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Luca Bocci

Ancora tu, verrebbe da dire. Alzi la mano chi avrebbe scommesso che la prima squadra a staccare il biglietto per la promozione automatica in Serie A sarebbe stato l’Empoli di Alessio Dionisi. Dopo una cavalcata che fa il paio con quella del Benevento di Filippo Inzaghi l’anno scorso sono stati proprio gli Azzurri a garantirsi il ritorno nella massima categoria dopo solo due anni passati in cadetteria. Il terzo titolo di campione della Serie B può sorprendere solo chi non conosce la serietà e la professionalità della società guidata dal 1991 dalla famiglia Corsi, che è riuscita a mettere in piedi una struttura snella ma efficacissima senza mai inseguire le sirene dei media o fare il passo più lungo della gamba. Il confronto con una delle candidate d’obbligo per la promozione, quel Monza della storica coppia Galliani-Berlusconi che ha presto dimenticato il progetto originario di puntare sui giovani e far crescere la società in maniera organica per scatenarsi sul mercato delle grandi stelle appannate è quantomai stridente. Basta dare un’occhiata sui media per vedere come tutti si affannino a tessere le lodi dei toscani e cercare di capire le ragioni di questo “miracolo”. Visto che il calcio italiano, specialmente in provincia, è tutto un ribollire di progetti magniloquenti, colpi di mercato, spese pazze che poi conducono inevitabilmente a stagioni rovinose, seguite spesso da fallimenti e retrocessioni d’ufficio, il cammino dell’Empoli è in effetti una mosca bianca.

Il fatto che una cittadina di soli 42000 abitanti, neanche capoluogo di provincia, riesca ad avere una società di calcio nella massima divisione è un evento particolarmente raro. Nella storia del calcio italiano solo otto città ci sono riuscite, quasi tutte nell’epoca eroica del calcio dilettantesco, quella del Legnano e dei titoli della Pro Patria. Nei tempi moderni, solo altre due città ci sono riuscite, Cesena e Sassuolo, ma in entrambi i casi alle spalle avevano gruppi industriali che di provinciale avevano ben poco. Ad Empoli le cose sono andate in modo ben diverso. La ditta della famiglia Corsi è una realtà rispettabile ma non è certo un colosso mondiale come la Mapei, che da sola è in grado di garantire oltre il 30% del fatturato del Sassuolo Calcio e pagare di tasca propria un centro sportivo all’avanguardia ed uno dei pochissimi stadi di proprietà del calcio italiano. Eppure, nonostante tutto, l’Empoli si ripresenta in Serie A con una squadra fatta di onestissimi mestieranti senza troppi grilli per la testa e poche stelle, a parte i bomber La Mantia e Mancuso, già nel mirino di diverse società più importanti.

Una rosa solida, ben strutturata, razionale, costruita nel tempo curando il settore giovanile e senza mai lasciarsi andare a voli pindarici. Verrebbe quasi da dire, una rosa “normale”, perfetta per un campionato complicato come la Serie B. “Normale”, già, una parola che non si sente molto nel mondo del calcio, ma che può descrivere molto bene questa realtà di provincia che si appresta a disputare la sua quattordicesima stagione in Serie A. A questo punto più che arrampicarsi sugli specchi per cercare di trovare il “segreto” del successo dell’Empoli verrebbe da farsi un’altra domanda: perché le altre, spesso più prestigiose, realtà del calcio toscano non riescano ad imitarlo?

Per rispondere a questa classica domanda da un milione di dollari, proviamo a guardare alle scelte della famiglia Corsi fin dall’acquisizione della società nel 1991. La lista degli allenatori è un misto tra professionisti di lungo corso come Guidolin o Cagni e scelte più azzardate, che avevano fatto alzare il sopracciglio ai tifosi ma che spesso si sono rivelate geniali. Dal primo Spalletti alla corsa storica di Maurizio Sarri, fino ad esperimenti meno memorabili come Aglietti, Andreazzoli fino all’arrivo di Alessio Dionisi dal Venezia, con la promozione arrivata già al primo anno. La lista dei giocatori che hanno fatto la storia dell’Empoli è costellata di talenti che hanno iniziato al Castellani per poi diventare leggende sotto altri cieli. Di Natale, Maccarone, Giovinco, Rugani, Marchisio, Eder, Abate, fino al bomber dei record, Francesco Tavano, tutti nomi importanti ma che nessuno conosceva quando vestirono per la prima volta la maglia azzurra. In un mondo che vive di convulsioni perenni, di polemiche infinite, Empoli offre ben poco da questo punto di vista. Le stagioni complicate non sono mancate, con dolorose retrocessioni, come quella del 2016/17, arrivata all’ultima giornata con la sconfitta con un Palermo già retrocesso ed il sorpasso in extremis del Crotone, ma “polemica” è una parola che non si associa bene con Empoli. L’ambiente che la famiglia Corsi è riuscita a creare è, ancora, molto “normale”, quasi noioso. Ovvio che i media preferiscano occuparsi di piazze più pirotecniche. Vuoi mettere con le sceneggiate interminabili del Pisa di Gattuso di qualche anno fa o le sparate di Spinelli a Livorno?

