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– Ilaria Clara Urciuoli – 

Volendo utilizzare continuità e rotture come chiavi interpretative potremmo con tranquillità dire che il Museo Novecento di Firenze ha voluto, con la mostra “Henry Moore, i disegni dello scultore“, rendere evidente la continuità che troviamo nel lavoro del famoso artista inglese, una continuità che si muove su più livelli: il primo – sicuramente ben visibile a chi ha superato i cinquant’anni – è quello che lo lega a Firenze e alla Toscana, da lui amata tanto che è tornato, a più riprese e anche grazie all’amicizia con Marino Marini, a vivere questa terra sia prima che dopo il 1972, anno in cui la mostra del Forte di Belvedere sigillò ufficialmente questo legame. Ma la continuità emerge anche tra le opere allora esposte, principalmente sculture importanti anche per dimensioni, e quelle che ora Sebastiano Barassi (Head of Henry Moore Collections and Exhibitions) e Sergio Risaliti (direttore artistico del Museo Novecento) ci propongono in qualità di curatori. Fino al 22 agosto (nuova data di chiusura della mostra) le sale di piazza Santa Maria Novella ospitano infatti una selezione di novantadue disegni di questo scultore che tanto spazio ha dato nella sua produzione artistica a matita e carboncino, realizzando ben 7200 lavori. “Quando capii che volevo fare lo scultore – disse lo stesso Moore – mi resi conto che tutti gli scultori del passato che ammiravo erano stati grandi disegnatori: Michelangelo, Bernini, Rodin. Il disegno è parte dell’apprendimento: imparare ad usare gli occhi per vedere in modo più intenso”.

E a rendere famoso Moore in un primo momento furono proprio i disegni, come quelli realizzati durante la Seconda Guerra Mondiale, figli dei bombardamenti tedeschi che costrinsero i londinesi a rifugiarsi nei tunnel della metropolitana.

Soggetto principale dei disegni esposti a Firenze è invece la natura che secondo Moore fornisce allo scultore un repertorio illimitato di forme e ritmi (reso ancor più vasto dal telescopio e dal microscopio) che gli permette di arricchire immensamente la propria esperienza della forma. Non stupisce dunque che un cranio di elefante stimoli a lungo l’osservazione e la creatività dello scultore che realizza su questo modello più di trenta acqueforti, alcune delle quali oggi presenti nell’esposizione fiorentina insieme allo stesso cranio. Partendo da una visione d’insieme di quell’oggetto, Moore scoprì la complessità in esso insita: avvicinando molto il cranio e disegnandone vari dettagli scoprii così tanti contrasti di forma che iniziai a vedervi vasti deserti e paesaggi rocciosi, grandi caverne sulle pendici delle colline, opere di architettura, colonne e torrioni.

Alle ossa si affiancano nell’esposizione i sassi (testimonianze di come la stessa natura lavori la pietra) e gli alberi spogli che si aprono al movimento e alla trasformazione, lenta metamorfosi in sembianze umano. Uno spazio è dedicato anche a disegni di animali: tra questi elefanti, rinoceronti, zebre e le pecore, compagne di pomeriggi trascorsi nella campagna di Perry Green nello Hertfordshire e delle quali, ritraendole, ha imparato a cogliere l’identità nascosta oltre la folta lana.

Altro tema centrale dell’esposizione sono le mani, simbolo della creazione ma anche di contatto e di comprensione del mondo, mani in grado di creare connessioni profonde e di restituire tali connessioni attraverso l’opera artistica. La percezione della forma – dice Moore – è per lo scultore una sensazione interiore: ogni forma, infatti, indipendentemente dalle sue dimensioni e dalla sua complessità, viene da lui percepita come se fosse nell’incavo della sua mano, e visualizzata mentalmente nella molteplicità dei suoi aspetti.

Altro fondamentale elemento di continuità in questa esposizione è il legame che questo artista del ‘900 ha stretto con i grandi del passato fiorentino interpretando la lezione dei maestri del Rinascimento e dando vita a un’esperienza nuova ma consequenziale a quella di Masaccio, Donatello, Brunelleschi e Michelangelo, che mette al centro ancora una volta la relazione tra uomo e natura, tra spirito e materia.

Ilaria Clara Urciuoli

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