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Scorrendo con lo sguardo le etichette dell’azienda vitivinicola Pakravan-Papi di Riparbella (PI) in Val di Cecina, nella Maremma Settentrionale, l’occhio si sofferma incuriosito non solo sulla sfida rappresentata da quei vini bianchi – Chardonnay, Malvasia, Riesling – che qui, terra di grandi rossi, si accompagnano alle diverse espressioni di Sangiovese, Merlot, Cabernet Sauvignon. Perché è appunto un dettaglio, quel logo dell’azienda, a svelare ben più di un contorno del genio, nel senso di genius loci, dello spirito insomma che abita quest’affascinante proprietà immersa nella macchia incontaminata e che affaccia da una balconata che guarda dritta le isole dell’arcipelago toscano. Si tratta del simbolo delle arti liberali che nel Medioevo costituivano il bagaglio fondamentale dell’insegnamento e quindi dell’educazione e che qui, accompagnato dal motto “rien sans raison” (niente senza approfondire), definisce un approccio lavorativo che è anzitutto uno stile di vita.

La storia, dunque: quell’incontro che fa conoscere un giorno Enzo Papi, di Rosignano (Livorno), e Amineh Pakravan, studentessa medievista iraniana, due degli “angeli del fango” accorsi in una Firenze devastata dall’alluvione del 1966. Sarà l’inizio di una storia d’amore ma anche di un progetto di vita che legherà i due giovani sposi alla campagna e all’Alta Maremma. E che si accompagnerà a una paziente opera di acquisizione, ettaro dopo ettaro, come al restauro di due casali che risalgono alla metà del XVIII secolo e che oggi sono il cuore pulsante di una tenuta, che è anche agriturismo, circondata da 600 ulivi e che si estende su 90 ettari, 22 quelli vitati. Ed è storia davvero affascinante questa dei due vecchi casali, elegantemente recuperati, che ci rimanda all’illuminato progetto di bonifica delle zone paludose della Maremma settentrionale intrapreso da Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena. In quelle che un tempo erano le terre appartenenti al feudo del marchese Carlo Ginori (che seguiva personalmente i lavori di bonifica), i due casali furono costruiti appositamente per ospitare i muratori, un tempo chiamati maestri della pietra, intenti alla costruzione dei canali di scolo.

“Questi sono i luoghi delle mie vacanze d’infanzia – racconta oggi Chiara Papi, figlia di Enzo e Amineh e che è l’anima, insieme al fratello Leopoldo, dei numerosi progetti della tenuta di famiglia –: sono i miei ricordi più cari di momenti di assoluta libertà, quando ancora non c’erano né luce né corrente elettrica e mia nonna appendeva una lampada da campeggio di quelle a gas sopra il tavolo della cucina e scaldava l’acqua per lavarsi nel focolare, o focarile come si dice in Toscana”.

Certo oggi l’esperienza che viene proposta all’enoturista è diversa e offre ben altri comfort: basti pensare alla piscina panoramica, al campo da tennis, alle aree barbecue e giochi, o a quelle mountain bike per esplorare un luogo che tuttavia – ed è questa la giusta chiave di lettura – mantiene ancora oggi un fascino incontaminato: immerso com’è in una riserva naturale di 5mila ettari, con quei boschi di lecci e sughere che bene interagiscono con le viti, e dove una proprietà illuminata ha scelto di avvalersi di un impianto solare termico per l’acqua calda che viene integrato grazie a una caldaia che funziona a pellet ricavato dalle potature delle viti. Vi è poi una stazione di carica per le auto elettriche, quindi l’impegno a ridurre il più possibile l’utilizzo della plastica.

Ma è l’integrazione, nel senso di approccio integrato che coinvolge in un circolo virtuoso natura, scienza e tecnologia, la parola chiave per accostarsi ai vini di Pakravan Papi. “Nessuna moda, nessun protocollo dall’esterno, solo la voglia di una forte identificazione tra produttore, vino e territorio” è il mantra di casa. La prima etichetta è del 2003. La grande fascinazione di Enzo Papi per i vini francesi – suo il desiderio di fare vini bianchi e rossi in Maremma secondo lo stile d’Oltralpe – l’ha portato tanto a scommettere sulle uve autoctone, in primis il Sangiovese, che a produrre vini bordolesi, spostando l’attenzione sul prodotto cioè sul risultato finale anziché sul vitigno, come avviene anche nella vicina Bolgheri.

Di lusso è la consulenza con una signora del vino come Graziana Grassini tra i nomi più prestigiosi dell’enologia. Tra un Beccacciaia, Merlot di elegante balsamicità e un Cancellaia, blend di Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc dagli aromi speziati, a catturare l’attenzione è un Riesling potente e insieme morbido: “È un vino dimostrativo – ci racconta con orgoglio Enzo Papi – perché vuole ribellarsi alla convenzione dei soli autoctoni bianchi in regione. Per questo l’ho chiamato ‘Ribellante‘ proprio come il grande poeta Virgilio secondo Dante”.

Giovanni Caldara

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