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Guido Martinelli

“Historia est magistra vitae” è una di quelle massime che i docenti di lettere ripetono sempre a scuola annoiando forse i loro discepoli che si spera, crescendo, afferrino la reale portata di tale affermazione. Conoscere chi siamo stati dovrebbe e potrebbe permettere a tutti gli umani di evitare gli errori pregressi ed essere migliori in futuro, a patto però di essere coscienti e consapevoli del passato. Quando, però, arrivano notizie come quella relativa all’ultima indagine Eurispes per cui il 15,6% degli italiani non crede alla Shoah, la mente vaga fino a recuperare le tesi del buon filosofo Giambattista Vico che dal lontano 600 ci ammoniva coi corsi e ricorsi storici. Già, perché a sentir il filosofo napoletano la possibilità che la storia si ripeta è concreta dato che l’uomo, essendo sempre uguale a sé stesso nonostante i progressi tecnologici abbiano modificato gli stili e i comportamenti, pare condannato ad una eterna coazione a ripetere. Per tutti questi motivi l’annuale celebrazione della “Giornata della Memoria”, soprattutto in tutte le scuole di ogni ordine e grado, riveste una grande importanza. Si teme infatti che quando anche l’ultimo testimone dell’orrore nazista scomparirà sarà più facile per i negazionisti far prevalere le loro aberranti convinzioni e quindi è doveroso spiegare in tutti i modi ai giovani l’aberrante piano nazista di eliminazione di tutti i dissidenti.

Uno di questi atti ha avuto luogo nella mattinata di venerdì 31 gennaio presso il Cinema Arsenale con lo spettacolo “Storia di un uomo magro” di e con Paolo Floris, grazie all’interessamento della professoressa Titina Maccioni, dell’associazione pisana “Grazia Deledda”, il Banco di Sardegna e la Regione Sardegna, che è stato visto gratuitamente da un gran numero di classi di scuole medie inferiori e superiori cittadine che hanno riempito la sala. Trattasi di un tipico monologo del teatro di narrazione molto toccante, recitato dall’ottimo Floris che lo ha scritto in collaborazione col celebre Ascanio Celestini di cui è allievo, che ci ha parlato della storia vera di Vittorio Palmas. Questi era un servo pastore sardo deceduto nello scorso maggio 2019 alla ragguardevole età di 105 anni, che dopo l’8 settembre del 1943 finì nel campo di concentramento di Bergen Belsen, lo stesso dove si concluse l’esperienza terrena di Anna Frank, dove venne costretto a lavorare gratis per alcune fabbriche tedesche e si salvò la vita perché pesava 37 chili. Se, infatti, durante la pesa fosse risultato più magro di soli due chili sarebbe finito in un forno crematorio in quanto inabile al lavoro. Sono rimasto cosi positivamente colpito da questa rappresentazione, tratta liberamente dal libro “Il forno e la sirena” del giornalista Giacomo Mameli, che ho deciso di saperne di più da organizzatori ed autori.

Vittorio Palmas (da Vistanet.it)

La professoressa Titina Maccioni (nella foto sotto seduta in mezzo a Giacomo Mameli e Paolo Floris), cofondatrice e consulente per le attività culturali dell’associazione “Grazia Deledda”, già molto conosciuta in città per i suoi importanti trascorsi politici nel Consiglio comunale di Pisa in precedenti legislature, ci racconta come è nato questo progetto: “Sono stata contattata dal giornalista e scrittore Giacomo Mameli, amico di famiglia, che mi ha chiesto se fossi interessata ad ospitare a Pisa questo spettacolo che stava per approdare in diverse località toscane. Mi ha assicurato che era a costo zero in quanto finanziato dal Banco di Sardegna e dalla Regione Sardegna. L’ho proposto alla mia associazione “Grazia Deledda” che ha raccolto prontamente la proposta al pari del Cinema Teatro Arsenale che ha collaborato con noi. Ho quindi coinvolto le scuole medie, superiori e inferiori, della città che hanno aderito con entusiasmo e devo confessare di essere rimasta molto contenta della risposta della cittadinanza e dell’atteggiamento degli alunni che hanno assistito in perfetto silenzio, con molta attenzione e partecipazione, alla rappresentazione. Ritengo importante questo evento che ricorda un momento importante della nostra vita recente e continuerò sempre ad organizzare eventi che mantengano sempre viva la memoria storica”.

