

Il fatto che la Toscana sia culla feconda per inventori e invenzioni non sgrana certo gli occhi del lettore. La circostanza che, invece, qualcuno s’inventi di avere inventato, rimane sicuramente meno consueta. Il gioco di prestigio si impregna di tragicomico allure ulteriore se, provate a non farvi venire un mal di testa, ci si inventa anche l’inventore dell’invenzione. No, non scuotete il capo. Non vi stiamo menando per il naso. Nessuna supercazzola da toscanacci. Ogni riferimento a fatti o persone è puramente voluto e reale.

Firenze, anno del signore 1648. D’un tratto tal Ferdinando Leopoldo Del Migliore decide di dare alle stampe un libro dal titolo ampolloso: “Firenze città nobilissima illustrata”. Fino a qui non ci sarebbe nulla di male, anzi. Solo che, scorrendo le pagine del voluminoso tomo, ad un certo punto appare la figura di un altro fiorentino, un certo Salvino degli Armati. Segni distintivi? Secondo Ferdinando si tratta, nientemeno, dell’inventore degli occhiali. Tutto lecito, per carità, non fosse che – come successivamente è stato appurato dagli storici – il buon Salvino è un personaggio mai nato e mai vissuto. Un handicap abbastanza ingombrante, quando si tratta di dover concepire e creare qualcosa di nuovo. Specie se l’invenzione è così rivoluzionaria.

Ma le zingarate si sa – questa ne è un’antesignana a tutti gli effetti – per venire giù bene hanno bisogno del giusto mix di esagerazione, protervia e insolenza. Così a gonfiare la cosa ci si mette pure un altro fiorentino, Domenico Maria Manni. Come? Scrivendo addirittura un saggio sulla figura di Salvino. Favoloso. La bugia a questo punto è talmente grossa che inizia a camminare da sola, attraverso i secoli. Al punto che, nel 1841, nella chiesa di Santa Maria Maggiore a Firenze viene eretto un altare intitolato all’inventore – inventato – degli occhiali, con tanto di epigrafe: “Qui giace Salvino d’Armato degli Armati di Firenze, inventore degli occhiali. Dio gli perdoni i peccati”.

Il trucco era enorme e la voce si era ormai talmente consolidata che, per sconfessarla, bisognò attendere il 1920. Isidoro del Lungo, un fine intellettuale fiorentino che però si era formato a Pisa, dimostrò chiaramente che non solo Salvino era un personaggio immaginario, ma anche che gli occhiali da Firenze non ci erano proprio mai passati. Il giro che avevano fatto, tuttavia, non passava poi così lontano, anzi. Durante una predicazione pubblica a Firenze nel 1305, il monaco pisano Giordano da Rivalto aveva infatti dichiarato di conoscere gli occhiali e i loro inventore, senza però rivelare chi fosse. Poco tempo dopo a Pisa, nel monastero di Santa Caterina, moriva il monaco Alessandro della Spina. Quest’ultimo era diventato celebre per la sua capacità di riprodurre e migliorare qualsiasi manufatto vedesse in giro per l’Italia. Emerse così che, durante un suo viaggio a Venezia, aveva osservato come i maestri vetrai creavano le lenti d’ingrandimento. Tornato a Pisa si era subito messo al lavoro e, in breve tempo, aveva fabbricato la prima montatura.

Era il 1285 quando gli occhiali iniziarono a circolare a Pisa, subito con grande successo, data la dilagante presbiopia della popolazione adulta. L’invenzione del secolo fu pisana, insomma. Con buona pace di Salvino e di tutti quelli che ne alimentarono la leggenda.

 

Foto: quadro di Conrad von Soest a Bad Wildungen

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