Nel silenzio generale, ecco che poi le promozioni diventano “miracoli” e tutti si affannano a trovare spiegazioni. Possibile che basti solo resistere alle tentazioni del protagonismo e tenere la testa ben ferma sulle spalle per garantirsi il successo in un mondo quantomai volubile come quello del calcio? Possibile, possibilissimo, almeno se si guarda un attimo fuori dai nostri limitati confini. Se il Sassuolo fa il paio con l’Hoffenheim o anche il Wolfsburg in Germania, squadre-azienda legate a colossi come SAP o Volkswagen, l’Empoli è più simile ad altre realtà meno celebrate, come ad esempio l’Eibar nella Liga spagnola. Eibar è ancora più piccola di Empoli, con soli 27000 abitanti, ma dal 2014 si è guadagnata un posto nella Primera Division, mettendosi alle spalle realtà ben più famose e celebrate. Anche in questo caso, la dirigenza del club ha resistito alla tentazione di colpi ad effetto, affidandosi a giocatori giovani ed allenatori capaci, senza mai cercare scorciatoie. La differenza vera, in questo caso, sta nel fatto che la Sociedad Deportiva Eibar sia di proprietà di 8000 tifosi-soci da 48 paesi diversi, attirati dalla favola del Davide basco che sfida i Golia della Liga. Ogni salvezza è vista come un piccolo miracolo ed anche quest’anno la sfida è di quelle da far tremare i polsi, con cinque punti da recuperare in sole quattro giornate. La dirigenza, però, non si è fatta prendere dal panico e continua ad aver fiducia in José Luis Mendilibar, allenatore che guida gli “Armeros” dal 2015. Finisca come finisca, l’Eibar ha saputo approfittare della permanenza nella massima divisione per costruire strutture da far invidia a club molto più blasonati e fondamenta molto solide tali da garantirgli un futuro sicuramente tranquillo. Il paragone con parecchie società storiche toscane fa cadere le braccia.

Possibile quindi che il segreto dell’Empoli sia tutto qui, nella sua inusuale “normalità”, nella determinazione a non farsi coinvolgere dall’hype legato al mondo del calcio, a non cedere alla tentazione di sognare in grande ma limitarsi, per così dire, ad affidarsi a professionisti seri e lasciargli fare quel che sanno fare meglio? Per come la vediamo noi, le cose stanno proprio così. Non ci sono ricette magiche per il successo, non ci sono scorciatoie che conducano alla grandezza, nello sport come nella vita. Il cammino verso la gloria è fatto di tante giornate passate alla scrivania o al telefono, cercando di far tornare i conti e in riunioni interminabili per convincere tutti a tenere la barra dritta. Chi si affida al “salvatore della patria”, sperando che le sue promesse da mercante siano l’unica scelta per ricondurre la propria squadra alla grandezza, spesso finisce con delusioni cocenti e disastri finanziari.

Come molte cose nella vita, i grandi segreti hanno soluzioni fin troppo banali. Chi tiene davvero alla propria squadra dovrebbe scansare come la peste i troppi venditori di fumo che si affacciano nel mondo del calcio e sostenere solo chi si presenti con progetti solidi, anche banali ma ben legati alla realtà. Puntare il futuro della propria amata squadra alla roulette dei paperoni non è certo il modo migliore per costruirne il futuro. Il caso Empoli lo dimostra oltre ogni dubbio. Vedremo se qualcuno a Livorno, Lucca, Pistoia o Arezzo sarà in grado di imparare questa lezione.

 

Foto: Empoli FC

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