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Paolo Lazzari

Cosa succede se tiri su la saracinesca del tuo bistrot esattamente nel peggiore momento della storia dell’umanità e, in ogni caso, provi a sopravvivere? Ci sono storie che, per essere raccontate, andrebbero vissute grammo per grammo. Progetti visionari per città piccole, grumi di fatica che si addensano intorno alle palpebre, il sorriso largo di chi ce l’ha fatta e la terrificante sensazione di camminare su una fune vista Canyon senza protezioni.

Antonio e Stefania coltivano un sogno che ha bisogno di idee, energie ed una spolverata di lucida follia per autoalimentarsi. Ancora non possono saperlo, ma stanno per aprire il loro bistrot “Artespressa” – nel centro storico di Lucca, ad un passo da piazza Anfiteatro – nell’epoca storica più trasandata e incerta di sempre. Attenzione però: il progetto trae impulso da un’associazione nutrita che porta lo stesso nome e che si propone di mostrare “L’arte dall’altra parte”. Ciascun aderente porta dentro le sue abilità, per uno scambio costante che accarezza l’idea del metaforico azionariato popolare. Fate caso a questo snodo della storia, perché è proprio qui che si impernia la resistenza.

Il locale apre, la gente arriva, il cibo (una proposta culinaria che dribbla in canoni angusti della tradizione) e gli eventi imperlano di fatica buona le fronti dei fondatori. La vista sulla piazza più celebre di Lucca lavora gli occhi e accorcia il fiato. La tipica inclinazione lucchese a diffidare di qualsivoglia novità sembra bypassata con disinvoltura. Fino al Covid19, appunto.

“Una volta venuto meno il convivio – raccontano con la voce solo parzialmente scheggiata Antonio e Stefania – sono iniziate le difficoltà”. Certo, Antonio sa come muoversi quando si parla di coinvolgimento sul piano dei social, ma non è proprio la stessa cosa. Le intuizioni ai fornelli di Stefania adesso vengono annacquate dall’impossibilità di stringersi. “Anche il take away – proseguono – è stato contrassegnato dal timore e non è mai esploso veramente”.

E, senza contatti umani, la disfatta sembrerebbe profilarsi dietro l’angolo. Le settimane si accavallano e nella benestante Lucca le vie vengono tappezzate da cartelli mortiferi: “Cedesi attività“, “Affittasi”, “Sconto del 50% su tutto per cessazione”. Artespressa è ancora una barca a vela che oscilla in mezzo a flutti sempre più minacciosi. Non ha avuto il tempo né lo spazio di crescere, ma deve provare a mantenere la barra dritta per evitare di essere inghiottita senza ritorno.

Quando la tempesta squarcia l’albero maestro e la deriva sembra vicina ecco che subentra la forza associativa, un motore aggiunto preparato, non insperato. “Senza il nostro punto di forza principale – confessa Antonio – abbiamo deciso di virare completamente sulla ricerca della qualità. Questo concerne quello che Stefania elabora in cucina, gli eventi che organizziamo sui social, l’intimità e la sicurezza della nostra sala interna, nelle finestre in cui è stato e sarà possibile riaprirla”.

“Siamo nati Covid – ricorda Stefania – ed è una definizione di per sé orribile. Eppure siamo riusciti a trovare anche il risvolto migliore della faccenda: abbiamo dato alle persone quel senso di sicurezza ed accoglienza che ha fatto sentire bene noi stessi e tanta gente in un periodo difficile. Non abbiamo smarrito l’umanità e questo ci ha salvati”. La bellezza collaterale che si infila in mezzo alle cose brutte.

Una micro scalata che, almeno durante la prima ondata, ha garantito ossigeno. All’arrivo della seconda fase pandemica, tuttavia, le cose si complicano ulteriormente. La distanza tra le persone si allarga e la sede dell’associazione – all’interno del Bistrot – si svuota per cause di forza maggiore. Mostre pittoriche e fotografiche, live musicali, presentazioni di libri, laboratori: tutto sospeso. La vita procrastinata a data da destinarsi, anche se nel frattempo serve campare in qualche modo.

“Senza alcun tipo di aiuto – continuano Antonio e Stefania – sopravvivere diventa difficile. La ristorazione è uno dei settori più sicuri in questo momento storico, perché le regole che ci hanno chiesto di applicare noi le applichiamo da sempre: sanificazione, igienizzazioni, rispetto delle distanze. Vorremmo che prima di prendere delle decisioni che implicano la morte di decine di attività, dal ristoratore fino a chi fornisce le materie prime, ci si pensasse davvero bene. Nel nostro caso il danno è triplo: lavorativo, sociale e artistico”.

Se infatti Artespressa, a differenza di altre realtà del settore, è riuscita ad andare avanti fino ad oggi malgrado il terreno che frana ovunque intorno, è stato anche e soprattutto grazie agli associati che hanno proposto la loro arte nello spazio offerto. “La cultura non può essere relegata ai live in streaming: si fa con il contatto umano, così come la ristorazione. Dalla politica, ad ogni livello, aspettiamo risposte tangibili, non proclami. Serve specialmente smettere di essere miopi: se affondano il tessuto produttivo e la cultura, affondiamo tutti”.

In fondo, è una questione antica come il mondo: la dignità che resta intatta attraverso mani che si ingegnano, l’anima nutrita dal bello. E la forte persuasione che nessuno si salva da solo.

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