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Paolo Lazzari

Ne parlano in pochi e ancora meno sono le persone che lo sanno: eppure è accaduto. La sera del 30 marzo 1770 una carrozza procede basculante sul selciato fiorentino, entrando da porta San Gallo (oggi piazza della Libertà) per infilarsi in via Larga (adesso via Cavour) e quindi in via de’ Martelli. La direzione? Piazza San Giovanni, dove si ergeva l’albergo più importante della zona, l’Aquila Nera, inserito nel cuore del trecentesco palazzo del Bembo. I viaggiatori? Wolfgang Amadeus Mozart, appena quattordicenne, e suo padre.

Il ragazzino era ancora imberbe, ma già mezza Europa lo considerava prodigioso. Ancora di più, c’era chi lo riteneva un assoluto genio ribelle della musica, uno di quegli artisti senza briglie che potevano creare in qualsiasi momento, come racconta anche Stendhal nella sua celebre biografia: “Quando un’idea lo possedeva, era impossibile distrarlo dal lavoro. Se lo distoglievano dal pianoforte, componeva in mezzo agli amici, e passava notti intere con la penna in mano”. L’albergo in cui alloggiava oggi non esiste più, ma nel 2006 – per celebrare i 250 anni dalla nascita di Mozart – venne collocata una targa nel punto esatto in cui sorgeva, cioè all’angolo tra via de’ Cerretani e piazza dell’Olio. L’incisione rammenta appunto l’unico soggiorno fiorentino del compositore di Salisburgo.

Arrivato in città da Bologna su precisa richiesta del granduca Pietro Leopoldo, Amadeus si trattenne una decina di giorni. Così fu del tutto naturale invitarlo ad esibirsi – era la sera del 2 aprile – nel salone delle feste della villa medicea di Poggio Imperiale, la residenza estiva dei granduchi. In quel contesto, di fronte ad uno stuolo di accademici entusiasti e di curiosi notabili fiorentini, Mozart diede spettacolo suonando il cembalo, accompagnato dal violinista livornese Pietro Nardini (una star dell’epoca in Italia, ndr) ed eseguendo alcune sonate di Luigi Boccherini. In quella occasione Wolfgang incontrò anche il marchese Pierre Eugène François de Ligniville, che provò a metterlo in difficoltà – senza successo – chiedendogli di esibirsi anche con spartiti, tempi e vie di fuga molto complessi e nuovi per il ragazzo. Amadeus però non batté ciglio: del resto, uno che aveva suonato il clavicembalo alla corte dell’Imperatore Francesco a soli sei anni, non poteva certo scomporsi per questo.

Dagli archivi storici non rimane molto altro a proposito di quella visita, se non la celebre lettera del padre alla moglie, un’autentica dichiarazione d’amore nei confronti di Firenze: “mi augurerei che tu potessi vedere con i tuoi occhi Firenze, tutto il territorio e la posizione della città. Diresti che qui si dovrebbe vivere e morire”.

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