Giacomo Mameli, Titina Maccioni e Paolo Floris

Dopo è stata la volta della presidentessa dell’associazione “Grazia Deledda” Sandra Capuzzi, già assessore comunale a Pisa nella precedente legislatura e persona molto attiva negli ambiti sociali cittadini che, sollecitata, così mi ha risposto: “Siamo stati molto molto contenti di essere tra i promotori di questo spettacolo che racconta una storia vera perché riteniamo che raccontare piccoli fatti reali accaduti in passato permetta ai ragazzi di comprendere meglio la grande storia. Si spera così di impedire la ripetizione di fatti così drammatici e nocivi per tutte i consessi umani. Mi auguro che i ragazzi abbiano anche colto i confronti col presente. Nella storia narrata il protagonista viene costretto a lavorare gratis per i tedeschi e, fatte le doverose differenze, anche ai nostri giorni esiste lo sfruttamento del lavoro e le morti per lavoro sono in costante aumento. Ovviamente, la terribile esperienza dell’Olocausto è unica nel suo genere ma la nostra associazione ritiene importante ricordare per vigilare”.

Sandra Capuzzi

Successivamente è stata la volta dell’autore che ha scoperto la storia dell’uomo magro, il giornalista Giacomo Mameli, laureato in Sociologia alla Scuola Superiore di giornalismo di Urbino, direttore del mensile Sardinianews con venti anni di esperienza nella Nuova Sardegna e conduttore di programmi televisivi sia presso l’emittente sarda Videolina che per Radio1 col programma settimanale “In famiglia”.

Giacomo Mameli

Signor Mameli, da quale parte della Sardegna proviene?
Da Perdasdefogu, in sardo “pietre di fuoco”, in riferimento alle pietre calcaree utilizzate per produrre la calce nelle fornaci, dove sono nato l’anno dopo l’inizio del secondo conflitto mondiale. Vittorio Palmas è un mio compaesano.

Come venne a conoscenza della storia dell’uomo magro?
Per caso nel 1995, quando una sera in cui, come sempre quando sono nel mio paese, a Perdasdefogu, stavo giocando a pallone nella piazza con dei bambini. Ad un certo punto andai a raccogliere il pallone che era finito sulla destra della piazza dove sostavano di solito dei vecchietti che chiacchieravano tra di loro, come sempre, dei fatti di guerra. Uno disse: “Ho quattro ferite, quindi sono un grande eroe”; l’altro rispose: “Tu stai zitto che io sono vivo per due chili”. Io, che sono un giornalista, prima finii di giocare a pallone e dopo aver perso per tre a zero mi recai a casa di Zi Vittorio, dove Zi si usa in senso di rispetto e non nel senso di parentela di sangue, e gli chiesi cosa volesse dire quella frase che gli avevo sentito dire. Lui rispose: “Figlio mio, se ti devo raccontare questa storia, tu devi restare qui tutta la notte”. Io sono rimasto e lui mi ha raccontato la storia della sua entrata in guerra, della prigionia dopo l’8 settembre. Gli italiani venivano mandati a lavorare gratis negli stabilimenti della Siemens e della Krupp, e per alcuni periodi nei campi di concentramento. Lui finì a Bergen Belsen, nella bassa Sassonia, dove una delle norme era che ogni lunedì i detenuti erano pesati e chi pesava meno di 35 chili ed era quindi troppo debole per lavorare, veniva buttato nelle camere a gas e bruciato. Quel giorno della pesa Zi Vittorio pesò 37 chili e per due chili restò in vita. Per fortuna quella sera io, che avevo studiato bene la storia al Liceo e alla Università ma non quel periodo storico di cui nessuno mi aveva mai detto niente, grazie a Zi Vittorio, che era analfabeta, sono entrato nella storia. Fino ad allora, essendo sociologo, avevo scritto libri di sociologia economica come “16 ore al giorno”, “Non avevo un soldo”, “La Sardegna di dentro, la Sardegna di fuori”, “La squadra” che è la storia di undici imprenditori sardi compreso uno che col carro a buoi era riuscito a laureare cinque figli, le storie della domestiche sarde che dopo il dopoguerra erano andate a lavorare lontano da casa e quelle delle attuali badanti straniere che dai loro lontani paesi vengono a lavorare nel nostro. Da quella sera la mia attenzione si è spostata sui sardi in guerra, cui ho dedicato una trilogia iniziata nel 2006 con “La ghianda è una ciliegia” e conclusa quest’anno con “La chiave dello zucchero”, mentre l’opera di mezzo è stata nel 2015, “Il forno e la sirena” (ed. Cuec) dove si trova appunto la storia di Vittorio Palmas.

