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Giuseppe Capuano e Guido Martinelli

La primavera, avvicinandosi, sia pur con qualche timore, reca sempre con sé qualcosa di buono che rallegra un pochino questi giorni bui per pandemia resistente e guerra tristemente trionfante. Uno di questi doni è il “IX Festival Musicale Internazionale Fanny Mendelssohn”, un appuntamento culturale molto importante del nostro territorio perché riesce sempre a portare alla ribalta, in bellissime dimore antiche o teatri o altre località suggestive, musicisti di alto livello internazionale. Artefice di questo piccolo prodigio è l’infaticabile ed entusiasta direttrice artistica Sandra Landini, coadiuvata dai suoi colleghi dell’associazione, che riesce, in ogni occasione, ad offrire spettacoli di alto livello.

Il primo concerto, nei primi giorni di marzo, si è svolto al Teatro Rossini di Pontasserchio dove si è esibita l’Orchestra Sinfonica Abruzzese con il violino di Antonio Pellegrino e la direzione e altro violino di Ettore Pellegrino. Il secondo appuntamento ha avuto luogo, invece, presso l’allettante location del Museo Piaggio di Pontedera, dove si è esibito il BossoConceptEnsemble con una serie di brani dalle grandi suggestioni tangheire.

Prima dell’esibizione io e Giuseppe Capuano, mandati in forze dal nostro direttore Sacchelli per l’importanza dell’evento, abbiamo trovato il modo, grazie alla gentilissima organizzazione, di scambiare alcune impressioni con Jorge A. Bosso, compositore e violoncellista dell’Ensemble insieme ad altri tre ottimi e importanti musicisti italiani: Ivana Zezza al clarinetto, Davide Vendramin al bandoneòn, Paolo Badiini al contrabbasso.

Noi due eravamo molto contenti, e persino emozionati, di poter intervistare un musicista-compositore di così grande spessore internazionale come testimonia il suo impressionante curriculum artistico dove risaltano concerti tenuti in gran parte del mondo, che gentilmente e umilmente si è prestato a scambiare alcune impressioni con noi.

Buonasera maestro Jorge Bosso, siamo contenti di poter parlare con Lei e, com’è nostro costume, la invitiamo a presentarsi da solo.

“Grazie a voi, è un piacere. Dunque, come sapete sono Jorge Bosso, nato a Buenos Aires, compositore, violoncellista, e scrittore. Certo, non è facile descriversi. Sicuramente quello che uno è, è quello che vorrebbe essere. Se questa domanda mi fosse stata fatta venti anni fa avrei ripetuto violoncellista, compositore. Ora mi piace pensare di essere un artista che sente il bisogno di condividere. Più che altro penso che arrivi per tutti noi un momento in cui sentiamo meno il bisogno di delineare il nostro ego, il nostro io, e quello che facciamo è tentare di riconoscere quello che siamo in grado di raccogliere, per poi dare un senso a quello che facciamo. Credo, insomma, che arrivi un momento in cui uno inizia a fare i conti anche con la vita. Dico questo non perché mi senta anziano, ma perché guardo al futuro e al passato volendo andare avanti, nel senso che anche questi elementi che io ho raccolto mi danno l’idea del percorso che posso costruire in futuro e mostrare quello che ritengo sia importante”.

E la musica che ruolo ha in questa operazione?

“A dir la verità, anche con la parola mi sento molto a mio agio, ma sicuramente la musica per me è solo un mezzo”.

Per comunicare, trasmettere?

“Certo. Potrei dire che mi aiuta a dare un senso a quello che una parte di me è o crede di essere. Parole come trasmettere, il messaggio, mi sembrano termini verso i quali siamo un po’ assuefatti. Invece quello che a me importa è di riconoscere l’alterità come opportunità di arricchimento. In questo caso posso mostrare quello che sono, quello che ho fatto, quello che credo abbia senso”.

Quanto aiuta essere argentini per fare questo suo lavoro di musicista?

“Non questa cosa del tango, perché io non sono un compositore di tango, anche se mi piace. Lo sento molto dentro di me perché fa parte della mia memoria emotiva. Io parlo di tango e ricordo mio padre che amava il tango alla follia. Lui viveva il tango, ed è quindi una parte di me. Al tempo stesso, se devo dire cosa mi può avere aiutato l’essere nato argentino penso sia quello di essere cresciuto in una nazione giovane. Da un certo punto vista siamo meno assuefatti, distratti. Perché sono nato e cresciuto a Buenos Aires, la capitale, che sempre nella sua storia guardava all’Europa, al suo nord. Io mi sono immedesimato in questa cultura ma a metà, perché di origine sono italiano”.

Di quale località?

“Piemonte, Roma e dopo Caposele, in provincia di Avellino”.

Da parte di chi?

“Mamma e papà, nonni e bisnonni. Per cui io mi sono sempre sentito molto accolto in Italia. Anzi non mi sono mai sentito straniero. Credo persino che noi di Buenos Aires siamo molto più simili a voi che agli spagnoli”.

