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Chi non sa che Giuseppe Mazzini nacque a Genova, e che proprio lì riposano le sue spoglie nel cimitero monumentale di Staglieno? Ma forse non tutti sanno che il fondatore della Giovine Italia morì a Pisa, 150 anni fa (10 marzo 1872), dove si trovava sotto il falso nome di Giorgio Brown, ospitato da Pellegrino Rosselli e Giannetta Nathan in una casa che oggi è diventata la Domus mazziniana.

Non è un caso che Mazzini, già malato e ricercato dalla polizia, si fosse rifugiato in casa dei Rosselli; un cognome che nella storia italiana ritornerà durante gli anni del fascismo quando i fratelli Carlo e Nello Rosselli, fondatori di Giustizia e Libertà, dopo un lungo esilio a Parigi, verranno uccisi da una formazione dell’estrema destra. Pellegrino e Giannetta erano ebrei, patrioti e mazziniani convinti; e Giuseppe Mazzini sapeva di poter contare sulla loro fedeltà in quanto già dai tempi del suo esilio a Londra aveva stabilito stretti rapporti con patrioti ebrei che vedevano in lui un vero e proprio profeta: il “Mosé” dell’Italia unita ma anche della liberazione degli ebrei italiani.

È dunque sul tema dell’intrecciarsi della questione risorgimentale con quella ebraica che vorrei soffermarmi per spiegare meglio i motivi della permanenza di Mazzini a Pisa nei suoi ultimi giorni di vita. La storia dell’emancipazione degli ebrei italiani è stata ampiamente studiata ed approfondita dagli studiosi, per cui adesso ci è chiaro che il Risorgimento fu un’occasione straordinaria per le comunità israelitiche presenti sulla Penisola di contribuire fattivamente al fenomeno rivoluzionario con due obiettivi: rivendicare la piena “italianità”; e dimostrare che la loro diversa fede religiosa poteva benissimo fondersi con quella nuova religione civile del culto della Nazione diffusa da Giuseppe Mazzini.

Il successo della partecipazione degli ebrei alle vicende del Risorgimento fu, per così dire, consacrato dalla Legge sull’Emancipazione che Vittorio Emanuele II proclamò il 29 marzo 1848 all’interno del Regno di Sardegna e che in seguito estese a tutto il Regno d’Italia; dando così inizio ad una storia nazionale che durante tutto l’Ottocento andò quasi in controtendenza rispetto agli altri Stati europei, come la Francia e la Germania, dove nascevano sentimenti sempre più marcatamente antisemiti, dei quali il processo al capitano Dreyfus fu la manifestazione più emblematica ma non certo la sola.

La nazione Italia nasceva nel segno di una sovranità aperta – oggi diremmo “inclusiva”-, mentre altrove il vento del nazionalismo su base etnica iniziava a soffiare e ad alimentare il mito della razza pura, tra un revival di culti pagani tardogermanici e la diffusione del neo-romanticismo di stampo wagneriano che poi sappiamo bene a quali esiti tragici condussero. Questo ci spiega perché, mentre nella Germania degli anni Venti e Trenta del XX secolo l’antisemitismo propagandato dai circoli razzisti e poi dal partito nazista di Hitler e Himmler trovarono un fertile terreno di coltura; nell’Italia fascista, al contrario, non fu facile convincere gli italiani della “diversità razziale” dei loro compatrioti israeliti, i quali si erano conquistati la cittadinanza italiana sui campi di battaglia e non a chiacchiere, a partire dal Risorgimento per poi continuare durante tutta la Grande guerra.

Con il Risorgimento si stabilì più che una semplice alleanza tra gli ebrei italiani e i patrioti laici e/o cristiani. Come ha spiegato benissimo Ester Capuzzo in “Gli ebrei italiani dal Risorgimento alla scelta sionista”, ci fu tra gli ebrei e il massimo esponente della filosofia risorgimentale, Giuseppe Mazzini, un vero e proprio scambio in termini di valori: se i primi videro nella sua idea di Nazione la possibilità di riaffermare il loro bisogno mai sopito di una Patria in cui identificarsi e in cui finalmente trovare il pieno riconoscimento dei diritti civili e politici grazie alla nuova cittadinanza italiana-nazionale; Mazzini, da parte sua, si ispirò profondamente ai testi biblici, proponendo una lettura “risorgimentale” della Bibbia, sintetizzata nel suo celebre slogan di Dio e Popolo.

L’idea mazziniana, dunque, che un popolo sia tale soltanto se trova la sua naturale dimora nello Stato- nazione e che questo sia non soltanto una giusta aspirazione di carattere politico, ma anche un tragitto segnato – potremmo dire “destinato”- come lo fu il cammino degli ebrei verso la Terra promessa, che fu guidato da un profeta e soprattutto indicato dalla volontà divina, ha evidentemente una chiara matrice biblica; che si capisce benissimo quando Mazzini, nella lettera “Alla gioventù italiana”, scrive : “Siate i Mosé che guidino la Nazione nella Terra promessa”.

Con quanto entusiasmo furono recepiti questi ed altri messaggi in ambienti israeliti, lo si capisce da quell’anello fatto di sostegno materiale e di affetto che gli ebrei italiani costruirono intorno a Mazzini esule a Londra e che poi lo seguì a Roma durante la gloriosa esperienza della Repubblica nel ’49 e non lo abbandonò mai: fino agli ultimi giorni della sua vita che egli trascorse – come abbiamo già detto – a Pisa nella casa dell’amico ebreo Pellegrino Rosselli.

Roberto Riviello

 

Foto: Giuseppe Mazzini sul letto di morte (Wikipedia)

 

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