Il forno e la sirena sono due parole basilari in quel terribile momento bellico.
Certamente, il forno ha ingoiato circa 13 milioni di persone tra ebrei, omosessuali, soldati, zingari, testimoni di Geova, oppositori in genere. La sirena è, invece, quella che doveva evitare la morte nelle città bombardate dal cielo e spingeva la gente a correre a perdifiato verso i rifugi. Nel libro, che è stato pure tradotto in francese, Vittorio e un altro sopravvissuto ricordano col linguaggio dei senza voce la loro vita umile e la distruzione al di là delle Alpi, a Bergen Belsen, e il calvario di morte a Cagliari e a Monserrato, a due passi da casa. Una esperienza molto coinvolgente.

A questo punto rimane da ascoltare il protagonista dello spettacolo, l’attore Paolo Floris, assistito in scena all’Arsenale per la parte tecnica dalla sorella Bianca. Gli chiedo innanzitutto di presentarsi.

“Ho trentacinque anni, sono nato a Paulilatino, paesino di duemila abitanti in provincia di Oristano e sono un attore professionista dopo aver seguito un percorso formativo ben delineato. Ho frequentato per tre anni l’Accademia provata di Roma “Fondamenta” e parallelamente la scuola di narrazione di Giancarlo Fares, ho incontrato anche il grande Marco Baliani e seguito per un anno la scuola di Ascanio Celestini. Durante questo periodo con Ascanio ho messo su, anche col suo contributo veramente competente e amichevole, nei ritagli di tempo lasciati dai suoi oltre duecento spettacoli l’anno, questo spettacolo dell’uomo magro”.

Già, com’è nato questo progetto?
Lo spettacolo è nato per la Giornata della memoria perché dopo che ho iniziato a fare l’attore sono stato contattato da una mia ex-professoressa che mi chiese di fare qualcosa per questa giornata. E ho pensato subito a un racconto semplice proprio perché arrivasse in maniera molto diretta ai ragazzi e quindi ho pensato a un racconto incentrato sulla storia di Vittorio. La storia la conoscevo perchè conosco Giacomo da tantissimi anni, anzi lui mi conosce da quando son nato dato che mia madre era corrispondente per l’Unione Sarda dove lui lavorava. Sono molto appassionato di storia, avevo letto i suoi libri e la storia di Vittorio mi aveva colpito. Così, grazie a lui sono andato a conoscerlo. Loro erano molto amici. Quando lo conobbi Vittorio stava a casa sua, perché ha sempre voluto stare lì, aveva 102 anni ed era sempre molto lucido. Le figlie lo tenevano ogni tanto sotto controllo perché lui voleva continuare a fare la solita vita che aveva sempre condotto in campagna. Ma tornando alla sua storia, lui, agricoltore analfabeta viene richiamato sotto le armi e dopo una prima volta in cui viene riformato viene invece arruolato e spedito in Jugoslavia, lui uomo magro di 62 chili, da capi grassi, come dici tu nello spettacolo.

Me lo ricordo bene?
Certo, ma dopo l’8 settembre 1943 decide di non arruolarsi nell’esercito nazifascista e fa parte dei cosiddetti Imi, internati militari italiano, che vengono uccisi o deportati nei campi di prigionia e di lavoro o di concentramento com’è successo a Vittorio, Lui riesce a sopravvivere, anche se di poco, a Bergen Belsen e dopo il 1945 riesce a tornare a casa dove scopre che la moglie Fortuna è morta di spagnola e dopo qualche anno muore anche la figlia Maria. Lui si risposa con Giuseppina e genera altre cinque figlie, tutte femmine, tutte belle, come dice lui, come Maria e Giuseppina. E la sua vita continua come allevatore fino a 105 anni, a pochi mesi dai 106.

L’uomo magro ha ripreso al paese un po’ dei suoi 62 chili con cui era partito per la guerra?
Si, certo (ride). Va chiarito anche che lui proviene dal paese più longevo del mondo che è Perdasdefogu, dove c’è la famiglia Melis che è stata certificata dal Guiness dei primati come la più longeva del mondo.