Quel miscuglio di culture tipiche del paese in cui è nato sono un grande vantaggio…

“Sicuramente. Ma penso soprattutto che questa storia di non sentire certi strati di memoria collettiva mi piace. Perché hai uno spazio maggiore nel tuo spirito per immaginare cose differenti. L’unico problema è che a volte è importante poter vivere le circostanze ideali in modo tale che il pensiero possa anticipare l’esperienza. A volte in certi luoghi della mia terra di nascita è tutto un po’ più difficile e poiché in Italia, a volte, molte cose sono state risolte penso che il cittadino medio non senta la necessità di immaginare cose differenti. Penso che quello possa essere un vantaggio che abbiamo là e al tempo stesso uno svantaggio”.

Collabora con qualche musicista italiano?

“Logicamente con il mio ensemble, composto da tutti italiani, lavoriamo molto con diverse realtà musicali. A parte l’ensemble di stasera con Fabrizio Meloni, primo clarinetto della Scala, stiamo lavorando con i percussionisti, sempre della Scala di Milano, Gianni Massimo Arfacchia ed Elio Marchesini, per il progetto “Il drago sul carosello e altre meraviglie”. Poi, sempre con il clarinetto di Fabrizio Meloni e il pianoforte di Gloria Campaner abbiamo un altro progetto che prevede l’esecuzione di brani di musica classica, e tra questi c’è pure Sostakovic, dove ho inserito anche un brano di Frank Zappa arrangiato per l’occasione. Si trova sul web. Ho collaborato. ovviamente, anche con molti musicisti stranieri. Tra i tanti la pianista Martha Argerich, leggenda del pianoforte, e la grande violinista Dora Schwarzberg. Ho realizzato molti progetti e tutti diversi tra loro. Ho concluso anche un progetto con il governo russo, ora particolarmente d’attualità per altri motivi, su un grande artista plastico russo, Vasilij Surikov, in cui mi hanno dato carta bianca e ho potuto quindi mettere in scena quattrocento persone: un coro di trecento e un’orchestra di cento. È stato molto bello e ne è stato ricavato anche un cd e un dvd che si possono trovare in rete. Il lavoro che sentirete stasera è tratto molto dal cd e dvd “Tangos at an exibition”, uscito quattro anni fa, che è un mio lavoro originale e che mi piace particolarmente, credo che sia un pensiero valido di musica di tango dopo Piazzolla”.

Tornando ad un argomento conosciuto da tutti, secondo lei il tango, nella società attuale, ha sempre una sua importanza?

“Secondo me qua, in Italia, il tango e la milonga hanno molto successo. Ha molto valore questo interesse perché conferisce alla società un senso di aggregazione che altrimenti si perde, e da questo punto di vista mi sembra più che valido perché giova e fa bene alla società”.

Il tango è un sentimento o i sentimenti producono tanti tanghi?

“Per quanto mi riguarda, il tango mi apre un immaginario per me enorme per tutto quello che ho vissuto, sempre in modo tangenziale perché, come dicevo, piaceva molto a mio padre. Oggi non so se in questo paese sia un sentimento perché comunque, quelli che ballano la milonga, vogliono fare il passo di danza meglio dei tangheiri, e questo non so se ha un senso. Perché ritengo che questo ballo sia soltanto un mezzo per condividere tempo, sguardi, parole, pensieri, tensioni. Quindi, per me, il tango è ancora di più di un sentimento, veramente è fantastico che ci sia, tanta gente che va alla milonga si è accorta di cosa ha perso restando a casa col Covid. Io non ci vado mai perché non mi attrae molto quel mondo, ma è bellissimo che esista”.

Grazie maestro e buon concerto!

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Nel corso della serata, svoltasi nella sala della Fondazione gremita secondo le vigenti disposizioni anticovid, sono stati esibiti brani originali del grande violoncellista, come Promenade V, Un Tango Onirico, Tangos’s Gedanke, Alegoria de un Tango, Milonga Transfigurada, Getting’through the Mood of Tango.

È stata poi la volta di alcuni classici dell’immortale Piazzolla, sia pur rivisti dal geniale musicista argentino che, muovendosi in un territorio musicale frastagliato spaziante dalla classica ai suoni di confine senza dimenticare il free jazz, ha dato nuova linfa a brani classici dell’icona tanghiera, anch’egli di origini nostrane da parte dei genitori pugliesi di Trani, come le stagioni portene (Invierno, Primavera,Otono) e Michelangelo 70.

In questa occasione non si può certo sostenere che il pubblico abbia assistito alla classica rappresentazione piazzollana. Delle inconfondibili e celeberrime note si coglievano gli echi e le risonanze all’interno di una diversa prospettiva musicale che offriva una più allettante e innovativa chiave di lettura, forse sconcertante per il tradizionalista e il neofita, ma senza dubbio capace di allargare i confini mentali di chi ha colto l’essenza di questo grande fenomeno a tutto tondo qual è il tango.

Grandi applausi finali e richieste di bis. Solite lodi all’impeccabile organizzazione della Fanny e un arrivederci al prossimo appuntamento del Festival che sarà venerdì 25 Marzo alla Villa Poschi di Pugnano col Milano Saxophone Quartet alle ore 21.00.

Giuseppe Capuano e Guido Martinelli

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