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Avrebbe dovuto dargli alcune ripetizioni di inglese, ma con quel ragazzino di tredici anni ebbe una relazione e ne nacque un bambino. La donna, un’operatrice sanitaria di trentadue anni, è stata condannata dal tribunale di Prato a sei anni e sei mesi di carcere per atti sessuali e violenza sessuale per induzione nei confronti di un minorenne. L’accusa aveva chiesto sette anni. Condannato anche il marito della donna, accusato di falsa attestazione di stato poiché inizialmente aveva detto di essere lui il padre del bambino nato dalla relazione della moglie con il giovane studente, pur sapendo che il bambino era stato concepito con il ragazzino. All’uomo è stata inflitta una pena di un anno e otto mesi (l’accusa aveva chiesto due anni).

L’indagine era scattata nei primi di marzo del 2019 dopo la denuncia presentata dai genitori del ragazzo. A loro il giovane, dopo alcuni segnali di nervosismo e reticenze, aveva raccontato della relazione con la donna e di essere il padre del neonato che la sua insegnante, già madre di un altro bambino, aveva partorito pochi mesi prima. La paternità fu confermata dal test del Dna, effettuato sul neonato con il consenso dell’indagata. Il 27 marzo dell’anno scorso la donna era finita agli arresti domiciliari per rischio di inquinamento delle prove e reiterazione del reato. Misura revocata di recente.

Dalle indagini, basate sulle testimonianze di quanti conoscevano la donna e sulle chat estrapolate dai telefonini dell’indagata e del ragazzo, è emerso che la donna avrebbe esercitato pressioni e ricatti sull’adolescente affinché non ponesse fine alla relazione.

Uscita dall’aula del tribunale la madre del ragazzino ha rilasciato, per la prima volta dall’inizio di questa vicenda, una breve dichiarazione: “Non è finita, questo però è il primo passo. Quella donna ha rovinato la vita di mio figlio e sembra nemmeno rendersene conto”.

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