A quel punto interviene Giacomo che da buon sociologo sottolinea: “I Melis sono nove fratelli che alcuni anni fa accumularono 818 anni in tutto e una di loro si è spenta a 108. La Sardegna fa parte delle cinque cosiddette Blue Zones, ovvero le aree demografiche dove le aspettative di vita sono più alte rispetto alla media mondiale. Le altre sono l’isola d’Ikaria in Grecia, Okinawa in Giappone, la penisola Nicoya in Costa Rica e il villaggio di Lama Linda in California. Ma la provincia di Nuoro è l’area con la più alta concentrazione di centenari”.

Aggiungo io, col senno di poi, grazie a quattro fattori basilari che dovremmo tutti considerare: alimentazione sana (verdura e legumi); regolare attività fisica (andare molto a piedi); struttura sociale dove la famiglia è al centro con rapporti umani intensi; fede religiosa.

Paolo, come si costruisce uno spettacolo da reggere da soli per oltre un’ora? Si scrive un testo o s’improvvisa?
Nel teatro di narrazione non si scrive un vero e proprio testo, non c’è drammaturgia. Uno scrive tutti i cardini del racconto e poi all’interno s’improvvisa per modo di dire perché non c’è cosa più organizzata dell’improvvisazione che è, invece, molto pilotata. Per saper improvvisare bisogna provare molto.

Un po’ come nella commedia dell’arte?
Certamente ma anche lì gli attori avevano dietro una grande tecnica e le azioni sceniche improvvisate erano frutto di una tecnica fortissima. La storia di Vittorio ha un gancio iniziale ovvero la storia di Gasparino che ha a che fare col cibo per collegarsi alla storia di Vittorio uomo magro. Poi c’è Vittorio che sta in paese, la prima visita militare in cui lo scartano, la seconda in cui lo arruolano, l’inizio della guerra e poi via di seguito. Io ho ben fissato questi ed altri punti e poi, di volta in volta, apporto variazioni che se mi piacciono mantengo la volta dopo. Anche oggi ho inserito una parte che mi piace e che penso di ripetere. Questa è stata la quarantottesima replica e devo dire che la messa in scena è sempre un pochino diversa rispetto alle volte precedenti.

Usi qualche tecnica specifica per la memoria?
No, l’allenamento permette di memorizzare bene e poi se una cosa ti piace farla non incontri molte difficoltà anche perché questi racconti nascono proprio raccontando. Io non scrivo. Racconto e mi registro di seguito e via così e quindi la memorizzazione viene da sé. Devo dire che a questo spettacolo tengo molto, forse è quello a cui tengo di più fra quelli che porto in scena.

Quali sono gli altri spettacoli, precedenti e contemporanei?
Ne ho realizzato uno su mio zio che ha avuto la stessa storia di Vittorio però è stato internato in Austria. Si chiama “Ero partito per fare la guerra”. Ne ho un altro su Antonio Gramsci che s’intitola “Gramsci spiegato a mia figlia” dove sono in scena con un bambolotto che simula mia figlia. Ne ho messi in scena molti altri: due su reduci della Dalmazia, un altro sulla guerra. Ne farò uno sui carcerati perché sto realizzando un laboratorio con i detenuti in Sardegna, a Sant’Anna, dove c‘è una comunità per detenuti che vanno li in permesso premio. Con la compagnia “ Fondamenta. Teatro e teatri” stiamo portando in giro “Pinocchio malvisto dal gatto” che è uno scritto di Camilleri e Gregoretti., uno spin-off dove il gatto e la volpe citano in giudizi Pinocchio perché è un bugiardo. D’estate, poi, portiamo in giro testi di teatro classico.

Con Ascanio Celestini continua la collaborazione?
Con Ascanio restiamo in contatto nonostante i suoi molteplici impegni dovunque, perché è una persona sempre disponibile. Ha collaborato anche con Giacomo leggendo brani del suo ultimo libro con Iaia Forte al “Salone del libro” di Torino.

L’uomo magro dove salirà in scena la prossima volta?
Il 5 febbraio al Teatro Rinuccini di Firenze in uno spettacolo rivolto a tutti anche se il progetto è rivolto soprattutto ai ragazzi perché loro hanno un’idea un po’ troppo lontana della storia e bisogna invece far capire il contrario.

Quando li saluto tutti mi torna alla mente il titolo del libro della Liliana Segre ed Enrico Mentana: “La memoria rende liberi”. Mai frase fu più saggia.

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