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Renato Sacchelli

Tra la fine del mese di luglio e i primi di agosto del 1944 i soldati tedeschi effettuarono un rastrellamento intorno alla cima del Monte Canala, divenuto l’estremo limite della Linea Gotica, dai monti di Seravezza fino alle spiagge del mar Tirreno, nei comuni di Forte dei Marmi (Lu) e di Montignoso (Massa Carrara). La mia famiglia dopo essere sfollata da Seravezza vista l’impossibilità di raggiungere Sala Baganza (Parma), luogo designato ad ospitare i profughi versiliesi, si era rifugiata in un metato di proprietà della moglie di un fratello di mio padre, Pietro, sul monte chiamato Pelliccino. Sala Baganza era distante centinaia di chilometri, quindi non potevamo neppure muoverci a piedi, con la nonna materna molta anziana che zoppicava, avendo una caviglia molto gonfia che la faceva soffrire. Così mio padre decise di rimanere nei dintorni di Seravezza. Restammo così vicini a Seravezza, riuscendo a respirare ancora l’aria del nostro paese natio. Ricordo che lasciammo la nostra abitazione del Ponticello di Seravezza di sera tardi. Arrivammo nella casa dei miei zii abitanti sul monte Pelliccino quando era già buio. Ci fermammo per un tempo brevissimo e subito raggiungemmo il metato, nel quale mio padre, nella mattinata sul pavimento di terra aveva messo dei piccoli arbusti tagliati nella vicina selva di castagni per poterci dormire sopra.

Ricordo che in quei giorni più di una volta veniva a trovarci un giovane militare tedesco che era distaccato sulla cima del monte che fu fortificato, che cercava di interloquire con me e con mio fratello Sergio. Non riuscivamo a capirci, l’impressione è che provasse simpatia per noi. Personalmente ebbi presentimenti funesti sullo sviluppo delle operazioni belliche in Versilia quando, qualche pomeriggio successivo, sentimmo cantare i soldati tedeschi che transitavano nel sottostante paese di Riomagno marciando in direzione di Seravezza, provenienti dal loro accampamento, posto lungo il torrente Serra, prima di arrivare alla Polla dell’Altissimo. Il loro passaggio mi procurò un grande sgomento, i loro canti mi parvero “ululati di guerra”. Anche sul crinale del Monte di Ripa, dalle rocce sopra Corvaia e fino al Folgorito, la presenza delle truppe tedesche si faceva sempre più numerosa.

Quel giorno in cui fu effettuato il rastrellamento non mi ero allontanato dal metato, dove la mia famiglia viveva in condizioni disperate. Era una bella giornata, come spesso lo sono state in quel periodo tormentato. Il sole filtrava tra le foglie dei castagni sotto i quali aspettavo coi miei fratelli e la sorellina di due anni, il ritorno dei genitori che di buon’ora erano andati in cerca di qualcosa da mangiare. Prima di mezzogiorno vidi un uomo, in lontananza, correre lungo il sentiero che dal Pelliccino conduceva al metato. In breve tempo riconobbi che era mio padre. Appena ci raggiunse, tutto sudato e visibilmente preoccupato, ci disse: “I tedeschi stanno facendo un rastrellamento, prendono tutti gli uomini che trovano. Presto ragazzi, entrate nel metato e mettetevi a pulire i patatini”.

Mi assalì una grande paura: portare via il babbo? Ero davvero terrorizzato, ma non c’era tempo per chiedere altri particolari. Mi assali una profonda tristezza, per un momento pensai al peggio. Presi per mano la sorellina e seguito dai miei due fratelli più piccoli, entrai nel metato, presi un coltello e, dopo essermi seduto, iniziai a sbucciare le patate. Così fecero i miei fratelli e mio padre. Mia sorella, invece, si trastullò con una patata che teneva nelle sue piccole mani. Nel frattempo mio padre si era avvolto un asciugamano intorno ad una caviglia, fingendo di essere ferito. In assoluto silenzio attendevamo l’arrivo dei tedeschi, seduti sugli arbusti, sui quali ogni sera stendevamo il materasso di lana su cui dormivamo tutti e che ogni mattina veniva steso al sole perché si asciugasse dell’umidità accumulata nella notte.

Nel metato non c’era alcun arredo, il muro era a secco, il tetto di piastroni e la porta sgangherata davano l’idea dello squallore estremo in cui vivevamo. Non passò molto tempo che sentimmo un rumore di passi che si stavano avvicinando. Ad un tratto la stanza si fece più buia, qualcuno si era fermato sulla porta di accesso. Mi feci coraggio, alzai la testa e per un attimo volsi lo sguardo sul soldato che si era fermato sulla soglia del metato. Era in tuta mimetica, portava la pistola alla cintura e teneva il fucile allacciato su una spalla con la canna in avanti. Ci guardò tenendo le mani appoggiate sugli stipiti della porta, senza pronunciare una parola. Non so quanto rimase in quella posizione, a me parve un tempo lunghissimo. Quando apparve il tedesco mio padre si alzò ma subito cadde a terra fingendo di non reggersi in piedi; proprio per questo si era fasciato la caviglia poco prima. Intanto il soldato continuava a guardarci silenziosamente e noi lì, col fiato sospeso, a darci da fare con i coltelli in mano a sbucciare le patate.

Perché quel soldato non catturò mio padre? Ad un certo punto si voltò di scatto, e così com’era arrivato si allontanò in silenzio, senza dire una parola. Lo seguirono alcuni suoi commilitoni che erano rimasti ad attenderlo nelle vicinanze. Il tedesco non aveva ottemperato all’ordine ricevuto nonostante fosse tenuto per giuramento, all’obbedienza cieca ed assoluta, in nome della quale, com’è noto, furono commessi in quell’epoca crimini spaventosi contro una popolazione inerme come successe a Sant’Anna di Stazzema il 12 Agosto 1944.

Forse l’aver visto quattro bambini con il loro genitore con la gamba fasciata sopravvivere in quelle miserevoli condizioni, suscitò in lui sentimenti di umana pietà. Del resto il modo in cui ci aveva guardato fu significativo: anche con gli occhi, senza parlare, si possono dire tante cose.

Fu grande la felicità che provammo per lo scampato pericolo. Eravamo ancora con il nostro babbo, tutti insieme, anche se il nostro era davvero un misero nido. Tale gioia fu però di breve durata perché, qualche tempo dopo, fummo costretti a fuggire da quella località nella quale furono combattute aspre battaglie, tra i soldati americani e i tedeschi, trinceratisi sui nostri monti.

Altri sette mesi di giornate durissime ci stavano aspettando prima di arrivare alla fine di quel tragico conflitto. Raggiungemmo Giustagnana dove ci rifugiammo nella chiesa del paese, gremita di tanti altri sventurati sfollati come noi. Trovammo solo un solo posto proprio sotto un altare.

Renato Sacchelli

 

 

Foto: italia1943.altervista.org

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