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Guido Martinelli

Nell’età di ognuno, in genere l’adolescenza, si pongono grandi domande su tematiche generali e immense, ma se non si hanno le risposte giuste in quel lasso di tempo i quesiti restano sul tavolo. Al riguardo rammento una perduta discussione nell’ateneo dei miei verdi anni quando adoravo occupare il tempo con i miei coetanei in discussioni su tematiche lontane anni luce dagli attuali, tangibili problemi di bollette e beghe di varia entità. Uno di questi, con amici gran lettori, si trascinò per anni sulla scrittura, e il ricordo fa riemergere, un’illuminante definizione della scrittura di Anais Ninn che riteneva che se non si respira o non si piange o non si canta ridendo nello scrivere, allora non si dovrebbe farlo perché alla nostra cultura un’operazione priva di queste azioni non serve. Ma non posso scordare neppure le parole di Socrate per cui i poeti non compongono le loro opere usando il cervello ma mossi da una sorta di ispirazione simile a quella degli indovini e dei profeti che parlano senza rendersene conto.

Per avere la conferma di tali, autorevoli opinioni, occorrerebbe forse sentire un autore ma quando me ne ritrovo di fronte uno di questi come ora con David Giuntoli (nella foto) che mi sorride dall’altra parte del tavolo di questo bar chiassoso, non riesco a porre tale domanda in modo esplicito perché sono preso dalla curiosità di sentirlo parlare del suo libro. Perché David è un autore protagonista di un fenomeno librario di un certo rilievo.

Pisano, infermiere professionale nel reparto di Otorinolaringoiatria dell’Ospedale di Pisa, grande lettore con l’hobby della scrittura, da sempre coltivata da autodidatta e gratificata da diverse pubblicazioni realizzate negli ultimi dieci anni, ha creato una saga che con il semplice passa-parola ha avuto molto seguito arrivando a catturare persino me che non amo molto il genere. Parlo della “trilogia del Segnato”, uscita per la prima volta due anni fa per i tipi della Bookabook, interessante casa editrice in crowdfunding.

David mi spiega attentamente che in questa casa editrice gli editor prima scelgono l’opera tra le proposte arrivate e quindi decidono la cifra che deve essere raggiunta con la vendita e successivamente la pubblicizzano in modo da farle notare ed ordinare agli interessati. Se la cifra prevista non viene raggiunta le copie vengono vendute comunque solo a chi le ha prenotate altrimenti la pubblicazione è su scala nazionale. L’autore non sborsa una lira, ed anzi si invita lui e i suoi familiari a non comprare alcuna copia perché si vuole formare un forte nucleo di sostenitori lontani dal mondo dello scrittore. David, dietro mia sollecitazione, mi confida di aver superato le 400 copie vendute col primo libro “Il Segnato” e poco più di metà di quella cifra con il secondo, “I pirati del multiverso”. Questi numeri non sono di sicuro disprezzabili data la situazione generale dell’editoria nel nostro paese e i canali utilizzati nella propaganda.
Ora è in uscita il terzo e definitivo libro della trilogia ovvero “Il Segnato 3. La fine del multiverso”.

David, com’è nata l’idea del Segnato?
L’idea del “Segnato” è nata proprio come una trilogia cinque anni fa in un periodo difficile in cui una patologia mi tenne a letto per molti mesi. Ho iniziato a scrivere questa storia ambientata nel tardo medioevo tedesco, simile al nostro ma diverso, contaminando il genere fantasy con altri. La prima cosa che ho inserito in questo periodo storico, così simile ma al contempo così diverso dal nostro perché di un altro universo, è stato il protagonista, un personaggio che volevo fosse atipico per l’epoca, e per quello l’ho voluto con gli occhi blu e, cosa ancor più insolita per il periodo, pieno di tatuaggi. Il suo nome è Kaspar Vogel, e viene descritto sempre dagli occhi da chi lo vede, chi lo incontra, ed è uno che appena entra in scena nota sempre cose strane, inquietanti che avvengono intorno a lui. Lo accompagna Isabelle, una ragazzina discinta di sedici-diciassette anni, con i capelli rossi, piuttosto provocante, con cui ha inizialmente un rapporto padre-figlia che diviene, nel proseguo delle loro avventure, un’amicizia molto stretta.

