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Ilaria Clara Urciuoli

Una mostra imponente quella ospitata a Palazzo Pitti fino al 5 giugno su Giuseppe Bezzuoli, pittore che fino a ieri era stato il “silenzioso” anello di congiunzione tra generazioni molto rappresentate: allievo di Pietro Benvenuti e maestro di Giovanni Fattori è stato tuttavia poco studiato e messo in rilievo dalla critica che pure, nei vari eventi, ha tanto raccontato l’Ottocento e il romanticismo italiano.

Racchiuso nella coeva cornice della Palazzina della Meridiana di Palazzo Pitti, abbiamo modo oggi di scoprire il percorso di questo autore grazie al lavoro portato avanti dai tre curatori – Vanessa Gavioli, Elena Marconi ed Ettore Spalletti – che non solo hanno studiato a fondo il pittore anche attraverso i documenti d’archivio e la sua corrispondenza, ma hanno intrapreso una lunga caccia al tesoro che ha portato sulle pareti damascate della palazzina oltre 130 opere. Molte pitture ma anche disegni e sculture che permettessero da un lato di ricostruire il contesto storico-artistico in cui il Bezzuoli si è mosso, dall’altro di esplorare e rendere con ricchezza di testimonianze i vari momenti e i diversi settori in cui il pittore e magnifico disegnatore ha lasciato traccia di sé.

Non sono pochi i campi in cui, figlio di un’epoca affascinante, il Bezzuoli si cimenta: troviamo infatti la ritrattistica, alla quale deve la sua scoperta e in parte anche la sua fortuna. Qui lo vediamo a confronto con altri grandi maestri anche internazionali che animavano la vita fiorentina in quel tempo. Tra i grandi nomi che in questi anni soggiornano nel capoluogo va assolutamente ricordato Ingres (presente nell’esposizione attraverso due disegni e una copia da lui autorizzata del suo ritratto a Lorenzo Bartolini, figura dipinta poi anche dal pittore toscano). In questo mondo, fatto di aristocratici e nobildonne catturate in abiti e pellicce curati come nelle pitture rinascimentali, l’artista si muove con una consapevolezza che si evince tanto nei ritratti singoli che familiari: l’immagine malinconica di Elisa Baciocchi, Granduchessa di Toscana, rappresentante della Firenze napoleonica che qui vediamo stagliarsi con tutta la sua malinconia sullo sfondo di una città lontana che si avvia a chiudere la parentesi filofrancese; ma anche le famiglie numerose in cui l’armonia della scena viene arricchita da un ambiente naturale che molto ricorre nell’arte di Bozzoli.

Non meno interessante è la pittura di storia, storia che il romanticismo torna a cantare quale valore proprio come la già citata natura. “Il battesimo di Clodoveo” (il re franco iniziale artefice dello stretto legame tra Franchi e Papato), “Il giuramento di Riccardo Cuor di Leone” per la Cattedrale pisana, “L’entrata di Carlo VIII a Firenze” commissionato da Leopoldo II di Lorena: sono tutte opere, queste, che mettono in luce una grande attenzione alla dimensione diacronica e che tuttavia evidenziano un tratto che divide profondamente, in quei primi decenni dell’Ottocento, la sensibilità artistica dei pittori del Nord Italia da quelli (come il Bezzuoli) fiorentini, laddove un milanese Hayez (non a caso molto apprezzato da Mazzini) avvia la sua pittura storica a una piena azione contemporanea di risveglio dello spirito risorgimentale di cui è invece priva l’opera del toscano immerso in una realtà meno soggetta alla forte spinta all’indipendenza e all’unità nazionale.

Ancora molti i volti dell’artista che troviamo nel percorso che ha in questo palazzo la sua sede naturale grazie alla presenza, negli stessi ambienti, di affreschi del pittore cui i curatori hanno affiancato i cartoni preparatori. Eloquente in questo caso la sala con gli affreschi su Giulio Cesare, ma anche i quadri del Benozzo cosiddetto “emblematico”, qui rappresentato con “Invidia”, ritratto dal vero di una vecchia fiesolana di cui è riportato il disegno, così come è stato fatto per “Amore vince la forza”.

Uomo di ampia cultura non solo visiva ma anche letteraria, troviamo traccia di questa sua passione nei diversi quadri che richiamano le storie di Angelica e Medoro, Erminia e Tancredi o nella pazzia di Orlando (Tasso e Ariosto erano tra gli autori che apprezzava).

Molto altro ancora nella mostra annunciata per la primavera del 2020 e poi rimandata più volte per la pandemia, una mostra che per ricchezza e studio vale dunque l’attesa.

 

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