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Un artigiano di Prato lavora in un’azienda di cui è socio di minoranza. Le cose non vanno bene e lui, per tirare avanti e ottenere un po’ di ossigeno dalle banche, firma una fideiussione: in pratica si obbliga personalmente verso la banca a garantire l’adempimento dell’obbligazione dell’azienda. Lo fa non perché sia incosciente ma perché ci crede, è il suo lavoro e spera che le cose possano migliorare. Le cose però non vanno affatto bene e l’uomo, suo malgrado, è costretto, proprio da quella firma, a vendere i propri bene: la casa e persino un motorino. Tira la cinghia e vive tra mille sacrifici, con il minimo indispensabile. Nel frattempo passano gli anni e l’azienda viene dichiarata fallita. La banca, però, torna a bussare alla sua porta. Disperato e senza soldi, se non quelli necessari per tirare avanti giorno per giorno, l’uomo si rivolge al tribunale appellandosi ad una legge del 2012, chiamata “salva suicidi“. La strada è lunga e piena di passaggi burocratici ma alla fine, dopo cinque anni, la vicenda si conclude bene per lui: il tribunale fallimentare gli ha dato ragione cancellandogli quasi 500mila euro di debiti.

“Si tratta di un iter complesso che ha una durata di almeno cinque anni – spiega il curatore fallimentare nominato dal tribunale, il commercialista Paolo Faini – necessari per dimostrare che la persona ha fatto un percorso regolare, che non ha altre fonti di reddito o beni o che non abbia avuto, ad esempio, un’eredità. È una delle prime sentenze con esito positivo in Italia anche perché la legge è entrata in vigore nel 2013 e prima di cinque anni non è possibile chiudere la causa proprio perché la situazione della persona indebitata deve essere monitorata per lungo tempo”.

La “ratio” della legge è cancellare il debito nel caso in cui si crei una situazione di enorme squilibrio fra le attuali disponibilità economiche di un soggetto e i suoi debiti residui. Ovviamente non è un incentivo a spendere senza limiti e senza giudizio. In altre parole bisogna essere in grado di dimostrare di aver fatto il possibile per pagare, usando anche il proprio patrimonio personale e di non aver vissuto al di là dei propri mezzi. Ovvio che se uno va al ristorante tutti i giorni e si gode le vacanze e poi non paga i creditori, il discorso non vale.

 

Foto: Pixabay

2 Comments

  1. mortimermouse Reply

    al poveraccio è andata di lusso: non si è suicidato per quei delinquenti….ma ci voleva cosi tanto per arrivare a questo punto? 10 anni di sofferenze + 5 anni di altrettante sofferenze solo in iter burocratici! aveva ragione berlusconi: bisogna riformare il sistema….

  2. mortimerhouse, pensa al libero professionista o alla partita iva che non è stata pagata da questo “poveraccio” che era indebitato per 500mila euro e a sua volta si è suicidata! L’impresa è un rischio, l’impresa è un soggetto fiscale a sè stante. Qualcosa non mi quadra. Poteva benissimo dichiarare fallimento ed evitare il “suicidio”. Mica gli avrebbero intaccato il patrimonio personale! Mica si trattava di una partita iva! Italietta…

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