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Paolo Lazzari

Filippo cammina pensoso per le vie del centro, perché lo aiuta a trovare la concentrazione. Per questa cosa ci ha quasi perso il sonno, spifferano i meglio informati. Gliel’hanno già chiesto molte volte, tra il 1404 e il 1417, ma ancora una soluzione non si trova. Come fa quella gigantesca cupola a sorreggersi? Quale tipo di legno, seppur rinforzato, potrebbe sostenere un simile peso? Ora una zaffata di idee gli intasa la testa, ma nessuna sembra mai abbastanza buona, accidenti. Il progetto originario di Arnolfo Di Cambio è diventato un groviglio inestricabile quando le dimensioni sono lievitate: oggi un tamburo ottagonale largo 42 metri, con muri spessi non meno di 4, si staglia sotto un granulare cielo fiorentino. “Chiamate il Brunelleschi”, aveva subito proposto qualche addetto ai lavori, “vedrete che lui saprà come fare”.

E invece, a questo giro, la risposta a questa preghiera laica e sacra al contempo – un sentimento dai bordi spessi come la voglia di vantarsi di una cupola mai vista per la propria cattedrale – ancora non esiste. L’altezza vertiginosa, il peso squassante, le tecniche di costruzione conosciute fino a lì: tutto sembra convergere verso un fetido e fallimentare vicolo chiuso. “Parliamoci chiaro, Filippo”, rimugina dentro di sé con le braccia conserte mentre rabbocca un bicchiere di vino rosso e pilucca da una fetta di pane, “qua servirebbe un autentico miracolo”. Mettetela giù come volete, ma sta di fatto che Santa Maria del Fiore è ancora orfana di una copertura.

Il problema ha assunto venature talmente insormontabili che – è il 19 agosto 1418 – a Firenze viene bandito un concorso pubblico: chi riuscirà a portare modelli appropriati per dimostrare come farebbe stare in piedi la cupola, riceverà in dote 200 fiorini d’oro. La competizione è serrata, perché al bando si presentano in 17, ma soltanto due riescono a rimanere in gara. Uno è Lorenzo Ghiberti, l’altro proprio Filippo Brunelleschi. Il vero nodo? L’armatura interna non può tenere, quindi bisogna trovare un modo per farne a meno. Filippo costruisce un modello in legno per dimostrare che questo è davvero possibile e, un anno più tardi, ne fa preparare una in mattoni e calcina, per una dimostrazione che avviene proprio sotto il campanile di Giotto. Abbastanza per convincere l’Opera del Duomo che la soluzione migliore è proprio la sua. I lavori iniziano ufficialmente il 7 agosto 1420, ma l’avveniristica soluzione escogitata da Brunelleschi ha bisogno di ritmi cadenzati per vincere le ultime perplessità. Quel che serve è costruire una cupola a doppia calotta, provvista di camminamenti nell’intercapedine, da edificare con impalcature autoportanti, senza bisogno di armatura.

Un vero e proprio prodigio, se si mette in conto il fatto che – fino ad allora – nessuno aveva mai tentato di costruire una struttura tanto imponente affidandosi ad una tecnica del tutto sperimentale. Non solo, perché Brunelleschi doveva fare i conti anche con le insistenze – sovente infondate e incerte – del Ghiberti. Quest’ultimo continuava ad avanzare talmente tanti dubbi che un giorno, per liberarsene, Filippo si finse malato lasciando la direzione del cantiere a lui, in modo da farne emergere tutta l’inadeguatezza per gestire un’opera del genere. Superata questa congerie di avversità Brunelleschi non si muove più dal cantiere, seguendo la costruzione in ogni singolo passaggio. Il 25 marzo del 1436, giorno iniziale del calendario fiorentino, la cattedrale viene solennemente inaugurata alla presenza di Papa Eugenio IV. Soltanto successivamente – incredibile a dirsi, ma Brunelleschi deve vincere un nuovo bando – la celebre Lanterna da lui progettata sormonterà il monumento.

Oggi la cupola continua ad ergersi imperiosa e armonica, in tutto il suo radioso splendore, rappresentazione in pietra di un miracolo o, più probabilmente, del feroce ingegno umano.

Foto in alto: Tripadvisor

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