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Paolo Lazzari

È davvero possibile infilare i vestiti scomodi degli sconosciuti per provare a farsi un giro di giostra dentro le loro vite? In un secolo iperconnesso, intriso di una digitalizzazione per certi versi selvaggia, anche soltanto fermarsi per una manciata di istanti, il naso rivolto in su, il vento che ti lavora di lato, pare un privilegio inarrivabile. Eppure, sembra che esista un modo per conciliare la dimensione lenta della vita analogica con i ritmi forsennati che ci inchiodano a smartphone e pc. L’idea, come spesso accade, nasce spontanea. Non ti usa la cortesia di inviare una raccomandata e non ci pensa nemmeno, a farti uno squillo. Semplicemente, te la trovi a scampanellare a casa e tutto quel che puoi fare è invitarla ad entrare.

Francesca cammina piano per le vie di una cittadina di provincia – Lucca – che assomiglia a uno di quei diamanti nascosti bene sul fondo di un baule polveroso, in soffitta. A volte però non serve frugare lontano. A volte la vita sarebbe proprio a due passi da te, se solo riuscissi a prenderti una pausa per accorgertene.

“Ad un certo punto – racconta – sono entrata in una sorta di trip. Osservavo i panni stesi dagli altri, per le vie del centro di Lucca, nelle periferie, ed anche quando mi mettevo in viaggio. E provavo ad immaginare come sarebbe stato calarsi in quelle esistenze così vicine fisicamente, eppure collocate a distanze siderali”.

Francesca Bernabei – perché è questo il nome di una delle protagoniste della storia – si occupa di comunicazione da anni. Conosce i processi creativi e se deve sviluppare un’idea e trasfonderla ad una comunità di persone si sente a casa. Così, a tutti gli effetti, diventa una cacciatrice di panni stesi. Li fotografa, ruota la manovella dell’immaginazione e, tassello dopo tassello, costruisce il mosaico che aveva in testa. “Ho pensato – rivela – che questa usanza di stendere i panni andrà sempre più a dissolversi, nel tempo. Serve quindi una sorta di archivio storico, per raccontare tutto questo alle nuove generazioni”.

Così – è il 2019 – decide di creare la pagina Facebook “Intimità nei panni degli altri”. Foto e racconti convivono, tessendo contenuti che alimentano emozioni. Quel senso di inespresso che prima circondava il cuore adesso assume un significato che provoca sussulti genuini, perché genera qualcosa di meravigliosamente inatteso: una grande famiglia allargata. La gente comincia ad interagire e invia a Francesca scatti e pezzi di vita incisi sulla tastiera di un computer. Le anime si mescolano. Il pezzo di magia è confezionato. Nasce una mostra: le intuizioni della fondatrice si fondono a contributi visivi e scritti che arrivano da mezzo mondo.

“Fammi fare un giro su chi non son stato mai”, cantava Lucianone troppi anni fa. Altra vita. Altri tempi. Eppure questo verso potrebbe cicatrizzare alla perfezione il sentimento collettivo che detona spontaneamente. A fine anni ’90 o nei primi duemila mica sarebbe stato facile. Le armi digitali stavolta accorciano davvero le distanze e decidono di essere colla, invece che spazio. Certo, restano affilate e taglienti. A volte possono farti sanguinare. Ma se sai come maneggiarle il discorso assume una piega differente.

Ci siete ancora? Sprofondate sul divano per un paio di minuti e fate spallucce di fronte alle notifiche che vi inquinano la vita. Piuttosto, piegate la pagina e create un orecchio, per ricordarvi che è qui che la storia prende un’impennata. L’evoluzione del progetto ha il sorriso genuino di Rebecca Moutier, una giovane copywriter che viene coinvolta da Francesca per creare e gestire in perfetta autonomia la pagina Instagram “Nei panni degli altri”.

Il social è diverso: niente racconti, solo fotografie e copy accurati, in lingua inglese, perché ormai la tipica cortina di provincia è stata crivellata e dai fori filtra potente una luce internazionale che ispeziona la stanza e, con la sua consistenza granulare, si deposita sui pensieri e le cose. “In un anno – racconta Rebecca – l’hashtag #neipannideglialtri è praticamente esploso. Persone da tutto il mondo hanno iniziato ad inviarci le loro foto: è un’esperienza di condivisione incredibile. Decine di sconosciuti diventano parte di un progetto, membri di una comunità dove è ancora possibile prendersi del tempo per scambiarsi pezzi di vita”.

Nel frattempo i lavori continuano a fremere. Una nuova mostra, una serie di racconti a quattro e a sei mani e tante esistenze ancora da esplorare, scambiandosi i vestiti. Allora, provateci anche voi: alzatevi dal divano, mollate gli impegni che annacquano le vostre giornate e puntate la testa verso l’alto. Lasciate il gettone al giostraio, chiudete gli occhi e smettetela di tenervi al cavallo. E la vita, forse, assomiglierà ancora ad un posto ospitale.

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