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La notizia di ieri ha fatto un certo scalpore, eppure non c’è nulla di nuovo. Al porto di Livorno arrivano grossi carichi di droga, al punto che lo scalo toscano è diventato uno dei punti di riferimento del traffico internazionale di droga, per quanto riguarda l’Italia. Nulla di nuovo, come dicevamo. Del resto di maxi sequestri di sostanze stupefacenti ce ne sono stati diversi, e pensare che fossero casuali sarebbe risibile. Sono anni che le inchieste parlano di questo triste fenomeno, con il porto di Livorno che ormai è diventato una base importante per la ‘ndrangheta, attivissima nel giro internazionale della cocaina.

C’è però una novità in mezzo a queste notizie che (purtroppo) non fanno notizia. È questa: sono finiti nei guai anche dei livornesi, nello specifico dei portuali. Con accuse gravi: avrebbero favorito i criminali a infiltrarsi nel porto, dando loro supporto logistico. Si tratta di Massimo Antonini, Fabio Cioni e Mario Billi. Un altro è indagato per aver fornito supporto logistico (trovare case dove far soggiornare gli esponenti delle cosche calabresi in trasferta in Toscana).

Chi pensava che la Toscana non fosse terra di conquista della mafia e delle altre potenti organizzazioni criminali può mettersi l’animo in pace. Purtroppo non è più così, da decenni, potremmo dire. E nessun luogo o settore si salva. Credere che un porto potesse rimanere estraneo ai traffici loschi sarebbe stato puerile. Allo scalo fondato dai Medici arrivano migliaia e migliaia di container provenienti dal Sudamerica, e nascosti tra la merce ogni tanto salta fuori la droga, nascosta nei luoghi (e nei modi) più impensabili. A volte in mezzo al legname, altre volte tra i crostacei o altri beni di consumo. La fantasia non manca di certo ai trafficanti di droga.

Grido d’allarme della Fondazione Caponnetto

“La brillante operazione di ieri contro la ’ndrangheta ha toccato anche la Toscana ed in particolare il porto di Livorno dove si ha avuto notizia dell’ennesimo sequestro di droga – scrive in una nota Salvatore Calleri, presidente della Fondazione Antonino Caponnetto -. L’indagine ha dimostrato che il porto di Livorno è in asse con quello di Gioia Tauro e che le cosche hanno dei riferimenti tra chi lavora all’interno, anche se non è una novità. Quello che la Fondazione Antonino Caponnetto dice da tempo – conclude Calleri – è quindi confermato dai fatti: la ’ndrangheta controlla parte del porto di Livorno alla stregua di quanto accade con i porti del nord Europa. Se ne prenda atto e si adottino le contromisure necessarie”.

 

Foto d’archivio

 

1 Comment

  1. Lorenzo Van perg Reply

    abbiamo riscoperto l acqua calda…e fosse solo il porto di livorno…

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