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Più che sulla salute i primi effetti del coronavirus si fanno sentire sull’economia. Il distretto toscano della pelle, che solo intorno a Firenze conta 500 aziende e 8mila addetti con un export che supera i 2 miliardi di euro, potrebbe subire un colpo pesantissimo. I dati diffusi dalla Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa (Cna) parlano di una riduzione delle commesse del 30%, con il rischio che la situazione si aggravi ancora. Perché questo calo? Accessori e componentistica provengono in larga parte dalla Cina e una volta finite le scorte si bloccherà la produzione.

Dopo la chiusura dei negozi e delle fabbriche in Cina, ora gli effetti del coronavirus cominciano a farsi sentire anche in Italia. “A breve – dice un imprenditore di Scandicci al Corriere fiorentino – ci aspettiamo le prime richieste di ricorso alla cassa integrazione“. E il direttore della Cna di Scandicci, Simone Baldacci, spiega che si dovranno rivedere le stime anche per l’Europa. Subito dopo si valuteranno le ricadute sull’intero distretto, tenuto conto che già alla fine dell’anno la situazione era critica.

Risalendo la filiera del lusso arriviamo alla zona dove si produce la pelle, a Santa Croce sull’Arno. I conciatori sono in apprensione per il rallentamento produttivo (o in certi casi addirittura lo stop) delle fabbriche del Veneto. Parlare di crisi è prematuro ma la preoccupazione è forte dopo i primi ordini sospesi. Il calzaturiero scaduti i contratti per gli interinali (necessari per coprire i picchi di produzione) non hanno rinnovato i contratti. La crisi che blocca la Cina, che per la pelle toscana vuol dire qualcosa come il 25% del fatturato, può costare molto cara al settore calzaturiero e delle pelletteria. La Cina incide su due fattori: sia nella vendita del “lusso” sia nell’importazione di pelle dall’Italia per la propria manifattura.

 

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