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Luca Bocci

Sic transit gloria mundi, verrebbe quasi da dire guardando le saracinesche tristemente abbassate alle Giubbe Rosse, uno dei più storici e rinomati caffè letterari del Bel Paese che rischia di essere l’ennesima vittima illustre di quella crisi economica che sta travolgendo fior di istituzioni in mezzo mondo. Abbiamo seguito con preoccupazione le cronache delle convulsioni che hanno coinvolto quello che molti considerano il cuore pulsante del futurismo italiano ma gli ultimi aggiornamenti fanno davvero temere il peggio. I lavori di ristrutturazione che si protraggono per mesi, le comunicazioni con i lavoratori interrotte dallo scorso ottobre, il recente coinvolgimento del proprietario Igor Bidilo in un’inchiesta della Guardia di Finanza per riciclaggio internazionale, il progressivo calo dei dipendenti da 40 agli attuali 7, i segnali di un imminente collasso sembrano inequivocabili. La reazione di molti fiorentini è quasi incredula. Possibile davvero che il locale fondato nel 1897 dai fratelli tedeschi Reininghaus, che prese il nome dalle divise dei camerieri, in perfetto stile viennese, possa chiudere i battenti per sempre? Possibile che quei tavoli che hanno visto per decenni la creme della creme della cultura italiana discutere di letteratura, arte, cultura e, come si diceva, “far salotto” con ammiratori di ogni età debbano finire nella casa di qualche collezionista straniero? A quanto pare la prospettiva è più che concreta, vista la scesa in campo dei sindacati locali e del sindaco di Firenze Dario Nardella, che si dice “molto preoccupato”.

Nel giro di pochi mesi, quel locale che aveva visto tra i propri frequentatori più assidui personaggi di assoluto rilievo nella cultura italiana del Novecento come Papini, Prezzolini, Marinetti, Boccioni, Palazzeschi, Carrà, Montale, Gadda, Saba, Luzi, Pratolini, Vittorini e Quasimodo potrebbe scomparire, inghiottito dall’omologazione selvaggia che da anni sta sconvolgendo il centro storico di tante città d’arte in Italia e altrove. Eppure quella che Enrico Nistri del Corriere Fiorentino descrive appropriatamente come la “eutanasia di un caffè storico” non è certo iniziata con la pandemia. Nonostante il pedigree culturale a prova di bomba e la fama tra i turisti più sofisticati, quelli che ai piaceri della tavola spesso preferiscono quelli dell’intelletto, il locale non era stato in grado di rimanere al passo coi tempi. Le scomodità che qualche anno fa avevano il fascino della tradizione sono sempre più difficili da sostenere ai nostri tempi. Già negli anni 70, quando gli ultimi esponenti della cultura con la C maiuscola avevano smesso di frequentarlo, la crisi fu quasi terminale, fino ad una rinascita ad inizio secolo, quando attorno lo storico locale aveva provato a capitalizzare sulla sua fama reinventandosi come sede per mostre d’arte, presentazioni di libri e conferenze dall’alto contenuto culturale. Alla fine, però, le ferree logiche dell’economia ed il progressivo svuotamento del centro storico di Firenze hanno avuto la meglio, conducendo al doloroso fallimento del 2018.

L’arrivo del petroliere uzbeko, che si era messo in testa di creare un “super gruppo” di caffè storici in mezza Italia aveva fatto sperare in una rinascita, fino a quando la bolla di sapone non è esplosa. Piazza della Repubblica rischia quindi di perdere un altro pezzo significativo della propria anima, rimpiazzato da chissà quale mostruosità moderna. A parte la tristezza per un passato irripetibile che potrebbe scomparire, viene però da domandarsi se fosse davvero possibile un futuro per locali di questo genere. Un qualsiasi locale deve comunque essere in grado di offrire qualcosa in più ad una lapide o al fascino di sedere dove un grande autore passava le sue giornate. Molto spesso si finisce per sopravvalutare questo fattore e compiere quel crimine di cui molti operatori turistici sono colpevoli: alzare i prezzi e risparmiare sul resto. Chiunque abbia avuto la sventura di sedere in piazza San Marco ai tavolini di un noto caffè storico sa bene di cosa sto parlando. La storia dello scontrino da 43 Euro per due caffè e due bottigliette d’acqua ha fatto il giro del mondo tre anni fa. Questi locali storici possono sopravvivere solo se, come nel caso del Caffè Tommasseo di Trieste, frequentato da scrittori del calibro di Joyce, Kafka e Svevo, sono comunque in grado di offrire un servizio adeguato a prezzi non da estorsione aggravata. Altri locali storici, come la Pasticceria Cova di Milano, sopravvivono nonostante i prezzi alti per la loro straordinaria posizione (difficile immaginare un posto più desiderabile di Via Montenapoleone) e per offrire prodotti di alta qualità. Il fatto che Verdi, Verga e Boito fossero clienti abituali è solo una curiosità. Altri, come il Caffè Pedrocchi di Padova o il Gran Caffè Gambrinus a Napoli, riescono a resistere all’avanzare del progresso solo grazie allo splendore dell’edificio e al fascino inimitabile dell’atmosfera ottocentesca. Questi locali, però, rischiano di fare la fine dei vari caffè parigini che, col tempo, sono diventate vere e proprie trappole per turisti dove i locali non metterebbero mai piede. Il Cafè de Flore sul Boulevard Saint-Germain, per il “privilegio” di sedersi ai tavolini che videro Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir e godersi l’atmosfera straordinaria del famoso quartiere bisogna sorbirsi un pesante sovrapprezzo e tollerare prodotti certo non straordinari. Meglio inseguire le orme di Verlaine e Rimbaud al vicino Les Deux Magots: i prezzi non sono certo popolari ma la qualità è sicuramente superiore.

