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Paolo Lazzari

Infilato nel ventre pulsante della Toscana più autentica, antichissimo, ammantato da un fascino a tratti implausibile. Forse basterebbe già questo per ripagare il prezzo del viaggio. Il complesso dell’Abbazia di San Galgano continua ad ergersi, imperioso ed ineffabile, ad una trentina di km da Siena.

Se ruoti molte volte il dito indietro dentro al nastro e tendi bene l’orecchio, quasi li puoi sentire: un manipolo di monaci cistercensi che confabula fitto, coltivando un obiettivo sincero. Issare su un’abbazia che divenga avamposto di spiritualità, riparo sicuro per i pellegrini, basamento terreno per non meglio precisate missioni celesti.

L’anno è il 1218 ed il crocchio di religiosi forse ancora non se ne rende del tutto conto, ma sta rimescolando le convinzioni che hanno impregnato il Medioevo fino a quel punto. San Galgano, oggi racchiusa nel Comune di Chiusdino, è soltanto uno dei molteplici zaffiri incastonati in una catena di misticismo diffuso, che segna il passaggio dall’ascetismo ruvido dei monaci benedettini ad una visione più agganciata alle esigenze, anche economiche, del territorio che cinge i religiosi.

Stagliata contro il cielo in tempi svelti, l’abbazia riesce a prosperare per oltre un secolo, dialogando intensamente con la florida Siena. L’incursione mortifera della peste nera – che imperversa dal 1348 – ribalterà anche le quiete certezze che si sono innestate da queste parti. I monaci verranno letteralmente falcidiati. È il primo tassello che conduce ad una graduale disfatta. Successivamente, infatti, si apre un inevitabile contenzioso proprio con l’irredimibile Siena, che da complice si trasforma in matrigna: la città rivendica il suo diritto a fagocitare i cospicui proventi di San Galgano e, malgrado la strenua contrapposizione degli inquilini di quest’ultima, sdegnati e arcigni, la partita è persa. L’abbazia si prosciuga senza ritegno, al punto che le cronache raccontano uno scenario desolante e surreale nei decenni che si accavallano. Nell’anno 1576, per dire, pare che il luogo fosse abitato da un solo monaco.

A questo punto qualcuno si imbarca in un incerto tentativo di recupero del monumento, ma resta chiaro fin da subito come la missione si manifesti impervia. Gli amministratori dell’epoca comprendono che gettare la spugna è l’unica ipotesi contemplabile e commettono un autentico sacrilegio artistico e morale, vendendo le piombature del tetto al miglior offerente. Denudata e scarificata, l’abbazia diviene preda di saccheggi e smarrisce anche arredi e infissi.

Eppure quello scheletro continua a conservare un fascino irriverente, a distanza di secoli. Il perché oltrepassa le splendide mura, le maestose navate e la sala del refettorio, gli unici elementi sopravvissuti alle offese del tempo e degli uomini. C’è un motivo, infatti, se i monaci decisero di costruire un edificio del genere in una valle defilata, lambita dal fiume Merse. Un motivo che si volta se lo chiami per nome: eremo di Montesiepi. Qui, a duecento metri dall’abbazia, sorgeva già una chiesetta di forma circolare intrisa di un’aurea misteriosa. Ai piedi dell’altare, infatti, rimane conficcata ben dentro la roccia un’antica spada. La fortuna – specialmente turistica – di San Galgano, risiede proprio in questa spada nella roccia toscana, in qualche modo “cugina” della più celebre arma legata al mito di Re Artù, tanto decantato dai Bretoni. Eppure, giurano gli storici, se volessimo attenerci ai fatti San Galgano vincerebbe a mani basse la contesa. Galgano Guidotti è un personaggio reale, nato a Chiusdino nel 1148 e morto nel 1181, mentre Artù e la sua tavola rotonda appartengono al mondo delle leggende. Inoltre, gli atti del processo di beatificazione di Galgano risalgono al 1185, ben cinque anni prima che Chrétien de Troyes scrivesse il suo Perceval, dando origine ai miti del ciclo bretone, da cui scaturisce anche la spada nella roccia di Re Artù.

La spada di Galgano si aggiudica quindi la tenzone per un altro decisivo e semplicissimo motivo: è tangibile (seppur protetta dagli incivili che si improvvisavano ad estrarla dagli anni Settanta). I due manufatti divergono infine a livello concettuale, poiché Galgano conficca la spada nella roccia dopo una vita di dissolutezze, come atto di conversione, mentre Artù la estrae per combattere e riportare la giustizia nel Regno. La beatificazione di Galgano, ulteriore detonazione di carisma, è correlata ad un miracolo compiuto con la spada: mentre lui si reca in visita da papa Alessandro III degli invidiosi entrano nell’eremo e cercano in ogni modo (gli imbecilli non hanno epoca) di estrarla. Nel tentativo la spezzano, ma quando Galgano ritorna, la spada si rinsalda miracolosamente. E King Arthur, per quanto iconico, a miracoli non stava messo molto bene.

Abbastanza per fare dell’abbazia un luogo di visita irrinunciabile.

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