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Paolo Lazzari

Era stato assente dall’Italia per 7 mesi di fila, ma quando è tornato se ne sono accorti tutti. Un ciclone, un incendio divampante, un autotreno in corsa: Rocco Commisso incarna tutto questo, per il momento soltanto a parole. La strategia del Tycoon italo-americano appare ormai chiara. Rottura totale con l’establishment burocratico italiano, un apparato visto come plantigradico, incapace di osare in tempi ragionevoli e, in ultima lettura, di generare profitti. Perché è questa la voce che interessa maggiormente a Rocco: sostenere il club attraverso le entrate provenienti da un nuovo stadio destinato a vivere tutto l’anno. Sul piatto ci sono già 250 milioni di euro: “I soldi sono i miei e ci faccio quello che voglio”, la sua antifona. Già: il problema è che la macchina non è nemmeno stata messa in moto.

Nel frattempo c’è chi già lo definisce come un personaggio poco assennato, un “Attila” giunto in Italia per buttare giù tutto – distruggere, il termine utilizzato dal presidente riferendosi all’Artemio Franchi – poiché privo della benché minima sensibilità artistica. Intanto da Palazzo Vecchio si cerca la strada della cautela, perché la sovrintendenza ha un peso enorme nella città d’arte più importante in Italia insieme a Roma e Venezia, ma i soldi americani non è che scherzino. Il progetto, tra l’altro, darebbe lavoro a circa mille persone in un momento non certo florido a livello globale.

Ma perché Rocco ha deciso di imprimere questa sterzata appena rientrato in Italia? Perché vuol prendere a picconate – ideali e reali – un sistema necessariamente diverso per storia e cultura da quello made in Usa? Forse perché c’è un precedente. Quel “fast, fast, fast” divenuto marchio di fabbrica della macchina senza freni a stelle e strisce, in realtà, a volte può trasformarsi in un tremendo slow down, baby. Qui però bisogna fare qualche passo indietro. Entrare tra le pieghe delle cose, fino a rinvenirne la sostanza. Allora la domanda diventa: cosa lega campo di Marte a Uniondale? Che c’entra il Franchi con una vecchia area militare dismessa a due ore di treno da Manhattan? Nulla, all’apparenza. Il filo rosso però lo srotola lo stesso Commisso. Nella Grande mela ci sono i Cosmos, a Firenze la Fiorentina. Posti lontani, campionati differenti, ma una musica analoga in fatto di impianti. Quando Rocco dice che negli Stati Uniti si viaggia sempre ad una velocità diversa omette di muovere il dito dentro una ferita sanguinosa. Perché anche lì, dipendesse da lui, avrebbe già costruito un nuovo stadio: solo che la MLS, guarda un po’, ha bloccato tutto.

Forse Commisso non vuole rivivere lo stesso film in Italia. Forse non è pronto ad accettare un altro rifiuto e, per questo, ha optato per il muro contro muro, convinto di avere la testa più dura. Tuttavia il dubbio che si insinua è lecito: se non ci è ancora riuscito con la disinvolta burocrazia americana, perché dovrebbe farcela in tempi rapidi con la macchinosa serie di autorizzazioni e controlli tipica di un paese vincolato dalle Belle arti? Abbandonare la via dolce dell’intermediazione, stavolta, potrebbe essere un vero autogol.

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