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Nuovo capitolo della storia di Guido Martinelli ambientata in un futuro non troppo lontano. Si parla di un misterioso virus. Ma non vi angosciate (per questo basta e avanza la realtà quotidiana). Qui trovate le puntate precedenti: 1234

 

Mercoledi 12 Marzo 2025

Caro Antonio,
non nel senso di Santo, torno a te dopo alcuni strani e intensi giorni sperando che il tuo nome di giornata ti piaccia. Il motivo di tale nomignolo lo comprenderai rivivendo con me questi giorni in cui la mia intera esistenza ha preso una piega imprevista. Pare che la vita si sia accorta della mia presenza in questa landa desolata e abbia deciso di riportarmi dentro al vortice delle emozioni e delle passioni che, almeno prima di questo maledetto virus, l’hanno sempre innervata.

Tutto è iniziato quando domenica sera, verso le dieci, come ti avevo già anticipato, altre vestigia umane oltre la mia hanno di nuovo percorso queste stanze dopo millenni di silenzio. Il pieno dopo il vuoto. Abdul e la sua compagna “pulisciotta” si sono palesati, guardinghi e circospetti, un po’ in ritardo rispetto all’orario previsto. Lui, con lo sguardo un po’ timido e una bottiglia di vermentino in mano, ha trascinato oltre la porta di casa la sua imponente e massiccia figura ricoperta da una maglietta più scura della sua carnagione. È avanzato nell’ingresso con passo più incerto della volta scorsa in cui, tra l’altro, era pure appesantito dalle borse ricolme di cibo, oscurando la sua accompagnatrice, più minuta di lui. Lei è una biondina, senza averne l’aria come diceva la canzone del vecchio Guccini, alta circa un metro e sessanta, forse persino naturale nonostante alcune meches castane, ben fornita da madre natura di grazia e forme giuste, solo un po’ trascurate. Il volto si è mostrato stanco e preoccupato ma appena mi ha porto la mano per sussurrare il nome, Alice, si è illuminato conferendole una particolare grazia. Gli occhi sono marroni e vivaci, la bocca e il naso piccoli ma in armonia con un trucco leggero e poco convinto. Se non indossasse quei jeans, ancor più sdruciti di quelli del mio amico africano, e quel giubbotto nero reduce da mille battaglie che cela una lisa maglietta scura sformata a suo modo, sarebbe senza dubbio attraente. Forse indossano entrambi indumenti scuri e trasandati per confondersi con le tenebre trionfanti e sfuggire alle manovre repressive dei soldatini non di piombo imperversanti nelle strade cittadine. Valuto subito l’età di Alice e mi oriento sui trent’anni. Ad Abdul non riesco a dare un’età cronologica che pare più giovanile di quella della sua accompagnatrice anche se ho il sospetto che si nasconda dietro una maschera per procedere tralasciando in un angolo i drammi vissuti.

Devo confessarti, amico mio figlio della cellulosa, che appena sono entrati, vedendoli assieme nell’atrio affiatati e complici ho provato persino una veloce fitta di gelosia. D’altronde, a parte la cucina, non ho avuto contatti con qualcosa di femminile dalle guerre puniche, e non solo per colpa del virus, per cui la vista di un così grazioso esemplare femmineo a pochi metri non poteva non risvegliare dal letargo sopiti demoni. Li ho fatti accomodare in salotto, nel divano davanti alla tv, e offerto loro una torta di mele comprata giorni prima che non è stata presa in considerazione forse perché già con una fuggevole occhiata se ne notava la scarsa fragranza. Insomma, mi sa che in qualità di padrone di casa risulto inferiore persino all’uomo di Neanderthal nella sua grotta.