Ma chi è Kaspar?
È uno degli ultimi preti guerrieri. Cioè una propaggine militare della chiesa dell’Unico Dio che in quella fase storica di quel mondo la chiesa ha creato per fermare i demoni che stanno cominciando ad invadere il mondo. Questi preti sono stati distrutti non si sa di chi e solo la fine lo rivelerà. Il primo libro è basato su una serie di flashback tra presente e passato che progressivamente permettono al lettore di comprendere le personalità dei protagonisti e il percorso che ognuno di loro ha affrontato. I personaggi sono più di due, e soprattutto nel secondo libro divengono una decina che rivelano tutte le loro sfaccettature che ho cercato di rendere attraenti al lettore. Ci sono personaggi che nel primo libro sembrano oppositori del protagonista ma nel secondo libro divengono alleati e le loro caratteristiche vengono approfondite e il loro ruolo assume più rilievo. Per esempio ci sono il mercante Cornelius, non umano e molto antico, e il suo servitore gobbo Caruban che da nemici di Kaspar diverranno alleati.

Il tema della saga è la sempiterna lotta tra bene e male?
Si, ma stavolta il male è quello che il mondo intero considera un bene perché Kaspar ha capito che tutto ciò per cui lui ha combattuto quando era un prete guerriero è una menzogna. E quello che era la sua fonte d’ispirazione in realtà è il suo nemico, che poi è il nemico dell’intera umanità, e quindi ha deciso di combatterlo. Lui è riuscito a scampare al massacro dei suoi compagni ma è rimasto, appunto, “Segnato” nel corpo e nello spirito durante la lotta contro i demoni.

In questa dimensione simile ma parallela.
Certo, e nel secondo libro cominciano ad apparire persone e creature che provengono da altre dimensioni, da altri mondi, navigando sopra un vascello volante capace di spostarsi da una dimensione all’altra inizialmente sembra cattivo ma in realtà nulla si rivelerà quello che sembra. Per sintetizzare, si può definire la tematica dei tre libri come il percorso dell’eroe che non porta sempre alla vittoria ma anche alla sconfitta, e durante il viaggio ogni personaggio cresce e comprende meglio se stesso e gli altri.

Come il viaggio di Ulisse che Omero ha insegnato a tutti gli scrittori dopo di lui?
Esatto, il concetto è proprio quello. Tutti i personaggi dei libri percorrono il loro viaggio, con il pro e il contro del caso. Però, ripeto, tutti impareranno vivendo chi sono e potenzialmente chi possono diventare. Qualcuno combatte contro i mostri e qualcuno contro se’ stesso, ovvero contro il ruolo che lui o la società si sono dati.

Quanto impieghi a scrivere un libro?
Sono abbastanza veloce e in pochi mesi riesco a buttare giù le mie fantasie senza ripensamenti.

Come sei arrivato alla Bookabook?
Grazie a un amico comune, l’affermato scrittore pisano Simone Giusti, che sentii dopo la conclusione della stesura del primo libro e volle consigliarmi questa nuova casa editrice, la Bookabook, praticamente coetanea del “Segnato”, ritenendola giusta per la mia proposta. È di Milano ed è appunto attiva da soli tre anni ma in così poco tempo si è già ampliata. Loro misero in prevendita il “Segnato” nel loro sito sia in forma cartacea che in ebook. La pubblicazione avviene a livello nazionale attraverso una distribuzione capillare che in futuro potrebbe estendersi anche a livello europeo.

Questo nostro breve incontro ha accresciuto il mio desiderio di acquistare questo terzo libro della trilogia che è già disponibile per essere acquistato, vero?
Certo, basta andare sul sito di Bookabook e prenotare la copia cartacea o in ebook con l’augurio di buona lettura e la speranza che i lettori apprezzino le avventure dei miei personaggi.

Un invito difficile da rifiutare. Tornando, invece, alla definizione della peccaminosa Anais credo proprio che l’intera saga del Segnato sia stata scritta nel modo che lei auspicava; oddio, a David non l’ho chiesto, ma mi è bastato vedere i suoi occhi luccicanti di passione mentre mi narrava la sua storia che vi ho sintetizzato per non dire troppo e sprecare la sorpresa a chi vorrà visitare il multiverso, per comprendere quanto deve essere stata grande e articolata la sua gioia durante il momento creativo. Non negherei nemmeno la presenza di qualche canzone durante la stesura. E sono altresì convinto che la sua ispirazione abbia qualcosa di taumaturgico, per parafrasare il filosofo, considerando il testo e i personaggi.

Insomma la strada è… segnata, occorre solo percorrerla. A buon intenditor poche parole, anzi una sola: lanciamoci tutti nel multiverso di David Giuntoli e i suoi eroi. E se dovessimo trovarci bene potremmo pure restarci.

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