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di Guido Martinelli

Pisa centro. Sabato sera. Esterno tramonto. Sono davanti ad una gelateria in attesa del mio turno per una torta gelato da portare a cena da amici. Si entra uno alla volta perché il virus condiziona tutte le nostre azioni. Anche le più banali Davanti a me tre persone. Dietro un ragazzo sui trent’anni, alto e con la mascherina. Si aggiunge alla teoria un altro, alto e mascherato da par suo. Si conoscono, si salutano rispettando le distanze e iniziano a parlare tra di loro fitto fitto, ad alta voce.

Hanno molti amici in comune che nominano senza pudore. Uno è tirchio, l’altro è noioso, un terzo ha la donna simpatica ma appiccicosa, un quarto è un asso a tennis. Socialità. Forse eccessiva, un tantinello ostentata, ma un piccolo flusso di vita in questa emergenza pandemica in cui si va tutti di volata e si evita il prossimo a ogni piè sospinto. Almeno io e qualche altro ligio alle consegne perché crediamo che ci sia ben poco da scherzare.

Mi tornano alla mente le file dei bei tempi verdi. Quelli del Giurassico in cui mi iscrissi all’Università stando quattro ore e mezzo incolonnato, alla fine i due davanti e i tre dietro erano diventati parenti. Mi ricordo persino alcuni volti, solo un po’ sbiaditi. Per non parlare di quelle per il loggione al Teatro Verdi di dodici ore: dalle 8 alle 20.

Ora, invece, con l’invasiva tecnologia basta un click per prenotare biglietti da casa belli comodi. Stasera, questa minimale colonna di umani non assembrata pare l’unico momento in cui la vita riprende i suoi spazi, sia pur per poco.

Ma per un quarto d’ora ho l’impressione che sia tutto come prima. Quando ci arrabbiavamo perché niente funzionava e invece andava tutto bene. Finirà. E troveremo qualcos’altro di cui lamentarci. Come siamo noiosi.

Guido Martinelli

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