Ora che ci ripenso dal momento che sono entrai in casa non abbiamo mai pensato al virus e ci siamo comportati esattamente come prima di questo disastro guardandoci diritto negli occhi e senza stare distanti. Loro si sono accomodati sul divano con Alice alla destra della mia poltrona rivolta verso di loro. E per alcuni minuti ci siamo sorrisi senza alcuna esitazione. Ripensandoci è come se avessi già creduto alle parole negazioniste la pandemia di Abdul. O forse agognavo un momento di evasione dai deliri pandemici dopo più dei cent’anni di solitudine del buon Marquez.

Dopo i convenevoli e il poco appropriato vermentino sorseggiato a più riprese, siamo venuti al dunque. O almeno così ho sperato chiedendo direttamente il motivo della gradita visita. I volti dei due ospiti, in quel momento, sono stati attraversati da un velo di preoccupazione divenendo tesi. Abdul ha bofonchiato qualcosa di incerto e poco chiaro, anche per problemi di lingua, e quindi Alice ha preso in pugno il comando delle operazioni. Ero un po’ interessato perché conosco bene via Landi, in cui abita il loro datore di lavoro capo di polizia a tempo perso, dato che ai tempi universitari, per un annetto, frequentai al numero 43 tale Margherita Puddu di Austis, paesino di nemmeno 100 abitanti in quel di Nuoro. Ebbi una storiellina molto gradevole con quella graziosa moretta studentessa di Economia dotata di beltà e un’ambizione feroce che l’ha portata a diventare un capo di una nota azienda francese di bellezza. Lo lessi su una rivista nell’anticamera del dottore. All’epoca, mi mollò, subito dopo la laurea perché ritenuto poco affidabile nel condividere con lei la scalata per la conquista delle più alte vette del mondo, come darle torto, ma quell’abbandono mi fece male. Allora. Ma divago come sempre, Antonio non da Padova, mentre il segugio Alice segue un percorso diretto e preciso e le sue parole vanno dirette in una determinata direzione che per ora conosce solo lei.

-Vedi Francesco, ti posso dare del tu, vero? Io sono costretta ad andare a far pulizie nelle case perché ho un triste passato alle spalle che mi ha condizionato la vita. Tutto iniziò una decina di anni quando ero iscritta al terzo anno di Storia, che mi piaceva molto e andavo proprio bene quando feci l’incontro che cambiò tutte le carte in tavola. In casa di amici conobbi Gavino, un ragazzo sardo (amico di Margherita, ho pensato subito in maniera un po’ sciocca data anche la differenza di età tra i due, certo che la Sardegna stasera va di moda) studente di filosofia, che mi colpì per la sua intelligenza e diversità. Figurati che quando ci stringemmo per la prima volta la mano si presentò come: “Gavino, gramsciano resistente”. Sin dai tempi del liceo avevo avuto una certa simpatia per il marxismo e il mondo socialista in genere ma mai avevo incontrato uno che esibisse in questo modo la sua passione politica, i suoi ideali. Fino a quel momento avevo pensato che i fan di Gramsci fossero una specie limitata e protetta, peggio dei panda, e non che avessero addirittura formato un fan club. Meno male che non mi espressi in questi termini con lui altrimenti si sarebbe arrabbiato e mi avrebbe mollato li subito. Lui è sempre stato una persona seria. Anche troppo.

Si ferma, sorride, e allora Abdul decide di manifestare la sua presenza intervenendo in modo deciso e pertinente.

-Gramci non socialista ma comunista. Lui fondato nel 1921 partito comunisti con Bordiga, Togliatto e altri a Livorno merda.

Di fronte a tale chiusa campanilista entrambi ci stupiamo e gli dedichiamo all’unisono uno sguardo sorpreso. Abdul si accorge della nostra sorpresa e si sente in dovere di farfugliare una giustificazione.

-Tanti amici pisani dire spesso così di Livorno, così io pe’ essere come loro imparato e dico tante volte così. No devo?

Sbottiamo in una risata così Abdul con volto più sereno insiste.

