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Tutti chiedono che la magistratura faccia piena luce – e in tempi rapidi – sullo scandalo dei rifiuti e fanghi industriali prodotti nel distretto conciario tra le province di Firenze e Pisa, finiti nei campi e sotto l’asfalto in diversi angoli della Toscana, in spregio alle leggi e alle più elementari regole del buonsenso. La salute prima di tutti. Ma solo a parole, perché per anni e anni evidentemente si è andati avanti mettendo a rischio proprio la salute dei cittadini. Lo scandalo coinvolge la politica e in particolare il Partito democratico, che conta tre indagati: il capo di gabinetto della Regione, un consigliere regionale e un sindaco. Poi c’è il tema, altrettanto inquietante, delle infiltrazioni da parte della ‘ndrangheta, con la criminalità organizzata che, ovunque in Italia, non perde occasione per entrare negli appalti e spargere il proprio veleno mortale, inquinando tutto ciò che tocca, politica, economia e vita sociale.

Una delle figure chiave di questa vicenda è Ledo Gori, capo di gabinetto della Regione, che ha svolto questo incarico per dieci anni, al fianco di Enrico Rossi, rimanendo poi al suo posto quando si è insediato Eugenio Giani. Gori è indagato per atti contrari ai doveri d’ufficio. In due interviste, una a La Nazione e l’altra al Tirreno, ha giurato di non aver mai preso soldi. Poi ha aggiunto altri dettagli interessanti: “Cosa avrei fatto? Mi hanno garantito il posto di capo di gabinetto che non volevo fare. Poi se il presidente ti chiede ‘mi dai una mano’, cosa fai, dici no? Intanto l’avvocato chiederà se i pm mi possono ascoltare. Ho intenzione di dire tutto quello che è successo, nulla di quello che mi viene contestato”.

In merito all’approvazione di un emendamento ad una legge regionale che avrebbe favorito i conciatori sulla gestione dei rifiuti, Gori risponde in questo modo: “Quando arrivarono le note dei conciatori sull’emendamento alla legge scrissi al Bernini (direttore del settore ambiente e energia della Regione, ndr): ‘Sono accoglibili?’. Poi in una riunione Benedetti, Pieroni e Bernini hanno fatto l’emendamento, approvato all’unanimità dal Consiglio regionale. E io cosa c’entro? È colpa mia?”. Di fatto scarica tutte le colpe sui politici, chiamandosi fuori dalle decisioni. Sulle deroghe, invocate dai conciatori, Gori chiarisce che “i conciatori chiedevano proroghe, io ho dato tutto a Bernini chiedendo cosa si sarebbe fatto. Alla fine hanno imposto la procedura di Autorizzazione integrata ambientale”, Gori proprio non ci sta: “Mi hanno fatto passare per un delinquente. Per me l’onestà è un valore assoluto. Io sono tranquillo, ma ci vuole tanta pazienza”.

Ma per quale motivo Gori è rimasto in quel ruolo chiave? Il sospetto degli inquirenti è che sia stata proprio la sua vicinanza al mondo delle concerie ad avergli permesso di mantenere quell’incarico, garantendo uno status quo vantaggioso per gli imprenditori e per gli equilibri politici consolidati. L’accusa è pesante.

Gori si è fatto da parte, ponendosi in ferie, in attesa di uscire definitivamente di scena con la revoca dell’incarico di capo di gabinetto: “È finita. Un po’ mi dispiace… un’onorata carriera non doveva finire così. Ma ho chiesto io questa soluzione: ‘Non mi dimetto, fatemi un foglio e mi levate’. Non ho più intenzione di restare. Non ci sono le condizioni ma non ho niente da recriminare. Capisco la politica…”. Poi, a scanso di equivoci, ribadisce: “Io non ho approvato l’emendamento alla legge che poi è passata all’unanimità in Consiglio”. E sottolinea che nell’inchiesta ci sono anche una sindaca (Giulia Deidda, Santa Croce sull’Arno, ndr) e un consigliere regionale (Andrea Pieroni, ndr)”.

Nel suo delicato ruolo di “cerniera” fra società civile, imprese e politica Gori ha raccolto 600mila euro per la fondazione “Eccoci” a sostegno della campagna elettorale di Enrico Rossi. Quando gli chiedono come abbia fatto risponde candidamente: “Li ho chiesti. Sono di più di 600mila euro, anche per le attività politiche di Enrico successive… Vi posso mandare la lista dei sostenitori, c’erano anche i conciatori”. Rossi ha già fatto sapere che tutti i fondi raccolti sono stati regolarmente registrati e si riferiscono ad iniziative politiche svolte nell’arco di alcuni anni.

Francesco Torselli, capogruppo di Fratelli d’Italia nel Consiglio regionale toscano, va all’attacco: “Leggiamo di un Ledo Gori che rifiuta le accuse che gli sono state mosse dalla magistratura, puntando il dito contro fantomatici politici toscani. Se Ledo Gori è al corrente di episodi che vedrebbero dei politici implicati in vicende non limpide e se vuole essere credibile, faccia nomi e cognomi”. L’accusa, dunque, è di essere più esplicito, di non restare sul vago. “Gori è accusato di corruzione nell’ambito di una delle inchieste più sconvolgenti della nostra Regione, ma, al momento, pare sia ancora in servizio, se non addirittura premiato con 10 giorni di ferie. Lo stesso Gori dice di non essere mai stato sospeso, smentendo di fatto il presidente Giani che invece aveva parlato di sospensione. Del resto, Giani ha peccato di scarsa trasparenza fin dall’inizio di questa vicenda: perché non ha revocato subito l’incarico di Capo di Gabinetto a Gori? Aspettiamo che il governatore risponda a questa domanda e, visto che ci siamo, ci dica anche se ha ricevuto pressioni affinché al braccio destro di Enrico Rossi fosse confermato l’incarico nello scorso ottobre”.

3 Comments

  1. Uno dei tanti soggetti che si sono ben infiltrati nella politica di incapaci e falsi sinistri. Cari toscani chi vi ha fatto credere che il PD è l’onestà, la purezza di questa Italia, è un ipocrita. Il male viene proprio dal PD che vi ha sempre preso per il “culo”, pensate alle fabbriche fasulle dei cinesi che li hanno preso campo, ma chi ci guadagnava… pensate cari pensate.

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