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Gli hanno dedicato un minuto di silenzio all’inizio di tutte le partite dell’ultima giornata di Serie A. In più Inter e Bologna, due delle squadre in cui aveva militato, hanno giocato con il lutto al braccio. Mauro Bellugi si è spento a 71 anni in un ospedale di Milano. Era nato a Buonconvento (Siena) il 7 febbraio 1950, figlio dell’orefice del paese.

Fu proprio nella squadretta locale, con i bianconeri del Buonconvento, che dimostrò di saperci fare con il pallone. Difensore forte e fisicamente ben messo, era difficile superarlo. Ma nel suo primo tentativo di fare sul serio, col pallone tra i piedi, subì la prima doccia fredda: durante un provino a Sinalunga fu scartato dopo appena dieci minuti d’orologio. L’allenatore Lidio Scarpelli lo paragonò a “un pezzo di legno”. Eppure Bellugi, nonostante quella bocciatura clamorosa, riuscì a conquistarsi uno spazio nel grande calcio, finendo alle giovanili dell’Inter. A venti lo sbarco in prima squadra, con la vittoria dello scudetto nel 1970-71 e il cielo toccato con un dito. Incredibile ma vero, Bellugi nella sua lunga carriera riuscì a segnare soltanto un gol: lo fece in Coppa dei Campioni, contro i tedeschi del Borussia Mönchengladbach, vinta 4-2 dall’Inter. Tirò un missile da fuori area che andò a segno. In campionato, su 227 partite disputate, neanche una rete.

Ceduto al Bologna, giocò con più continuità, e finì nel giro della Nazionale, contendendo il posto a Francesco Morini. Convocato ai Mondiali del 1974, non giocò mai. Da metà anni Settanta divenne lo stopper inamovibile degli azzurri. Nel del 1978, in Argentina, giocò sempre tranne due gare. Complessivamente con la Nazionale disputò 32 partite tra il 1972 e il 1980. Trasferitosi al Napoli di Vinicio, giocò all’ombra del Vesuvio per una stagione, chiudendo poi la carriera con la Pistoiese (1980-81). L’anno dopo fu vice allenatore dei toscani. 

Fuori dal campo rimase sempre legato al mondo del calcio, come commentatore attento e pungente. Fece l’opinionista per diverse tv private, facendosi apprezzare per la professionalità, l’arguzia, la simpatia e quel suo lato toscano del carattere di non volersi mai prendere troppo sul serio.

Aveva sofferto molto Bellugi nell’ultimo anno di vita. A causa di alcune complicanze di recente aveva dovuto subire l’amputazione di entrambe le gambe. Anche di fronte a quel dramma era riuscito a scherzarci su (“non mi taglierete mica anche quella con cui ha fatto l’unico gol della mia carriera?”). Continuava a lottare e voleva andare avanti, pensava già alle protesi da farsi mettere, per tornare a camminare. Era stato e continuava ad essere un leone, sia pure ferito. Il Covid purtroppo l’ha portato via troppo presto. Grande Mauro, ci manchi moltissimo.

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