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Ilaria Clara Urciuoli

Firenze, Palazzo Vecchio. Mentre cade il telo che copre l’imponente quadro di Pellizza da Volpedo, una presenza ingombrante e vitale si fa spazio nel Salone dei Cinquecento. Il Quarto stato avanza ben oltre il confine stabilito dalla scena pittorica, fiero e deciso proprio come la storia lo ha voluto e fatto, esattamente come nel negli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento è stato ritratto; entra con la sua carica di determinazione in una sala roboante, ricca di rinascimento, di lusso e di battaglie celebrate nei meravigliosi affreschi voluti da Cosimo I de’ Medici. Entra silenzioso, senza armi se non la propria consapevolezza, compatta e prende posto nella sala già gremita per l’evento che vede lì il Ministro del Lavoro Andrea Orlando e i sindaci di Firenze e Milano, Dario Nardella e Beppe Sala. Quel Quarto stato che ha lottato per i diritti dei lavoratori e ha dato vigore al socialismo di cui il quadro è intriso, ora avanza per vedere come la nostra società ha fatto fruttare quella eredità.

Tante le alunne e gli alunni delle scuole toscane ed è a loro che si rivolge, in un discorso magistrale, il direttore del Museo Novecento di Firenze, Sergio Risaliti, che con Danka Giacon ha dato vita e corpo all’idea di questo prestito tutt’altro che banale non solo per la complessità dello spostamento di un’opera di quasi 3 metri per 6, ma anche per il rapporto identitario che l’opera ha con Milano. Se infatti la tela è simbolo per tutti delle lotte degli ultimi, sono proprio gli eventi della Milano di fine Ottocento che hanno dato particolare valore alla scena, primo tra tutti l’episodio di violenta repressione dei moti popolari milanesi a opera di Bava Beccaris che nel maggio 1898 spara sulla folla lasciando sulle strade un gran numero di morti e feriti. L’opera viene portata a termine nel 1901, dopo un lavoro, durato un decennio, che ha prodotto Ambasciatori della fame, Fiumana, Il cammino dei lavoratori, quadri affini o preparatori di quello che oggi osserviamo a Firenze, in grado di sacralizzare il lavoro, assoluto nel suo essere emblema della lotta per il riconoscimento della dignità e dei diritti di ogni lavoratore.

Eppure per Pellizza da Volpedo a quel 1901 faranno seguito amarezze: l’opera sarà più volte respinta, rifiutata dalla borghesia benpensante e dalla classe dirigente che nei soggetti ritratti vedeva un sovversivo e pericoloso nemico da domare. Alle delusioni legate al quadro si aggiunge l’improvvisa morte della moglie. Così, impiccato a una trave, l’artista non ancora quarantenne non avrebbe visto nel 1920 l’allora sindaco di Milano, il socialista Emilio Caldara, promuovere una raccolta di fondi per acquistare il quadro, che da allora raramente ha lasciato il capoluogo lombardo. D’altra parte, come ha ricordato l’attuale sindaco Sala, il tratto identitario della città è dato proprio da una “religiosità del lavoro” che fa da collante alla cittadinanza e da forma di solidarietà per coloro che si rimboccano le maniche.

Inequivocabilmente chiaro il titolo dell’opera di Pellizza da Volpedo che affonda le sue radici nella Francia dell’Ancien Régime, dove la società era tripartita e i contadini una componente esclusa non solo dal primo e dal secondo stato, rappresentanti rispettivamente clero e nobiltà, ma anche dal terzo, la borghesia che con tempi lunghi ma inesorabili si sarebbe imposta. Con la rivoluzione industriale e la migrazione dalle campagne alle città gli ultimi diventano gli operai, proletari che nulla possedevano se non la prole (che uno stipendio seppur misero a casa lo portava dalla fabbrica) e la speranza di cambiare lo cose con la partecipazione politica. Grazie all’ampliamento della base elettorale (maschile, s’intende!) nascono i partiti di massa e si diffonde il socialismo che è guida ideologica per il pittore.

Nella tela tra i primi, a sostenere la più giovane delle generazioni rappresentate al maschile, una donna. Tra i primi dunque ma non con i primi, non omologata in quella marcia fiera, piuttosto portatrice di domande, forse di obiezioni, inascoltate. D’altra parte lei, la donna, la sua marcia allora non poteva farla. Il popolo femminile, senza il riconoscimento del voto e di tanto altro, ancora una volta deve affidare le sue istanze al marito, volgendo a lui dunque il suo sguardo e non (ancora) camminando con occhio fiero verso di noi, verso il suo futuro.

Dopo le guerre mondiali e quelle fatte per assoggettare popoli ora “in via di sviluppo”, dopo le altre rivoluzioni industriali e tecnologiche, dopo la globalizzazione e la presa di coscienza della crisi ambientale, davanti a questo simbolo ci poniamo ora un nuovo interrogativo, più volte emerso nella mattinata d’incontro e di dibattito: da chi è composto oggi il quarto stato, chi dovremmo noi dipingere al posto di quelle figure che avanzano con spirito fermo?

Un caleidoscopio di abiti e di colori della pelle immagina il ministro Orlando che mette l’accento sulla recessione democratica e ancora di più su una “giustizia sociale frustrata” da disuguaglianze che vanno ben oltre, numeri alla mano, quelle di inizio Novecento. Una marcia di giovani immagina invece Risaliti che li vede muoversi in una lotta per i diritti. Tra questi diritti uno, fondamentale tanto per la nostra Costituzione quanto per il nostro tessuto sociale ed economico: ancora una volta il lavoro.

Ilaria Clara Urciuoli

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