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Ecco la seconda puntata del racconto di Guido Martinelli. Se vi foste persi la prima la trovate qui (leggi).

 

Giovedi 20 Febbraio 2025

Caro Marlon,
ho deciso di battezzarti, diario mio, con questo nome proprio come si faceva da ragazzi, anche se ormai sono 57 primavere che calpesto il suolo di questo pianetino. Averti tra le mani mi riporta indietro nel tempo e d’altronde questa vita nascosta, chiusa tra le pareti domestiche, è senza dubbio molto regressiva, quasi fetale. Ti ho dato, così, il soprannome del mio amico di gioventù Michele Bozzi, detto appunto Marlon perché si atteggiava sempre a superuomo come il famoso divo del Padrino e del tango parigino, anche se i miei quindici anni scattarono negli anni 80 quando ormai la sua stella stava declinando. Gli detti da leggere, al Bozzolone, il diario in cui avevo descritto gli stati d’animo del mio struggimento amoroso verso Giovanna Lazzeri, una moretta tutto pepe che “vedeva tutti tranne che me”, come gorgheggiava il buon Venditti. Lui, il giorno dopo, spavaldo, vomitò con sdegno che gli sembrava scritto da una donna. Il granduomo. Bella fine che ha fatto, lui, tipica del supermaschio virile: l’hair stylist per signora. Praticamente un lottatore di wrestling.

Il quaderno finì la sua esistenza nel secchio della spazzatura e imparai a tenermi dentro i miei sentimenti migliori, che forse è pure il sistema migliore per resistere al virus. Reprimere per sopravvivere. E magari questa mia resistenza al lasciarmi andare che mi ha sempre accompagnato in tutti questi anni è il motivo per cui sto sopravvivendo alla pandemia che sale. Non mi pesa avere il cuore vuoto e i sentimenti in freezer perché, come tanti, ho rinunciato ad averla. Nel mio cuore c’è l’inverno, come il titolo di un film francese visto poco tempo fa su streaming.

Quando verso i trenta la Lazzeri si ricordò della mia devozione e mi venne a cercare per consolarsi dell’abbandono del marito la rifiutai, per orgoglio e paura di soffrire. Perché l’amore è impegno e sofferenza, ed io ho scelto la fuga da qualsiasi legame optando per l’edonismo superficiale. Che anche ora si può praticare senza rischi ma chi si fida? Chi ti dice che un incontro occasionale non diventi qualcosa di più profondo e alla lunga infido? Aspettiamo cosa ci dicono gli scienziati al riguardo. Per ora intervengono solo per le urgenze.

Queste elucubrazioni serali nascono e si riproducono sul balcone, qui al quinto piano, dove ti scrivo ammirando il tramonto sul viale delle Piagge deserto nel suo splendore stile Sahara privo della minaccia di elicotteri guardinghi. Ha piovuto fino a poco fa e non c’è nessun riottoso alle consegne interessato a sfidare il proibito per cui occorra l’intervento repressivo della polizia, quindi mi godo il silenzio e il vuoto cosmico delle strade. Non vola una mosca e non si ode in lontananza alcun rumore.

“E tutto l’altro tace” potrei commentare con il verso del buon Giacomino nel suo sabato passato nel villaggio; ma poi, lui, sia pur un po’ in sordina, udiva martelli e seghe che si adopravano. Ora, invece, dall’alto della mia postazione ascolto l’assordante silenzio del vuoto della speranza ancora incerta sulla data della ripresa del suo cammino. Il buio della ragione pare più scuro della notte incipiente. Rimpiango gli imprevisti quotidiani irritanti, gli screzi fastidiosi con chiunque, le chiacchiere banali che hanno avvelenato o annoiato tanti momenti passati. Il verso sbagliato dell’ordine delle cose mi appare, ora, persino accattivante.