-Che poi conosco gente Livorno e loro no merda ma divertenti, insegnare me barzellette, non so perché voi dire merda loro.

-È una storia lunga Abdul, le offese sono reciproche dalla notte dei tempi e continueranno finché ci sarà il mondo. Strano che nessuno te ne abbia parlato.

-Io domando poco perché chi domanda tanto vive poco.

-Esagerato. I nostri screzi, in genere, sono schermaglie affettuose. Ormai più roba calcistica che altro. Certo, ho sempre pensato che loro sono più convinti di noi con le offese ma in fondo nessuno di noi può fare a meno degli altri.

Alice dà il suo contributo.

-Uno zio di mamma abita a Livorno, s’è sposato a Coteto, e ci sta di molto bene. Ormai è dei loro. Io ho degli amici li, sono di molto ganzi, e anche se li vedo poco ci vado d’accordo.

-Tu sei pisana Alice?

-Ci puoi giurà, doc pura, da generazioni, di cognome faccio Sbrana, tipico cognome locale. E comunque, Abdul, se sui labronici hai torto su Gramsci ci hai chiappato. Lui è stato uno dei fondatori del comunismo italiano ma ha pagato con la vita per questa sua scelta politica.

-Lo so, ragazzi, lo so, io studiato sera dopo lavoro sempre. E poi ascoltato voi quando parlavate e io c’ero (voi chi? Lei e Gavino?). Non scordate voi che io laureato Dakar mica analfa… quella cosa lì che dire voi quando uno no capisce niente. Finito in carcere Gramci, non io, e morto pe’ colpa fascisti, lui. Gente cattiva fascisti, attenti perché loro torna.

Alice riprende in mano il bandolo della matassa.

-Speriamo di no Abdul, anche se fuori tira una brutta aria e non intendo il virus.

-Appunto bimbi, andiamo avanti, perché ancora non ho capito di cosa stiamo parlando.

-Hai ragione Francesco, l’ho presa forse un po’ troppo ariosa e controvento per cui stringo, ma mi sembrava doveroso farti entrare nel contesto in cui si sviluppa la storia.

-Ok, vai avanti. Spara.

-Ti dicevo che Gavino mi colpì per essersi definito così in tempi in cui ormai proclamarsi comunisti è peggio di assumersi la paternità di un delitto. Iniziai pertanto a frequentarlo (per poco non le ho chiesto se veniva dallo stesso paese della mia perduta storiella, perché il passato ritorna bimbi, non c’è cristi) e passavamo il tempo facendo lunghe passeggiate sulle Piagge o sul lungomare di Marina o di Viareggio in cui si parlava per ore e ore. Lui quasi sempre della vita e delle idee del suo idolo, Antonio Gramsci, di cui ben presto imparai tutto.

-Tu racconta me bene libri di Gramci un giorno che io volio sapere tutto. Io amo storia.

-Certo Abdul, figurati, ma arriviamo al dunque (appunto). Insomma mi coinvolse al punto che dopo tre mesi entrai anch’io nel gruppo “Gli ardenti” cui seguiva l’acronimo CIC che sta per Contro Indifferenti Colpevoli. In questo modo firmavamo i nostri documenti politici che diffondevamo in giro (mai sentito parlare, ma loro son più giovani). L’acronimo proveniva da uno scritto di Antonio che si scagliava contro gli indifferenti. Brani di Gramsci ne trovi a mazzi in rete, alcuni li abbiamo scritti noi nei vari siti per fare propaganda. Tanti personaggi politici li usano nei loro discorsi copiandoli di li anche in maniera impropria anche perché ormai si scende in politica più per ricavarne dei vantaggi che per mettersi al servizio del popolo e quindi nessuno studia e si prepara e prende, o fa prendere, in qua e la, in do coio coio. Antonio diceva che vivere vuol dire partecipare, e chi vive veramente non può non essere un cittadino partecipe. Essere indifferenti vuol dire essere parassiti, vigliacchi, vivere una non vita. E noi volevamo svegliare tutti e rendere ognuno consapevole di se stesso e del proprio ruolo all’interno del paese.

