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Cinque condanne e due assoluzioni. Si è concluso in questo modo il processo per la morte di Duccio Dini, il 29enne travolto il 10 giugno 2018, mentre era fermo a un semaforo, a Firenze, da un’auto coinvolta in un inseguimento tra famiglie rom del campo nomadi del Poderaccio. Dopo cinque ore di camera di consiglio la Corte d’assise di Firenze ha inflitto la pena di 25 anni e due mesi di carcere a Kjamuran Amet. Venticinque anni a Remzi Amet, Remzi Mustafa (che guidava l’auto che travolse Duccio), Dehran Mustafa e Antonio Mustafa. Assolti invece Kole Amet ed Emin Gani, a bordo di un furgoncino che aveva partecipato solo a una fase iniziale dell’inseguimento. Le accuse erano di omicidio volontario con dolo eventuale per la morte di Dini e di tentato omicidio di un altro cittadino rom, obiettivo dell’inseguimento legato a un regolamento di conti. Fuori dalla Corte di assise, in strada, a poche decine di metri dall’aula bunker (il processo si è tenuto a porte chiuse per l’emergenza Coronavirus) c’erano gli amici di Duccio, che questa mattina avevano fatto uno flash mob e affisso uno striscione in ricordo della vittima. Alla famiglia di Dini un risarcimento di 800mila euro.

Il tragico scontro

Le indagini hanno ricostruito i fatti di quella maledetta domenica di giugno di due anni fa. Duccio stava andando al lavoro ed era fermo sul suo scooter ad un semaforo quando fu travolto da una Volvo impegnata in un inseguimento ad alta velocità, nato da una lite tra parenti nel parcheggio del supermercato Esselunga di viale Canova. Quattro le auto coinvolte e lanciate a 100 chilometri all’ora, secondo i rilievi della polizia municipale. Le auto inseguivano la Opel Zafira di Bajram Rufat, 43 anni, ed erano riuscite più volte a speronarla finché l’utilitaria, ormai senza controllo, si era schiantata contro un palo e poi contro un albero, incendiandosi. Mentre Bajram Rufat, ferito, riusciva a salvarsi, la Volvo sbandava e, urtando un’auto in transito, si schiantava contro il motorino di Duccio. Trasportato in coma all’ospedale fiorentino di Careggi, il giovane moriva qualche ora dopo.

“Sentenza esemplare”

“Una sentenza esemplare”, commenta la vicesindaca Cristina Giachi, presente in aula con la fascia tricolore, per testimoniare la vicinanza di Palazzo Vecchio. “È stata un segnale importante per la famiglia. Non c’è da esultare, ma a nome del sindaco, che ha parlato col padre subito dopo la lettura della sentenza, e di tutta la giunta ho espresso alla famiglia la nostra vicinanza, e la consapevolezza che oggi le istituzioni hanno esercitato pienamente la loro funzione. Un grazie alla magistratura e all’avvocatura del Comune per un processo che è stato condotto in modo esemplare. La giustizia non restituirà Duccio alla sua famiglia, e il male fatto non potrà essere cancellato, ma a quel male non sarà lasciata l’ultima parola. Questa sentenza – ha proseguito – riconosce che i gravissimi fatti criminosi esaminati in questo dibattimento hanno cagionato non solo morte e lesioni gravi a carico di innocenti cittadini ma anche provocato danni diretti e indiretti al Comune”.

2 Comments

  1. Dovremmo tenerceli a vitto ed alloggio gratis per 25 anni? Farli lavorare no, eh? Ma quand’è che un politico metterà per legge che i detenuti dovranno lavorare per sostenere le spese della sua carcerazione? Altrimenti appaltate le carceri in Siberia o in Cina, che ci costerebbero pochissimo, per espiare le loro pene.

  2. perfetto la condanna anche se li avrei dato l’ergastolo a vita, ma chi risarcisce la famiglia? dovrebbero darle minimo 5 milioni di euro.

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