Mi domando, in un eccesso di pessimismo cosmico che avrebbe ridicolizzato lo sfortunato recanatese, se quando uscirà dal corpo anche la mia anima avrà i medesimi rimpianti. “L’anima non è un’idea, un concetto” melodiava un altro cantore dei miei giorni più belli aggiungendo “è normale vederla sul letto, vederla e fare finta di niente”. Poverella, in questi giorni è lei che sta subendo le maggiori insidie del virus. Gli occhi sono i killer mandati a colpire ma gli effetti arrivano laggiù. Così, il pertugio che accoglie i nostri migliori sentimenti illuminando con una nobile luce i nostri passi cessa di essere il luogo che li esalta per divenire quello che li ferma per sempre.

L’amore si è trasformato in un’ambigua divinità che nel momento in cui conferisce un senso alla tua esistenza te la toglie. Il trucco per sopravvivere a tale nociva iattura consiste nell’obbedire solo all’istinto, a non lasciarsi andare alla melassa strappalacrime sentimentale. E non si parla solo di amore di coppia, di qualsiasi tipo esso sia, perché il virus non ha preferenze. D’altronde l’amore non distingue, lui agisce dove sa che può agire.

Anche l’amor filiale, o persino un saldo legame amicale pare siano fonte di rischio. Insomma, sembriamo condannati alla solitudine, a questo silenzio che sta sotto i miei occhi mentre le tenebre, dopo l’abbandono del sole, stanno conquistando il cielo e i nostri cuori. Rabbrividisco. Dovrei esserci abituato al vuoto spinto dato che ormai da decenni abito da solo, tranne alcune brevi eccezioni con amici o avvenenti signorine di passaggio.

Mi domandai, sin dai primi giorni in cui la bestia si manifestò, se la fede religiosa entrasse nella casistica degli affetti pericolosi. La risposta fu affermativa. L’estasi mistica è pericolosa al pari di qualsiasi passione amorosa o ad alto contenuto affettivo. Tempi duri per i santi e per i fondamentalisti. Ecco un aspetto positivo: distruzione dell’Isis alle porte. Ma le fake news sono all’ordine del giorno e chissà se è vero. Non sono dietrologo ma non mi fido. Con un governo autoritario come questo che controlla l’informazione mi è difficile credere a tutto quel che sento e leggo. Per due giorni sono spariti da tutti i notiziari persino i dati dei contagi e dei morti e si è tornati ad una informazione più leggera a dimostrazione, a mio avviso, che si sta peggiorando.

I social restano un campo libero anche se nei post noto sempre più spesso tanti commenti provocatori di troll volti a stimolare l’affermazione sempre più evidente di posizioni individuali. E dopo aver saputo che certi miei conoscenti hanno ricevuto visite improvvise della polizia a casa mi astengo dall’esprimere pubblicamente il mio pensiero su qualsiasi questione. E tronco qui ed ora qualsiasi discussione dato che si è levata una brezza gelata per cui è meglio se rientro nella mia prigione di alta sicurezza e ti lascio, caro Marlon.

A proposito, sai che il tuo nome è inglese ma di origine sconosciuta? Forse è un’alterazione francese del nostrano Marcello, oppure deriva dal nome inglese del falco smeriglio: Merlin. Ho letto che è un nome adespota, ovvero senza padrone, e quindi il tuo onomastico scatta il giorno di Ognissanti. Certo, il fatto che alla mia età avanzata conversi allegramente con delle pagine di un quaderno non testimonia a favore della mia sanità mentale; ma di questi tempi non sarò certo il solo. Domani ti cambierò nome, così avrò l’impressione di avere una normale vita sociale.

Sono indeciso tra alcuni eroi giovanili: Roberto (Baggio), Dustin (Hoffman), Ernesto (Che Guevara), Sting (Sting), Riccardo (Morini, babbo del mio compagno di scuola Gianni). La notte porterà consiglio o qualche altro suggerimento. (Ora che mi ribolle, come si dice in slang pisano, perché non Topo Gigio o Snoopy? Stanlio (senza Olio) o Paolo (Villaggio)? Sandro (Pertini) o Enrico (Berlinguer)? E mi fermo qui in attesa dei consigli di Morfe

Tuo Francesco Togni

(2 – continua) 

 

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