-Un proposito ambizioso e forse persino presuntuoso.

-Ci sta Francesco, ma eravamo giovani e idealisti. Proprio ardenti. Certi brani gramsciani un tempo li sapevo a memoria perché ne discutevamo, parola per parola, per mesi, nelle riunioni del collettivo. Eravamo una quindicina, io e Marta Bastianelli le uniche autoctone, poi c’erano altre due donne: Carla Conti e Bianca Lunes. A volte ci veniva a trovare anche Margherita Puddu, sorella di una compagna di liceo di Gavino (Bingo!) molto più grande di lui ma anch’ella affascinata dalle trame gramsciane. Ora credo lavori in Francia (lei, è proprio lei. È solo una coincidenza stai calmo Francesco, calmo, e parla solo in presenza dei tuoi avvocati che non sai questa tipa dove vuole andare a parare).

Infatti, caro amico mio cartaceo, devo confessarti che a quel punto ho provato un certo disagio: lieve perle di sudore al collo, irrequietezza motoria, e desiderio di cambiare postazione. Infatti mi sono alzato, ho spostato la bottiglia di vino di qualche centimetro e mi sono rimesso a sedere stupendo i miei ospiti.

Alice, allora, mi ha chiesto se l’argomento mi disturbasse ma io la tranquillizzai e lei, non molto convinta, riprese scusandosi.

-Mi spiace, Francesco, se continuo a girare al largo, ma voglio essere la più precisa possibile (s’è capito, bimba, s’è capito, ma un esagerà). Insomma, dopo qualche mese di continua frequentazione è scoppiato qualcosa di più profondo tra me e Gavino così ci siamo messi insieme. E dopo quasi due anni, quando ormai ero alla tesi, è nata nostra figlia Libera. Le abbiamo dato quel nome perché da bravi militanti volevamo che lei si ricordasse sempre l’importanza del valore principale di ognuno di noi: la libertà individuale. Quella che fu tolta dai fascisti al povero Antonio costretto a morire in carcere nonostante le sue gravi malattie.

-Bella bimba lei, io vista casa sua, uguale mamma: intelligente e furba. E libera come aria.

Abdul dice la sua. Allora si frequentano, e Gavino che dice?

La voce di Alice di botto s’incrina e balbetta quasi sussurrando.

-Sembrava tutto perfetto, tutto bello, quando è accaduto l’imponderabile.
È seguito il silenzio Antuan, un silenzio gravido e lungo.

Che prolungo dato che sono le 16.45 e alle 17.00 ho una video conferenza con l’assessore al bilancio Fioravanti che vuole parlare con me e altri tre di qualcosa che non ti accenno perché ti annoieresti a morte. Anch’io, a volte, in queste occasioni, chiudo il video e le palpebre ascoltando con un solo orecchio. Non sono fatto per questo lavoro, decisamente, l’ho sempre saputo, ma mi tocca e devo andare altrimenti non posso difendere la mia posizione di privilegiato al caldo, tranquillo e retribuito, sia pur non tanto. Ma placherò presto la tua curiosità amico mio cartaceo. Tranqui. Resisti come facciamo tutti da mesi chiusi stoppinati dentro le case.

A presto.
Tuo Francesco, o per dirla come gli amici della squadretta di calcio dell’infanzia, Francio.

E ringraziami se ti ho dato il nome di un tale personaggio, mica sei Antonio il panettiere all’angolo, ma un’Antonio che ha contribuito a cambiare le sorti del nostro paese e di cui si parla ancora a distanza di decenni. Di me si dimenticheranno la sera stessa della tumulazione. Sono certo della tua soddisfazione e quindi te lo manterrò per qualche altra volta.

Bye bye. See you later.

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