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Una donna malata di tumore chiede lo smart working ma l’azienda (che si occupa di recupero crediti) la licenzia. Il giudice, però, dispone il reintegro. È avvenuto a Grosseto. La donna, che aveva subito alcune operazioni chirurgiche combattendo per un anno contro la malattia, dopo essersi finalmente ristabilita chiede di tornare al lavoro in modalità smart working, come diversi suoi colleghi, con la motivazione di essere immunodepressa e conseguentemente più esposta al rischio di contrarre il Covid. Via mail e per telefono chiede istruzioni all’azienda che le risponde comunicandole soltanto il giorno in cui avrebbe dovuto presentarsi in sede, il 18 aprile. Non essendosi presentata, nel giorno previsto, come riporta Il Giunco.net l’azienda la licenzia per “motivi disciplinari. La donna si rivolge al sindacato che presenta ricorso. La Sezione lavoro del Tribunale di Grosseto nei giorni scorsi ha riconosciuto le ragioni di Alessandra Neri (40 anni).

Massimiliano Stacchini, segretario della Filcams Cgil di Grosseto (che ha assistito la donna), spiega che “il giudice Grosso ha verificato la documentazione sanitaria e le reiterate comunicazioni della lavoratrice all’azienda, ingiustificatamente negate dal datore di lavoro nonostante una ‘situazione di rischio che concretamente avrebbe potuto mettere in pericolo la salute della lavoratrice in un contesto certamente eccezionale’, ed ha condannato la C.R. Service Srl, annullando il licenziamento e ordinando il reintegro nel posto di lavoro. E condannando l’azienda al pagamento delle retribuzioni che la stessa avrebbe percepito dal giorno del licenziamento a quello dell’effettiva reintegrazione nel posto di lavoro, oltre al versamento dei contributi assistenziali e previdenziali e al pagamento delle spese legali”.

Stacchini parla di “vittoria su tutta la linea che oltretutto sancisce l’inconsistenza di una certa narrazione retorica oggi molto di moda. Secondo la quale le aziende sono “corrette” e rispettose dei lavoratori a prescindere, perché non avrebbero alcun interesse a perdere un dipendente. Insinuando un pregiudizio negativo nei confronti di qualunque lavoratore chieda il rispetto di un diritto. Questa vicenda, al pari di altre, dimostra invece che non sono infrequenti atteggiamenti vessatori decisi a tavolino per liberarsi di dipendenti non più ritenuti funzionali alle strategie aziendali. Violando spesso i più elementari diritti della persona”.

 

Foto: Pixabay

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