In altri casi, purtroppo, il declino è talmente avanzato da lasciare una gran malinconia a chi si avventuri al loro interno. Il pensiero corre ai giorni dell’università, quando con il solito gruppo di appassionati di giornalismo frequentavamo spesso il Caffè dell’Ussero, vicino alla nostra facoltà pisana. Onestamente non ci andavamo per il caffè, che non era niente di speciale o per gli altri prodotti che offriva al tempo. Personalmente a me non piacevano nemmeno le sedie storiche o i divanetti sui quali avevano probabilmente seduto gente del calibro di Carducci, Gentile, Malaparte o Ezra Pound. L’atmosfera era poi fin troppo decadente, come quelle signore attempate che non riescono ad arrendersi all’inesorabile progredire del tempo. Era una scelta conscia, dovevi scegliere di evitare gli altri bar della zona, più comodi, vicini o pratici per andare all’Ussero, per sentirsi parte di quella tradizione secolare che ha reso grande l’Università di Pisa. Era però, come sono soliti dire gli inglesi, un “exercise in futility”. Qualunque cosa abbia reso grande e storico quel locale è svanita da decenni, se non secoli. All’interno di quelle sale si può solo percepire l’eco lontano della grandezza dei personaggi che lo avevano reso speciale. Il problema dell’Ussero è lo stesso che sta portando le Giubbe Rosse ad una fine ingloriosa: un caffè letterario senza autori di valore non ha senso, è poco più di un museo. Pensare che possa esistere anche nella nostra epoca e non essere l’ombra di sé stesso è una pura illusione.

Questi locali sono diventati famosi e celebrati solo perché autori di grandissimo talento abitavano da quelle parti e li frequentavano regolarmente, invitandoci magari i propri amici da altre città. Questo era possibile perché, a quei tempi, il centro storico era vivo e vegeto, la gente si incontrava da quelle parti quasi quotidianamente, mentre era impegnata a condurre i propri affari. Guardate in che stato pietoso sono i centri storici di alcune delle nostre città. Possibile che riescano a tener vive istituzioni di questo calibro? Anche quando ospitano esibizioni o eventi culturali risultano sempre fredde, pallide imitazioni di quelle realtà vibranti che erano. Un caffè letterario è una specie di piccolo miracolo, un posto che diventa speciale spesso per caso, grazie alle scelte volontarie di artisti che hanno fatto la storia della cultura italiana. Oggi che facciamo tutto online e andare in centro è quasi sempre un percorso ad ostacoli tra mezzi pubblici che non funzionano e parcheggi inesistenti, tenerli in vita sarebbe una forma di accanimento terapeutico. Ormai le comunità di autori, artisti, musicisti sono transnazionali, immateriali, corrono sulle fibre della rete. Il tempo del caffè letterario è finito da un pezzo. Se riusciranno a sopravvivere con le loro forze, bene – magari in futuro ritroveremo il gusto di incontrarci in un posto speciale, di usarlo come catalizzatore, un luogo dove confrontarsi, discutere e crescere tutti assieme. Se, invece, saranno costretti a chiudere, vorrà dire che non avevano più ragione di essere.

Non sono certo un frequentatore assiduo del centro di Firenze ma non ricordo di esser mai entrato alle Giubbe Rosse. A parte la storia e la tradizione, ne sentireste davvero la mancanza se dovesse chiudere? Forse sceglierei di pagare una fortuna in uno dei parcheggi vicini solo se sapessi di trovarci un gruppo di persone intelligenti, con le quali avere conversazioni interessanti, una specie di oasi nel nostro mondo moderno che assomiglia sempre più ad un campo minato senza mappa. Insomma, artisti toscani, se tenete davvero a questi locali storici fatevi avanti! Sono sicuro che se tornassero ad essere quelli di un tempo avrebbero ancora un perché anche nella nostra epoca infelice. Ho i miei dubbi, ma la speranza è l’ultima a morire.

Solaria alle Giubbe Rosse (Baccio Maria Bacci), Palazzo Pitti

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